PAROLE VUOTE SUL WEB

bakunin_fondo-magazineGentile direttore, la sempre crescente diffusione e l’uso smodato sei social network ci hanno ormai abituato alla frenesia di comunicare la propria opinione su qualsiasi argomento, da cui pochi sembrano immuni. Pur di dire qualcosa e pur di dirlo con la massima urgenza, gli internauti popolano la rete con dichiarazioni spesso sgrammaticate, mancanti ovvero ridondanti di punteggiatura e di maiuscole, che a loro volta possono generare sequele di commenti altrettanto frettolosi e scomposti, accompagnati da faccine che sintetizzano ancor più velocemente gli stati d’ animo. Se c’è un naufragio di migranti spesso non manca quello che dice: <<Lasciateli andare a fondo>>.
E così via. Gli interventi pacati, meditati, articolati, non sono molti. E’ come un muro il social network, su cui incidere i propri graffiti. D’ istinto: ciò che sale, anche dalle viscere. Forse la ragione sta nell’ avere ormai sempre in mano uno smartphone e dei momenti vuoti? Senza firmare con nome e cognome, senza essere, almeno in molti casi, identificabili. Perché di persona, certe cose non si oserebbe dirle, sentendosi responsabili di ciò che si dice. E soprattutto si guarda l’altro negli occhi, e i suoi occhi ci guardano. E forse, al di là degli insulti, è proprio questa vaghezza, questa collettiva irresponsabilità che fa, a volte, dei commenti sui social un vento di parole vuote.
Cordialità
Paolo Pagliani
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NON ALIMENTIAMO LA MACCHINA DELL’ ODIO

odio_by_proyectocabra-d68nmfuGentile direttore, sono tempi davvero bui, quelli in cui un libero cittadino viene “arrestato” o preso a sassate da un gruppo di sconosciuti mentre cammina per la strada.
Se poi la persona in questione è un ex deputato ora consigliere a To (O. Napoli) e una onorevole della Repubblica (D. Santanchè), i brividi lungo la schiena di qualsiasi italiano di buon senso dovrebbero aumentare. Perché vuol dire che la macchina dell’odio alimentata con palate di populismo, demagogia, ignoranza e paura sta macinando strada e incontra sempre meno ostacoli. E non si parli di goliardia o di provocazione, per favore. E’ stato necessario l’intervento della Forza pubblica in soccorso dei malcapitati.
Ma dove si vuole arrivare con i forconi, “vaffa” e “li scoveremo casa per casa”? Questa è una china terribile potenzialmente senza ritorno. Lo insegna la storia: subito dopo ci sono i manganelli e l’olio di ricino. Poi il mitra. Ci pensi bene chi non lascia mai senza carburante la macchina dell’odio, perché un giorno potrebbe finire anche lui sotto le ruote.
Paolo Pagliani
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SELFIE E SORRISI

donna-che-fa-selfie-con-i-pollici-su-firenze-51834773Gentile direttore, avendo la comodità dell’alta velocità a RE, pochi giorni fa in compagnia di amici siamo stati a Firenze per farla anche conoscere a uno di noi che non c’era mai stato. Nella stupenda città che da sempre mi attrae, trovo sempre diversità; ad esempio una volta si fotografava maggiormente ricordando le comitive giapponesi mentre oggi nei selfie tutti sorridono, fotografandosi da soli continuamente, quasi ossessivamente pure con smorfie. In Piazza della Signoria una scolaresca era totalmente impegnata a fare scatti ai compagni e quasi indifferente a quello straordinario spazio. Una inconsapevole idolatria di sè, della propria immagine, sempre esibita con lo stesso sorriso di ordinanza. Certamente il sorriso, questo atto tipico dell’uomo perché – come diceva un poeta spagnolo del Cinquecento – <<solamente l’uomo ride e nessun altro animale>> – può aprire uno squarcio di serenità e di simpatia in un mondo cupo e scontroso. Adesso però non fotografiamo nemmeno il David di Michelangelo ma noi stessi, sorriso automatico e David in secondo piano. Particolare da poco se vogliamo, eppure indicativo di una certa crescita abnorme dell’IO, marchio del tempo in cui viviamo. Diversi invece davanti all’obiettivo sono uomini e bambini di Kigali (Rwanda) che si mostrano con i loro bianchissimi denti con un sorriso bellissimo. Hanno sorrisi veri, genuini, occhi splendenti i bambini che giocano fra baracche e periferie, e che si meravigliano davanti ad uno smartphone, perché, loro, nessuno li fotografa mai. Oggi noi siamo infestati da sorrisi; ma che durata hanno e tante volte che valore hanno? Forse dovremmo imparare a riappropriarci del vero senso del sorriso.
Cordialità Paolo Pagliani
rinaldopace_13

MIGRANTI INDISPENSABILI

bandierabambini13Gentile direttore, gli europei diventano sempre più vecchi e si riproducono sempre meno, l’Italia in particolare, è all’ultimo posto nella graduatoria con una natalità di circa l’ 8 per mille. Nel nostro Paese risiedono circa 5 milioni di stranieri, di cui un milione e mezzo da altri Paesi UE e altri extracomunitari. All’ingrosso un terzo sono bambini mentre due milioni e mezzo lavorano versando oltre 10 miliardi in contributi previdenziali, utili all’ INPS per le sue anemiche casse e dunque a pagare la pensione a oltre 630 mila italiani. Degli stranieri solo uno su cento ha più di 75 anni, tra gli italiani uno su dieci. Se vogliamo mantenere dunque l’attuale tenore di vita, avere il Pil con il segno più, i forestieri non sono utili: sono indispensabili. E sempre più lo saranno nel futuro, se i tassi di fecondità attuale resteranno inalterati. Le cifre impietose dicono questo. Gli “impresari politici” della paura preferiscono però alzare il livello d’allarme sociale percepito, quello che orienta il voto degli elettori. Dove trova cittadinanza la reboante parola “invasione”. E’ vero che la nostra Nazione è soprattutto di transito verso il centro e il nord del Continente, ma le immagini degli sbarchi lungo le coste del sud fanno audience e ci si ferma alle impressioni. Se cominciassimo davvero a pensare all’Europa come ad uno spazio comune, se ragionassimo in termini comunitari per le persone e non solo per la moneta, persino gli ultimi record di ingressi, rappresenterebbero lo 0,2 dei 520 milioni di abitanti totali. Un po’ ridicolo chiamarla invasione.

Cordialità
Paolo Pagliani

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SPIRITO COMUNITARIO

ape-divertente-dolce-divertente-occhiali-da-sole-magliette-maglietta-da-uomoGentile direttore, che meravigliosa lezione ci può insegnare l’ape, un insetto che se solo lo osserviamo, analizziamo le sue abitudini e pensiamo. L’essere umano è circa cento volte più grande di un’ape ma questa è cento volte più grande dell’uomo come intelligenza. Siamo arrivati su pianeti e attuato cambiamenti meravigliosi sulla Terra ma una cosa non abbiamo fatto: scoprire cosa abbiamo nella testa. Un’altra cosa che non abbiamo scoperto è lo spirito comunitario. Dobbiamo prendere atto che c’è qualcosa nel mondo per cui lavorare sia più grande del nostro benessere personale. Lavoriamo per scopo egoistico, cioè di portare via alle altre persone che lavorano ciò che hanno acquisito. Ci risulta, infatti, ancora nascosto, lo “spirito dell’alveare” a cui le api si attengono; immagazzinano il miele per il loro bene mentre noi accumuliamo denaro con cui strangolare il nostro concorrente per un guadagno personale. C’è un decreto nel “regno delle api” in base al quale tutti coloro che non lavorano se ne debbano andare. Non è una cattiva idea! La maggioranza sono operaie e la più grande lezione che ne possiamo trarre da loro è quella dell’altruismo. Lavorano con spirito di comunità, riconoscono qualcosa di più alto dell’individuo. Lavorano per le proprie compagne api e non contro di loro. Conservano il miele in un magazzino comune, dal quale l’intero alveare può mangiare. Vorrei immaginare noi esseri umani, egoisti, taccagni e presuntuosi, fare altrettanto. Oppure condividere il prodotto delle nostre fatiche con i nostri simili, a meno che nel fare questo non otteniamo più più di quanto diamo! Per alcuni aspetti l’uomo si è evoluto più dell’ape ma non è possibile che si sia distolto dal progetto della Natura quando ha scartato lo spirito “comunitario”, ha incominciato a far fallire i propri simili e a defraudarli di ciò che essi accumulano. Non non professiamo di sapere quali siano i piani della Natura, ma sospettiamo fortemente che prima che l’uomo possa godere delle benedizioni che sono qui e a sua disposizione, debba superare lo spirito di avidità, la tendenza a ottenere senza dare, tornare all’abitudine delle api e lavorare per “l’alveare”! Senza ombra di dubbio, molti esseri umani hanno capito che l’unica vera felicità di cui godono: è quella che deriva dal servire i suoi simili.

Cordialità
Paolo Pagliani

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BUFALE SUL WEB

strillone-bufalaGentile direttore, l’espressione bufala leggo che si manifesta sempre più frequentemente sino a diventare un mantra. La usano politici, intellettuali, giornalisti che arrivano a scandire: <> oppure: <>. Il risultato è una inversione dell’onere della prova che oltraggia impunemente la logica: “Siccome nessuno ne parla, è vero”. Il gioco funziona perché si innesta in un terreno fertilissimo, la sfiducia cronica nella comunicazione ufficiale e istituzionale, i cui attori avranno anche delle responsabilità in questa degenerazione ma non al punto da doversene caricare la colpa. La prova che i vaccini provocano menomazioni ai bambini? Il silenzio degli scienziati. La conferma che i cieli sono avvelenati dalle scie chimiche? Il black out dei “giornaloni” sul tema. I migranti pagati 40 euro al giorno? La politica ha paura di farcelo sapere. Additandone la presunta censura qualsiasi bestialità può essere inoculata nel dibattito pubblico e nel nostro Paese segnato da una storia reale di omertà e depistaggi, l’effetto è decuplicato. Certamente esistono centrali premeditate di disinformazione e tribuni pronti a incassarne la cedola ma il problema è la buona fede delle “menti sospettose” sulla propensione al complottismo, che alberga in ognuno di noi e si autoalimenta nella società. La forza di questo mantra collettivo, “a mia insaputa”, è la sua spontaneità, la convinzione di esser tenuti all’oscuro di trame superiori che prolificano nei momenti di crisi e di risentimento sociale. Il nostro dibattito pubblico si può paragonare sempre più a una notte in cui tutte le vacche sono nere. Quanto all’esistenza di quelle bianche, in troppi sono ormai pronti a crederci solo a patto che nessuno ne parli.
Cordialità
Paolo Pagliani
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DIAMO SPAZIO A FESTA E FAMIGLIA

fucecchiITGentile direttore, nel vedere aperti anche per Pasqua diversi supermercati dovrei essere sorpreso ma ormai il negativo fenomeno è in forte crescita; non rimarrei stupito se lo fossero pure a Natale. Nonostante sia ampiamente dimostrato che aprire gli esercizi commerciali la domenica non crea nuova occupazione né fa crescere i consumi, sono sempre più numerosi gli immensi striscioni di tanti negozi e outlet, a ricordare chi passa, che quell’esercizio resta aperto anche nei giorni festivi. La Germania che è considerata la locomotiva dell’economia dei Paesi europei, ha invece una tradizione totalmente opposta, come la Svizzera, ma non pare che ci abbia rimesso in occupazione e consumi. Nell’arco dell’anno, (da loro), solo poche (3-4) domeniche si possono tenere aperti i negozi. E’ molto triste vedere come molte famiglie sembrano non avere tanto di meglio da fare nei giorni di festa che trascorrere ore e ore nel chiuso di un supermarket, anche quando il bel tempo incoraggerebbe a fare una passeggiata all’aria aperta, giocare con i figli, in bici al contatto con la splendida natura, o per visitare monumenti e luoghi d’arte di cui non possiamo certo lamentarci d’essere carenti nelle nostre città. <<Se non si rispetta la domenica, non si avrà rispetto nemmeno per chi è disoccupato, e il lavoro diventerà schiavizzante e oppressivo>>. Senza forti valori il consumismo ci rende schiavi. E’ un idolo che mira a frantumare la famiglia, allettandola con una falsa felicità. Resto fermamente convinto che il lavoro e la festività siano intimamente collegati con la vita delle persone: ne condizionano le scelte, influenzano le relazioni tra i coniugi, fra i genitori e i figli, incidono sul rapporto della famiglia sulla società. Ho letto pochi giorni orsono di quell’imprenditore che quando ha comunicato ai propri dipendenti che per Pasqua non si lavorava, su molte mamme e papà ha visto brillare gli occhi e l’ accenno di un sorriso. Ne è valsa la pena, altro che qualche spicciolo in più.

Cordialità ed auguri
Paolo Pagliani

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