ESCLUSE AGEVOLAZIONI AGLI IMMIGRATI

hqdefault
Gentile direttore, il nuovo programma del governo esclude gli immigrati residenti in Italia, in situazione regolare, dal reddito di cittadinanza e dalle agevolazioni fiscali previste per i soli italiani. Eppure, i <<non italiani>> continueranno a pagare le tasse. Non giova certo all’integrazione il fatto che un immigrato che lavora onestamente e paga le tasse, qualora chiudesse la fabbrica non abbia un sussidio mentre il suo collega italiano lo riceva. Tanto meno una madre algerina non accetterà mai che, a pari reddito, lei debba pagare l’asilo comunale per il figlio e la sua vicina italiana no. E così via per altre agevolazioni fiscali quando in Italia vivono oltre 5 milioni di immigrati, molti dei quali lavoratori e contribuenti che non hanno ancora ottenuto la cittadinanza a causa di mille cavilli burocratici ma che di fatto sono italiani nel cuore e nella cultura. A mio avviso, i cittadini che pagano le tasse hanno diritto alle stesse agevolazioni, qualsiasi sia la loro nazionalità. Non è elemosina: è un sacrosanto diritto. Negarlo non è un comportamento degno di una nazione che vorrebbe continuare a far parte del mondo civile.
Cordialità
Paolo Pagliani
Annunci

SEMINE DI PAURA

pistola
Gentile direttore, il Censis afferma che nell’ultimo anno i delitti in Italia sono diminuiti del 10% rispetto all’anno prima. Che nel decennio gli omicidi si sono dimezzati, le rapine a meno di due terzi, i furti in forte flessione. Il Censis lavora con i numeri, con i dati. E noi, con questi alla mano, dovremmo uscire dalla lettura almeno un poco rassicurati: non siamo sommersi dalla delinquenza, non siamo “assediati dal crimine”. Ci attenderemmo dunque una ricognizione coerente dello stato d’animo degli italiani: più tranquilli, più fiduciosi. E invece. E invece sempre il Censis ci inonda di altri numeri e sono le cifre della paura. Una paura sorda, inquieta, stagnante come un sottile veleno, soprattutto nelle aree metropolitane dove un cittadino su due dice di sentirsi “insicuro”. Insicuro vuol dire che percepisce un pericolo, per la sua persona, per i suoi beni, non fronteggiato da adeguata protezione. Il sintomo di questa insufficienza percepita è preparare da sé la propria difesa. Porte blindate, inferriate alle finestre, sistemi d’allarme, quasi tutti (91%) fanno qualcosa. Ma il sintomo più inquietante è il diffondersi dell’idea che a difendersi giovi il possesso di un’arma da fuoco. E’ così: il Censis registra nel suo rapporto che il 40% è favorevole a criteri meno rigidi per munirsi di un’arma da fuoco. Per difesa, si capisce; ma quel che sa fare un’arma quando si usa, non è una cosa passiva; è che ferisce, è che uccide. No, non mi piace l’uomo armato, il tempo armato, la società armata. In un popolo, si spara tanto di più di quante armi ci sono. Ci sarebbero più incidenti; non mi sentirei più sicuro. Non devo esser io a difendermi. Dev’essere lo Stato. L’uomo che inizia ad armarsi comincia sempre dalla pistola ma poi non si ferma più: la pistola esercita una seduzione tattile, ha l’impugnatura zigrinata, una volta presa in mano non la metteresti più giù. E’ una droga. Quel 40% di italiani vogliosi di fare la prima esperienza subito dopo soffrirebbero di dipendenza. Che il popolo soffra, consciamente o inconsciamente, questa situazione, è brutto. E’ brutto non che senta il pericolo, ma che non si senta difeso. Che non abbia fiducia nello Stato. Che voglia ergersi a Stato. Che si armi, facendosi poliziotto di se stesso. E’ purtroppo un trend che sta marciando.
Cordialità
Paolo Pagliani

PROCESSI EDUCATIVI PER MIGRANTI

continuo.jpg
Gentile direttore, leggere le migrazioni come “segno dei tempi” significa prendere coscienza dei meccanismi generati da una economia che uccide e dell’iniquità che genera violenza. Incontrare un immigrato s’intende fare i conti con la diversità.
Non possiamo però limitarci a risposte prefabbricate ma dovremmo, come cristiani, affrontare il tema migrazioni con realismo, intelligenza, creatività, audacia, evitando soluzioni semplicistiche. Il fenomeno migratorio chiede alle nostre comunità di avviare “processi educativi” che vadano oltre l’emergenza. Si tratta di riconoscere nell’altro nella sua singolarità, dignità, valore umano inestimabile, di consentirne la libertà e di fargli posto accettandolo. Tutto ciò senza rinnegare la nostra cultura, le tradizioni ma riconoscendo che ve ne sono altre ugualmente degne. Scopriremo una ricchezza inaspettata. Da un incontro vero nasce una relazione e il dialogo, che hanno il fine di camminare insieme modificando i pregiudizi, le paure, le immagini, gli stereotipi. Si allarga sempre nel dialogo aperto ad altre religioni o chiese anche la comunione e la fraternità.
L’integrazione è un processo che non assimila, non omologa ma riconosce e valorizza le differenze: ha come obiettivo la formazioni di società plurali in cui si privilegia il riconoscimento dei diritti.
Cordialità
Paolo Pagliani

ERO FORESTIERO E MI AVETE ACCOLTO

1488912283297.jpg--invasione_fuori_controllo__nei_primi_mesi_del_2017_sono_sbarcati_16mila_immigrati

Caro direttore, <<gironzolano tutto il giorno per il paese, con i loro smartphone in mano, senza far niente>>. Quante volte, abbiamo ascoltato negli ultimi anni, queste parole da pacifici abitanti di piccoli Comuni, insofferenti per la presenza, nei centri di accoglienza, di alcune decine di richiedenti asilo, in attesa (un’attesa che può durare due anni…) di una decisione sulla loro richiesta. Anche quando quei cittadini stranieri non erano coinvolti in alcuna attività illecita (ed era la maggior parte dei casi) dava fastidio, soprattutto in comunità a volte piccolissime, la loro presenza. Il loro “gironzolare” (sottinteso: pagato con i nostri soldi). Il vento che ha gonfiato chi è ora al Viminale, è stato alimentato da sentimenti come questi. Sentimenti sui quali si possono esprimere opinioni diverse e articolate: ma di cui sarebbe sciocco ignorare l’esistenza. Condivido il commento coraggioso di un eminente ecclesiastico quando ricorda: <<Ero straniero e non mi avete accolto>> riferendosi alla vicenda della nave Aquarius con 629 migranti alla deriva in attesa di un porto dove sbarcare. Credo che la vicenda sia una sconfitta della politica e dell’UE in particolare che non sa gestire queste emergenze e prova a far rimbalzare la palla delle responsabilità mentre degli esseri umani rischiano. L’Europa deve prendere atto che nessuno può fermare questi flussi epocali e non è chiudendo porti che si troverà una soluzione. La prossima volta che si fa? Si aspetta che di volta in volta che un Paese si faccia generosamente avanti? Facciamo un bel sorteggio? Con la vita umana non si può giocare. Anni fa una politica tedesca disse a proposito dei migranti: <<Non facciamoci ricattare dagli occhi dei bambini>>. Noi auguriamo, ai politici che ci governeranno nei prossimi anni, di farlo avendo sempre, nei loro occhi, gli occhi di quei bambini.

Cordialità
Paolo Pagliani

LA CULTURA DEL CONTATTO

6cd6bec50e9eebe449929cb4e0b61cd4_XL

Gentile direttore, la cultura del contatto è la via del superamento della finta comunicazione e della finta democrazia tipiche della cultura della connessione. Questa è la buona novella somministrata agli individui incapsulati nella loro solitudine; è una compensazione nevrotica per soggetti poveri di relazioni effettive.
Ci manca il rapporto reale con la vita e questo favorisce la società dell’astrazione: i viventi diventano teorici, il potere (finanziario, tecnologico, militare) diviene concreto onnipotente. Il contatto invece comporta incontro, scoperta, esperienza diretta, rinascita delle relazioni.
La cultura della connessione va benissimo al capitalismo tecno-finanziario globalizzato perché lascia i cittadini nella dispersone, non genera un movimento di democratizzazione, non promuove la coscienza critica.
Il contatto differentemente implica un recupero di senso della realtà, ti riporta a riscoprire la terra, le piante, gli animali, le persone, le relazioni, i valori concreti e viventi. Ti riporta a te stesso superando l’illusione dell’individualismo e gli altri (tutti più o meno “stranieri agli occhi dell’io autocentrato”) oltre il delirio dei respingimenti.
L’espressione politica della perdita di senso della realtà indotta dalla logica incrociata del capitalismo e della tecnologia elevata a un universo inglobante l’abbiamo davanti ai nostri occhi, con la desolante rappresentazione dei balletti della politica italiana attorno alla diarchia emergente. In pratica il mercato vuole cittadini soli e dispersi, capaci di connettersi ovunque ma disabituati a qualsiasi relazione con la realtà. Per superare l’illusione dell’individualismo bisogna recuperare la “cultura del contatto”. Con il territorio e le sue presenze originali, con le persone implicate nella loro attività, con la comunità civile in cui gli attori di altra economia sono inseriti, con le altre soggettività che ugualmente puntano a far nascere una nuova forma di organizzazione economica. Questo sarà anche il loro apporto alla rinascita della politica in Italia.

Cordialità
Paolo Pagliani

TROPPI MORTI SUL LAVORO

88853e47d33c106c60998658478cf5ce

Gentile direttore, persino le grida di allarme nel feroce scambio di battute post-elettorali sono rimaste inascoltate. In nessun discorso e programmi dei politici hanno meritato una riflessione significativa le amare cifre dei decessi sul lavoro e nemmeno l’intenzione di come affrontare il fenomeno. Sono oltre 13 mila le morti bianche negli ultimi dieci anni con un incremento nel 2017 di una trentina di casi sul 2016. I lavoratori muoiono perché cadono dalle impalcature, sono investiti o schiacciati dai mezzi, bruciano in aziende che non hanno adeguati sistemi antincendio, soffocano in cisterne non aerate. Le leggi ci sono, i sindacati le hanno ottenute e i controlli almeno nelle grandi società dovrebbero funzionare. Ma la mancanza di rispetto o addirittura l’assenza delle norme sulla sicurezza, testimoniano una crudele continuità; per non parlare di infortuni (oltre 600 mila). Così si prosegue a morire come in passato. La competizione con mercati sempre più esigenti, la paura di perdere se non si è all’altezza delle richieste, la necessità/volontà di restringere i tempi della produzione, annullano la percezione del pericolo nei datori di lavoro e nei dipendenti. Si ha l’ impressione che i morti sul lavoro siano il prezzo da pagare per avere un impiego. E non solo al Sud arretrato. Sono le maggiori regioni con i più alti livelli occupazionali, (Lombardia in testa), ad avere il maggior numero di vittime. Nelle proposte legislative il lavoro è preso in considerazione solo per regolare qualche stortura e per rendere più fluidi i meccanismi di mercato. E, tuttavia, ci ostiniamo a pensare che non sia sempre così. Che qualcuno, alla fine, darà una risposta a una emergenza troppo dolorosa perché sia ancora taciuta.

Cordialità
Paolo Pagliani

PECORE TOSA ERBA A ROMA

grass

Caro direttore, mentre ironia e ilarità ancora accompagnavano l’annuncio del Comune di Roma di voler far ricorso a pecore tosa erba per affrontare l’emergenza verde pubblico nella Capitale, ecco entrare in campo anche le mucche come risorsa aggiuntiva proposta dall’Amministrazione. L’idea di <<assumere>> animali per far fronte all’incuria e all’abbandono di parchi e ville della città dove prosperano erbe infestanti, fioriture spontanee, rovi e forasacchi che superano il metro di altezza, era stata accolta come un buon rimedio alla penuria di giardinieri e mezzi meccanici persino dal WWF che avrebbe addirittura suggerito nella task force di quadrupedi, anche gli asini << basta avere il controllo delle bestie>>. Utilizzo quest’ultimo già sperimentato ma con risultati altalenanti a Treviso con asinelli dediti allo sfalcio ecologico (il progetto durò poco tempo poi venne abbandonato). Si arriverà ad un accordo con Coldiretti Lazio per affrontare con urgenza Villa Borghese, Villa Torlonia, il Laurentino e altri. Ma con 50 milioni di metri quadrati di verde che attraversano la Città Eterna, c’è tanto da fare anche sul fronte della biodiversità: ora soltanto il 3% del pecorino si produce qui. Ed è davvero poco.

Cordialità
Paolo Pagliani