QUANDO L’AZZARDO SACCHEGGIA L’ANIMA

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Gentile direttore, il Natale è vicino, come dimostrano pandori e panettoni nei supermercati  l’ennesima (l’undicesima nel solo 2017) lotteria istantanea indetta dai Monopoli: un gratta e vinci ispirato alla ricorrenza che celebra la nascita di Cristo e intitolato “Magia di Natale”. Mi domando fino a che punto dovremo sopportare questa mercificazione, che non risparmia neppure le solennità più importanti. Anche nella dimensione “laica” cosa c’entra con il Natale il gioco d’azzardo? Di questo passo il prossimo anno all’approssimarsi della Settimana Santa verrà indetta “Pasqua d’oro” o qualcosa del genere. Queste lotterie che riguardano pure la cristianità rappresentano il solito inganno e costituiscono il consueto attentato alla salute delle persone. E’ una squallida scelta ma l’industria dell’azzardo di massa, dopo aver colonizzato ogni luogo fisico, ora dà l’assalto ai luoghi dell’anima e del cuore, con sommo disprezzo del pudore. Lo fa con i gratta e vinci, talvolta considerati a torto una forma “minore” e meno pericolosa d’azzardo. Niente di più falso. Se nelle sale, accanto alle luci, colori e suoni, apparisse una slot ispirata al Natale, probabilmente lo scandalo sarebbe difficile da assorbire. Ma un gratta e vinci è meno vistoso, sembra innocuo, così stanno tentando il colpo contando sull’assuefazione dei clienti. Ennesima dimostrazione di mancanza di ritegno, vergogna e semplice buon gusto, della sempre più avida industria dell’azzardo di massa.
Cordialità
Paolo Pagliani
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RANCORE NUOVO MALE ITALIANO

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Ci sono delle persone che per tutta la loro vita serbano rancore a un mendicante perché non gli hanno dato niente.
Karl Kraus

Gentile direttore, l’Italia ha ripreso a crescere bene, è uscita dal tunnel, export e turismo hanno messo a segno risultati da record ma tutto questo non impedisce che in parallelo dilaghi il rancore. Che assieme alla nostalgia finisce tra l’altro per condizionare la domanda politica di chi è rimasto indietro ingrossando le fila di sovranisti e populisti. Il fenomeno non è certo nuovo ma ora investe anche il ceto medio e si fa molto preoccupante perché contemporaneamente <<l’immaginario collettivo ha perso la sua forza propulsiva di una volta e non c’è più un’agenda condivisa>>. Così il Censis dipinge gli italiani, non tutti ma una bella fetta e non sorprende, che i gruppi sociali destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione, siano anche i più sensibili alle sirene veementi dell’antipolitica, o al contrario a caccia di indifesi e marginali capri espiatori, dagli homeless ai rifugiati. L’astioso linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica. Adesso nelle fasce d’età più giovani (gli under 30) i vecchi miti appaiono consumati e stinti, soppiantati dalle nuove icone contemporanee. Nella mappa del nuovo immaginario i social network si posizionano al primo posto (33%), poi resiste il mito del <<posto fisso>> (29%), però seguito a breve dallo smartphone (27%), dai tatuaggi (23%) dai selfie (22%), prima della casa di proprietà (17%) e del buon titolo di studio (14%). Non è proprio un bel sentimento il rancore, un’emozione silenziosa che rode e corrode, la cui origine latina parla di qualcosa di acido, di guasto: <<un’ulcera dell’anima>>. E’ l’odio che teniamo represso quando ci viene impedito di parlare liberamente del modo in cui siamo stati feriti, umiliati o frustrati, una ferita provocata dalla nostra dipendenza dagli altri. Una ferita a cui ci si aggrappa, tenacemente covata nell’animo in seguito a un’offesa o a un torto subito. Reale o presunto. Spesso però nel nostro mondo il risentimento fa anche rima con lamento e malcontento. Come diceva Karl Kraus: <<Ci sono delle persone che per tutta la loro vita serbano rancore a un mendicante perché non gli hanno dato niente>>.
                                                                                  Cordialità

CORRUZIONE E INDIFFERENZA SOCIALE

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Gentile direttore, nei dibattiti pubblici discutendo delle cause della corruzione in Italia (61° posto nel mondo), si indica in modo più o meno larvato quello che sarebbe un aspetto del carattere dei nostri concittadini, di cui spesso ci si vanta pure: e cioè la furbizia e le scaltrezze italiane, la capacità dell’italiano medio di saltare le code, di evitare le regole, di fare di testa sua nella gestione delle vicende della vita. Cosa è la corruzione se non un modo <<furbo>> e <<scaltro>> per aggirare le regole ed evitare inutili lungaggini o impedimenti burocratici di qualsivoglia tipo? Dietro questo argomento, a ben vedere, si nasconde una sorta di inaccettabile pregiudizio dal vago sapore razziale, come se gli italiani fossero per loro natura antropologicamente dediti alla corruttela. E’ un atteggiamento odioso ed intollerabile la qualificazione dell’italiano tipo come uomo disonesto, prevaricatore, anarchico, insofferente alle regole, votato all’illegalità. La presenza nel nostro Paese di una corruzione sistemica e radicata non è certo il frutto di un modo di essere cittadini ma è la conseguenza di un retaggio culturale, di lasciti della storia più o meno recente, di cui bisogna al più presto liberarsene. L’esperienza che ci viene dai nostri tanti concittadini trasferitisi (provvisoriamente o definitivamente) all’estero, che avulsi dal contesto originario e inseriti con diverso substrato culturale, si adeguano perfettamente a esso e si comportano da cittadini modello. La corruzione, in sostanza, non è soltanto un fenomeno amministrativo, da combattere con le armi della prevenzione nei palazzi della burocrazia e del potere. Essa, invece, è principalmente una malattia sociale, da contrastare con l’affermazione di un nuovo modello di cultura, in particolare di un’etica delle regole, del merito, della concorrenza, elementi che diventano pilastri della strategia per impedire l’insorgenza e la diffusione del morbo. Dobbiamo reagire mettendo in campo la più forte determinazione di cui disponiamo per essere e unire le persone oneste, competenti, capaci ed eticamente responsabili. Solo così potremo davvero trovare delle possibili soluzioni ai problemi del nostro tempo, ai corruttori e corrotti, come dice Papa Francesco, sono <<spuzza>>, <<uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini>>.

Cordialità Paolo Pagliani

IL NOSTRO STARE INSIEME

Egr. direttore, sta maturando con grande fatica, tra rigurgiti di nazionalismo, localismo, settarismo, neofascismo, populismo, razzismo e xenofobia, la coscienza del mondo. Ma essa c’è e cresce. Questa è la certezza che siamo una sola umanità, fatta di tanti volti, storie, tradizioni, differenze relative, ma pur sempre la stessa umanità sulla terra che ci ospita. Nessuno è padrone, nessuno accoglie senza nel contempo essere a sua volta accolto per un verso o per l’altro. Nessuno può dire “prima noi”: tutti siamo tenuti a scoprire cosa voglia dire affrontare i problemi insieme. La fraternità e le sororità etiche dove ognuno riconosce che la sorte degli altri lo riguarda, sono lo statuto del nostro stare al mondo. L’antropologo A. Appadurai ricorda che in India si sta rafforzando un cosmopolitismo dal basso dove proprio i più poveri, anziché accanirsi contro chi è diverso e magari anche più povero di loro, imparano ad accogliere le differenze, ad apprezzarle, ad affrontare insieme i problemi posti dall’esclusione sociale e dal potere dominante. Egli ci ricorda che “l’obbligo di essere cosmopoliti è una assoluta condizione di sopravvivenza della democrazia profonda”, cioè di quella democrazia che è un modo di convivere lavorando all’attuazione dei diritti di tutti. Le identità particolari non hanno il diritto di spezzare l’unità della comunità umana universale. Non c’ è mondo comune senza coscienza etica e non c’è futuro senza che la cultura della democrazia si sviluppi.
Cordialità
Paolo Pagliani

LA STAMPA NON E’ ANTIQUATA

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Gentile direttore, leggevo giorni addietro che non sarebbe saggio sottovalutare l’importanza dei mass media ma sostenere il quotidiano e il settimanale stampato. Non è meno importante che in passato. A mio avviso si tratta di integrarli e dare prova di rispetto per chi fa più fatica ad aggiornarsi. Chi scrive, chi parla alla radio locale, chi alimenta il sito internet del quotidiano, è “giornalista di prossimità”, che vive il territorio, che conosce la realtà che descrive, che è in relazione con le persone cui si riferisce. Questi media territoriali hanno il mandato di raccontare dal di dentro le periferie, esistenziali e fisiche lavorando in sinergia con i media nazionali. Non penso che internet e gli smartphone siano destinati a sostituire la stampa quotidiana e periodica, cioè giornali e riviste. Se i quotidiani (e i settimanali) vendono un minor numero di copie, non significa che sono strumenti di comunicazione ormai obsoleti ma questa invece si arricchisce, avvalendosi di strumenti complementari e più specializzati. Il sostegno alla stampa ritengo non possa venir meno, conviene piuttosto fare uno sforzo di aggiornamento e abituarsi ad utilizzare più di uno strumento. Sarebbe utile un atteggiamento sempre più responsabile e costruttivo anche da parte di noi comuni lettori o fruitori evitando tendenze di passività che sfociano nella rassegnazione.
Cordialità
Paolo Pagliani

RICORDANDO IL 2 NOVEMBRE

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Gentile dr. Fiori anche in questi giorni tristi, la morte oggi è divenuta l’ innominabile. Nella società odierna si tende a “isolare” il defunto e a distanziarsi da esso trascurando la partecipazione e l’accompagnamento. Ormai tutto avviene come se noi e tutti quelli che ci son cari, fossimo più mortali. Oggi non si può nemmeno nominarla. L’anziano e il moribondo sono presi in carico dall’ospedale e dalle medicine delle case per anziani, sottratti ai loro congiunti prima ancora di essere morti. Il decesso non è più un fatto sociale, interessa solo al massimo i familiari. Non si esita a farli morire nei nosocomi o case per anziani, un funerale in forma strettamente privata, magari in una Cappella ospedaliera e via al Cimitero o al crematorio.. Il morire è spogliato di ogni significato umano e ridotto a puro evento biologico a cui le persone partecipano solo in maniera passiva. Tempi addietro, ricordo che il parroco e un piccolo gruppo di fedeli, si recavano presso la casa del defunto chiedendo ai familiari se potevano sostare a pregare. Credo ci sia da riflettere sulla morte nell’ attuale contesto socio-culturale.
Cordialità
Paolo Pagliani

TENUTA DEMOCRATICA DELL’ ITALIA

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Gentile Direttore, ricordo un parlamentare che tempo addietro ha speso parole significative in tema di migranti e di scelte di governo sulla questione temendo un rischio per “la tenuta democratica” del Paese. Ma se questa è minacciata dall’arrivo di 200 mila migranti l’anno – su 60 milioni di abitanti – allora abbiamo un problema assai più serio. La propaganda elettorale – ormai del tutto, e per tutti, incentrata sul capro espiatorio – evita sistematicamente di citare e di affrontare, dedicandosi a chi la spara più grossa in questa lotta tra poveracci che ci vede agguerriti protagonisti. E’ sempre facile prendersela con l’ultimo della lista, il più debole: è un fenomeno ampiamente studiato. Solo che poi arriva il giorno in cui l’ ultimo della lista sei tu. Che cosa minaccia la “tenuta democratica” della Nazione? Certamente un rigurgito fascista in nome di una equivoca “libertà di pensiero” e praticare forme di azione da regime. A questo si accompagna una strisciante diffusione del razzismo nella nostra società, sdoganato ai più alti livelli, tollerato e non condannato, cavalcato e strumentalizzato. Non vanno poi taciute le forme diffuse di misoginia e sessismo: accettate impunemente, ignorate vigliaccamente; l’ invocazione allo stupro come azione rivendicativa, logora la “tenuta democratica” ma nessuno ci sta facendo campagna elettorale. Semmai assistiamo all’ ascesa di politici senza competenza, senza esperienza, senza nemmeno una formazione adeguata ma dotati solo di grande arroganza, derivata da un supposto, ma tutto da verificare, mandato popolare. Questa generazione di classe dirigente sì che è una minaccia alla “tenuta democratica”. Come è la dispersione scolastica, l’ abbandono universitario, la precarietà lavorativa dei giovani e non solo. La mafia e la corruzione. Chi inneggia all’ evasione fiscale, all’ abusivismo, alla xenofobia. Chissà com’ è, noi invece ci preoccupiamo di chi arriva con il barcone.
                                                                                                       Cordialità
                                                                                                    Paolo Pagliani