Illusione e realtà nel camerino di Camillo III Gonzaga conte di Novellara e Bagnolo (RE)

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Dopo i Carracci e Guido Reni (1575 – 1542) la cui arte condizionò quasi due secoli di pittura, nel nostro paese (e non solo) fu la famiglia di architetti e scenografi dei Galli Bibiena a dare un’impronta unitaria al gran mondo dell’illusionismo teatrale dell’ultimo Seicento e Settecento.
La loro arte ebbe aspetti così originali da fare, della famiglia, una dinastia ad altissima specializzazione tecnica.
Nel medesimo tempo essi furono depositari di una nuova scienza prospettica.
La loro arte ebbe nella città e nelle corti italiane e straniere ma vastissima e capillare diffusione.
A Bologna, Ferdinando (1667 – 1743) e Francesco (1669 – 1739) Bibiena si dedicarono, con passione, alla pittura e allo studio della prospettiva per dedicarsi poi a due generi artistici a quel tempo molto richiesti: la scenografia e la quadratura, vale a dire l’architettura dipinta.
Le pareti e gli interni non erano per i Bibiena spazi e architetture senza storia bensì spazi vivi da valorizzare.
Con la scenografia e la quadratura essi diventavano illusionisticamente “assai meravigliosi”, proprio come nelle quinte teatrali e sui fondali di un palcoscenico.
Ferdinando e Francesco lavorarono nelle principali corti europe, Barcellona (1704),Vienna (1704), Nancy (1708).
Al rientro in patria insegnarono presso la giovane Accademia Clementina di Bologna (fondata il 2 gennaio 1710) che in questo modo preparò un alto numero di scenografi, decoratori di palazzi, costruttori di teatri i quali con le credenziali di “allievo dei celebri Bibiena” furono molto ricercati dagli impresari teatrali e dalla classe nobile del Settecento italiano ed europeo.
Dall’Accademia usciranno anche i loro figli e nipoti, pronti a cimentarsi in quest’arte affascinante.
La famiglia Bibiena durante tutto il Settecento diede un contributo straordinario per originalità e freschezza alla scenografia e alla quadratura. Le corti, i teatri, le chiese, i palazzi e più in generale gli “interni” e gli “esterni” furono i luoghi dove operarono.
Anche molti pittori della scuola dei Carracci e di Guido Reni si dedicarono, con esiti di straordinaria qualità, a quest’arte.
Senza avere la pretesa di essere esaurienti ricordiamo: Jean Boulanger (1606 – 1660), Agostino Mitelli (1609 –1660), Domenico Canuti (1626-1684), Carlo Cignani (1628-1719), Felice Cignani (1658 – 1724), Giovanni Antonio Burrini (1656 – 1727), Marcantonio Franceschini (1648 – 1729), Giuseppe Rolli (1652 – 1727)… e Paolo Antonio Paderna (Bologna, 1649 – 1708) e Giacomo Bolognini (Bologna, 1664 – 1734) autori delle decorazioni del camerino di Don Camillo III Gonzaga Conte di Novellara e Bagnolo, nonché Grande  di Spagna di prima classe.
Ma è con i Bibiena che quest’arte ha toccato il vertice più alto.
Ferdinando Galli Bibiena fu chiamato a Reggio nel maggio del 1688 per allestire, in occasione della Fiera della Ghiara, Hierone tiranno di Siracusa, dramma di Bernardo Sabadini. Entrambi i fratelli sono in Reggio anche nel marzo 1696, interessati a restaurare il Teatro delle Commedie.
Quanto alle decorazioni prospettiche del reggiano i documenti d’archivio ci portano soprattutto nel Settecento, anche se non bisogna dimenticare Lelio Orsi (1511 – 1587) e la sua scuola.
La chiesa di San Nicolò, la sagrestia dei gesuiti in San Giorgio, le sale e scalone del Palazzo Gabbi Trivelli, gli scaloni dal palazzo Trivelli ora I.N.A. , il Collegio delle suore di San Vincenzo, Casa Magnamini, palazzo Linari e il salone di palazzo Masdoni  furono tutti decorati nel secolo XVIII.
Numerosi e di prima grandezza gli artisti reggiani che si sono occupati con successo di scenografia e quadratura.
Ne elenco alcuni: Giovanni Antonio Paglia (- 1765), Prospero Zanichelli (1689 – 1772), Francesco Fontanesi (1751- 1795), Cesare Carnevali (1762 – 1841), Giovanni Paglia (1767 – 1856) e i  novellaresi Carlo Bolgeri (1741 – 1824), Giovanni Brioni (1759 – 1831), Felice Vezzani (1856 – 1930) e Tacito Confetta (1890 – 1989).

Il camerino di Camillo III Gonzaga

La decorazione di cui ci occupiamo è stata vista e descritta, per la prima volta, da Alfonso Garuti il quale l’attribuisce ad un anonimo pittore bolognese della metà del sec. XVII (A. Garuti, NovellaraLa Rocca e il Museo Gonzaga, Calderini pagg. 10,19). In realtà, come dimostra il registro delle spese del Conte Camillo III Gonzaga conservato presso l’Archivio Gonzaga di Novellara – reg. 185, pag. 150, appartiene ai bolognesi Paolo Antonio Paderna e Giacomo Bolognini con l’aiuto di un giovane chiamato “ Milano”. I pittori hanno eseguito l’opera nel 1687, contemporaneamente, alla decorazione del quinto camerone del Casino di Sotto, residenza estiva dei Gonzaga.
Questo camerone è stato demolito nel 1860.
Va detto che il camerone è stato impreziosito da stucchi eseguiti da Giuseppe Maria Mazza (1653 – 1741) e Gio: Bernardo Burella con l’aiuto di tre anonimi stuccatori. Durante il lavori il Mazza si ammalò. La malattia lo tenne lontano dal lavoro per un mese. Fu curato a spese del Conte Camillo III Gonzaga.
Paolo Antonio Paderna (1649 – 1708)
fu discepolo di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino ( Cento 1591-Bologna 1666).
Dopo la morte del maestro passò alla scuola di Carlo Cignani.
Secondo Luigi Crespi, si dedicò a far “ paesi macchiati sul gusto del Guercino non solo a olio ma anche in acquarello o col semplice inchiostro, e li faceva di maniera così somigliante che hanno molti ingannato”. Dipinse la prospettiva nel giardino dell’Arcivescovo e “ molto ha dipinto” nel palazzo Albergati.
Giacomo Bolognini (1664 – 1734)
fu educato alla pittura dallo zio Giovanni Battista Bolognini.
Era un vivace lettore di libri di letteratura e un fertile pittore. Le sue opere furono molto richieste in Italia (Roma, Mantova, Venezia, Guastalla) e all’estero (Praga, Cadice). Venne aggregato all’Accademia Clementina di cui fu direttore nel 1714. Dipinse il San Francesco riceve le stimmate nella Chiesa dei santi Sebastiano e Rocco, il Cristo morto con la Vergine Maria e Maria Maddalena e la guarigione di un ossesso ora nella Pinacoteca di Bologna.
Per approfondire la figura e l’arte di Bolognini si consiglia la lettura del saggio di A. Mazza, Giacomo Bolognini, pittore accademico clementino, in Accademia Clementina, Atti e Memorie, 27, 1990, pag. 43 – 59.
Per quanto riguarda il “giovane Milano”  il Crespi, op. cit. pag. 150, suppone che sia lo sconosciuto Giacomo Milani. Probabilmente si tratta invece di uno dei figli (Giovanni Battista o Carlo) di Pier Francesco Cittadini (1616 – 1681) alias Milanese che ha lavorato per i Gonzaga di Novellara.
Riferiamo ora della spesa, veramente ingente, che il conte Camillo III ha dovuto sostenere per la stuccatura e la pittura del camerone e camerino.

Dicembre  1687

Spesa fatta nel far stuccare il Camerone e Camerino del Casino di Sotto dalli signiori  stuccatori Gioseffo Mazza e Gio: Bernardo Burella, bolognesi.
Alli detti doppie 70 a £. 52 l’una per sue fatture  che sono  £.3640
E più per  posti nel venir in tre a ritornare a casa con la carrozza a quattro cavalli a tutti spesi da S.E. £.200
Al Rossi ma per scoli darli per Giorgione per sua fattura di mesi 5 a £.15 £.75
Alli muratori e marangoni per la fattura delli ponti, con chiodi sia per li trati e squadratura delli medesimi £.60
Alli S. ri Rossi di Reggio per filo di ferro grosso e sottile £.45
E più 154 libre di chiodaria  servita per le statue e corniciatura delle stuccature pigliata da Adorno, e pesadura £.110
E più per pesi 163 ¼  di bianchetto a £. 2 il peso £.226
E più per pesi 200 scagliola con la condotta £.132
A Francesco mastro Altimano per havere macinato la suddetta scagliola £.46
Al Baroni per mezzo migliaro di quadrelli e un … di tavelle per mettere nelle cornici £.36
E più carra dodici di sabbione di quella del Crostolo £.18
E più barozzi n° 14 calcina a £ 31 il barozzo £.120
E più duoi sogly, dui coachi, dui badili, una zappa £.25
E più per il cibario delli tre stuccatori un garzione per cinque mesi che si calcola in un ducato al giorno sono giorni 150 £.1.800
E più per li medicamenti dati da li speziali dati Stefani.. al stuccatore Mazza che steti infermo in mese continuo £.202.11
E pui à losignolo per havere assistito al suddetto un mese per sua mercede e salario £.49
Totale £.7.222.11
Nota della spesa fatta nel far dipingere nel suddetto Camerone e Camerino delli Pittori Paulo Paderna e Giacomo Bolognini, bolognesi

Alli medesimi per sua fattura doppie 70 a £ 52 £.3640
Spesi sul venire e ritornare in sedia col suo cibario £.264.10
Dati ad un giovine detto Milano condotto seco £.46.10
Per colori provvisti in Bologna et in Reggio £.337
Per marsariccio per detti colori £.54
Al marangone per la fattura delli ponti con cliodaria e disfare £.80
Al muratore stabilitura delli quadroni con calcina £.70
Alli detti pittori per loro cibario in granftone (?) per venticinque che fano giorni 153 a £.16 al giorno sono £ .2.448
E per righe, dazi, carta, brocche, fazza et altro £.40
Totale £.6.980
AGNO, Corte d’Amministrazione II° parte. Casa, Corte, Camera, Entrate – Uscite del Conte Camillo III Gonzaga. Spese dal 1685al 1690 reg. 185 pag. 160. Dati inediti
Il camerino è formato da due piccoli vani comunicanti ricavati nello spessore delle muraglia del torrione  NORD-SUD, a piano terra della Rocca dei Gonzaga di Novellara (Reggio Emilia).
E’ voltato a padiglione piuttosto ribassato il quale s’imposta su una breve cornice.
A sud del primo vano e a nord del secondo, il muro presenta due incassi di cm.225x155x37: fanno pensare che alloggiassero due librerie. Due finestre di cm 73×70 si aprono a sguincio nel lato ovest: danno luce  e  aria al camerino al cui  le si accede da due porte di cm 255×90 che si aprono nella grande sala, a quel tempo utilizzata come sala da pranzo. Tutta la superficie dal cornicione in su è dipinta ad affresco che necessita di restauro.

Il primo vano misura cm. 520×235
La fascia di contorno presenta varie specchiatura con soggetti naturalistici che si rifanno alla raccolta del grande studioso bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605).
La sua raccolta costituiva e costituisce la più importante collezione di immagini scientifiche  presente in Italia. Oltre 2500 tempere di soggetto botanico, zoologico, mineralogio e teratologico e 2300 matrici xilografiche, rappresentano, contestualmente ai 17 volumi dell’erbario essiccato, il tesoro che il grande naturalista ha lasciato alla sua città.
Grandi vasi decorati contenenti fiori dai vivaci colori (tulipani, narcisi, garofani, gigli, campanule, peonie) si alternano a serti di frutta (uva, susine, nocciole, meloni, mele, fichi, pere, ribes, ghiande) e a uccelli in un paesaggio dal variopinto piumaggio (storni,tordi,  allodole, cardellini, gazze, merli, corvi, pipistrelli, beccacce, quaglie, usignoli, poiane… )
Nel lato sud un putto abbraccia un’aquila e un leone.
Su fondi bianchi e violetti gli artisti hanno costruito un’architettura dipinta a palchetti formata da una cornice a finta oro dalla quale telamoni bronzi e putti sorreggono un ulteriore cornice arricciata. Soluzione che pare ispirarsi a lavori di Domenico Canuti (L’apoteosi di Ercole in Olimpo), Giovanni Antonio Burrini (Pennacchi della cupole della chiesa dei celestini di Bologna) e a Marcantonio Franceschini.
Alle estremità due putti, tra una grossa aquila e cartiglio con la scritta HINC. LAUS. HINC. GLORIA che tradotto significa “da qui la lode, qui la gloria”.
Al centro un ovato con due amorini che si librano nel cielo.
Tra gli amorini un cartiglio con il motto UT. TUTA. QUIESCAT. che significa “Dove riposa al sicuro”.
Il secondo vano misura cm. 270 x 235.
La fascia di contorno presenta, come nel primo vano, specchiature con soggetti  naturalistici dai vivaci colori: fiori, trofei di frutta e, in un paesaggio, uccelli con una bellissima livrea.
Sui lato più corto, busti dipinti a monocromo bianco di due imperatori romani entro valve di conchiglia verde a fondo verde – grigio.
Sui lati più lunghi due telamoni branzei  reggono una cornice dipinta a finto oro.
Al centro medaglione con cornice bronzea, un putto su nubi reca un cartiglio privo di scritte.
I pittori hanno interpretato correttamente le diverse dimensioni dello spazio prospettico, decentrando gli assi visivi, moltiplicando i punti di vista e creando un palcoscenico in grado di alimentare una riflessione su pensiero, immagine e rappresentazione.
Il tutto rimanendo nell’ambito del “ virtuosismo virtuale”.
La decorazione infatti ha il fulcro nell’apparente dispersione dei centri ottici nei continui cambi di scena pur mantenendo uno stretto rapporto con i principi fondamentali della visione e della pittura di scena.
Anche il rapporto fra narrazione pittorica e pensiero appare soddisfacente.
A conclusione dell’esame della decorazione ci pare che gli artisti siano stati portatori di uno schema audace, di proposte narrative nuove, di una poetica efficace e trainante che li proietta nel Settecento.
Siamo, in questo lavoro, molto lontano dagli schemi, rigidi e privi di creatività, del Cinquecento e  del primo Seicento.

Sergio Ciroldi

Bibliografia di riferimento

  1. Carlo Cesare Malvasia, Felsinia Pittrice. 2 voll. Bologna 1678; ed  cons. 2 voll. , Bologna 1841
  2. Luigi Crespi, Vite di Pittori bolognesi non discritte nella Felsinea pittrice. Tomo III. Roma 1769
  3. Francesco Pasini, memoria ms. di Don Francesco Pasini, sacerdote in Bagnolo Archivio Gonzaga Novellara, 1693
  4. Vincenzo Davolio, Memoria Storiche della contea di Novellara Gonzaghi che vi dominarono, ms. 3 voll. Archivio Gonzaga Novellara, 1845
  5. Marinella Pigozzi, Disegni di decorazione e di scenografia nella collezioni pubbliche reggiane, Civici Musei di Reggio Emilia 1984
  6. Alfonso Garuti, Novellara, la Rocca e il Museo di Gonzaga, Calderini, 1997
  7. D. Lenzi – J. Bentini (Cat. Mostra), I Bibiena. Una famiglia europea, MARSILIO 2001
  8. Umberto Nobili, l’Ottocento in Villa. Residenze di campagna nel reggiano Vittoria Maselli Editore, Correggio, 2009
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