VITE SOMMERSE

dsc_0160Gentile direttore, nella giornata del migrante che cadeva domenica scorsa, in molti non hanno dato la rilevante importanza a questa vicenda che ha provocato nel 2015, 3200 dispersi, il doppio dell’anno precedente segnala la fondazione Migrantes. Cosa convince a salire su una barcaccia insieme ad altre centinaia di persone e sfidare il mare? Il buio tutt’intorno e il silenzio rotto solo dallo sciabordio delle onde sulla tela di un vecchio gommone. Il freddo e la paura che penetrano sottopelle, gli spruzzi salati sul volto e quell’acqua profonda, nera come un nemico pronto a inghiottirti. Chiudiamo gli occhi per qualche minuto e proviamo a immaginarci così, in mezzo a un mare che vediamo per la prima volta, vestiti d’angoscia e con un pensiero fisso: scappare. Scappare dai bombardamenti, fuggire da un destino di persecuzione, abbandonare una casa e una terra ridotta a macerie, una rete di parentele e amicizie fatte a brandelli da un odio cieco. Alle spalle solo sangue, morte e fame. Davanti il buio, l’incognito e un’unica speranza di salvezza: l’approdo in un’altra terra, con altra gente, sconosciuta certo, ma non per forza nemica. Proviamo a tenere ancora chiusi gli occhi e pensiamo ora di non essere soli in quel canotto ma di aver portato quanto di più caro abbiamo: la moglie o il marito, i figli, perchè stiamo fuggendo dall’inferno e non lo faremmo mai da soli. E mentre pensiamo, già un’onda più vigorosa si alza, un’altra ancora e il gommone oscilla forte alla deriva senza timoniere. L’acqua si riversa dentro e i bambini prima muti strillano, si agitano terrorizzati. Ne afferriamo uno mentre il canotto si ribalta, l’altra mano cerca la moglie e il piccolo. Ecco, “tieniti forte, resta aggrappato, no non lasciare la mia mano, non lasciare…” Basta, riapriamo gli occhi. Grazie a Dio siamo a casa, tranquilli. e fatichiamo persino a immaginarci – noi e i nostri piccoli che ora stanno giocando – in una situazione così drammatica.

Cordialità
Paolo Pagliani

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