Prima guerra mondiale

Il termine “Grande Guerra” è apparso a partire dal 1914, quando divenne subito evidente che l’estensione delle operazioni militari, i milioni di soldati sul campo e la sua durata ne avrebbero fatto un conflitto dalle dimensioni inedite e senza termine di paragone.

Prima guerra mondiale

LA RICETTA PER USCIRE DALLA CRISI ARRIVA DALL’ ISLANDA

Storia della Rivoluzione Silenziosa islandese:

Tutto inizia nel 2001. Il governo islandese inizia a privatizzare il settore bancario. La mossa avrà la sua conclusione due anni dopo, nel 2003. Le tre banche principali – Landbanki, Kapthing e Glitnir – offrono alti interessi attraverso un programma chiamato IceSave. I soldi iniziano ad arrivare, specie da Inghilterra e Olanda. Fino al 2008 la Borsa islandese sale costantemente, fino a raggiungere il 900 per cento. Il prodotto interno lordo cresce del 5.5 per cento l’anno. Ma crescono anche i debiti delle banche: nel 2007 arrivano al 900% del PIL islandese. Nel 2008, esplode la crisi economica: i cittadini si trovano a dover saldare di tasca propria lo spropositato debito che le banche private hanno contratto con gli investitori stranieri. Un debito non loro.

Olandesi e Inglesi rivogliono i loro soldi, Il governo non ha risorse per aiutare la scellerata insolvenza delle banche, gli istituti di credito falliscono. Per gli islandesi si tratta di un danno enorme: il loro conti corrente si vaporizzano, il valore degli investimenti dei risparmiatori crolla vertiginosamente. una buona parte dei risparmi di una vita degli incolpevoli cittadini svanisce nel nulla. Alla fine del 2008, anche il governo islandese si dichiara insolvente e va in fallimento.

Il governo d’Islanda fa quello che tutti i governi fanno in casi simili: bussa alle porte del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea. Sembra l’unico modo per ripagare i debiti nei confronti degli investitori inglesi e olandesi, che ammontano a 3,5 miliardi di euro. È il gennaio 2009. Per trovare i soldi necessari, il governo studia un prelievo straordinario: ogni cittadino islandese avrebbe dovuto pagare 100 euro al mese per 15 anni, a un tasso di interesse del 5,5% annuo. Il tutto per pagare danni creati da altri: un debito contratto da banche private nei confronti di altri soggetti privati. È a quel punto che la rabbia popolare esplode, i cittadini islandesi scendono in piazza. Non per una breve e sporadica manifestazioncina indolore: ma per ben 14 settimane. Il Parlamento viene assediato. Il governo senza palle di Geir Haarde viene soverchiato. Chi non ha saputo gestire la crisi e che é stato soltanto capace di prostituirsi agli avidi organismi internazionali, buoni solo a chiedere agli islandesi di pagare per le colpe di altri, é stato deposto. Più che giustamente. In modo pacifico e democratico. Il solo presentarsi in massa alle porte del parlamento per 14 giorni consecutivi  é una intimidazione così forte, é una rappresentazione così gagliarda del volere popolare, che nessuno governo avrebbe potuto sopportare.

Il culmine della protesta si raggiunge il 20 gennaio 2009. La polizia inizia a caricare, lo scontro si fa vivace. Il condottiero morale della rivolta é un cantautore indigeno, dichiaratamente gay, che diventa il simbolo della rivolta. É Hordur Torfason che con il suo carisma aiuta la gente a trovare la forza per non andarsene dalle piazze. Tra freddo polare e manganellate sulle nocche ghiacciate non deve essere stato affatto facile.

Le preoccupanti differenze con l’Italia:

Le nostre manifestazioni durano un giorno e servono solo a mettere a ferro e fuoco la città di turno, la loro é una protesta coordinata, non violenta e duratura. Altra fastidiosa differenza, loro hanno il cantautore gay illuminato, dal carisma di chi sa cosa é una minoranza, uno capace di smuovere un intero popolo con i suoi discorsi, noi invece come cantautori gay abbiamo solo Malgioglio e Tiziano Ferro.

Un Paese freddo ma gaio:

L‘ 1 febbraio l’Islanda ha un nuovo governo, guidato da Johanna Sigurdardottirla prima premier omosessuale nella storia dell’umanità. Il suo primo passo è di indire le elezioni: le vince. Il secondo è di confermare la volontà dell’Islanda di pagare i debiti a Olanda e Inghilterra. Il parlamento dà vita a una norma che contiene una supertassa. È il febbraio 2010 quando il presidente Grimsson si rifiuta di ratificarla, ascolta la voce della piazza e indice un referendum. La pressione sull’Islanda è alle stelle. Olanda e Inghilterra minacciano di isolare l’Islanda, se sceglierà di non ripagare i debiti. Ma che curiosa minaccia quella di voler isolare un’isola. Il Fondo Monetario Internazionale tuona: “Diventerete la Cuba Del Nord, non avrete più nessun aiuto, sarete isolati”. Grimsson replica pubblicamente “Se avessimo accettato il volere del FMI saremmo diventati la Haiti del Nord, altro che Cuba!”. Mi piace questo presidente con le palle, senza nulla togliera alla lesbica.

La Cuba del Nord:

Il referendum si tiene nel marzo 2010: il 93% dei votanti decide di rischiare di diventare la Cuba del Nord. Il Fondo Monetario congela immediatamente gli aiuti. Il governo risponde mettendo sotto inchiesta i banchieri e i top manager responsabili della crisi finanziaria. L’Interpol emette un mandato di arresto internazionale per l’ex presidente della banca Kaupthing, Einarsson, mentre altri banchieri implicati nel crack fuggono dal paese. É iniziata una nuova era in Islanda. Il popolo coraggioso che si é ribellato a chi si crede padrone del Mondo. É una storia non lontana nello spazio e nel tempo. É una storia più vicina a noi di quanto si pensi. É una storia che i poteri forti hanno insabbiato. Temono che il modello islandese prenda piede in Europa. Grecia e Italia in primis, dato che siamo quelli messi peggio, quelli più esposti agli attacchi speculativi, quelli che, proprio come in Islanda, stanno torchiando con sempre più insostenibili imposte.

Dall’Islanda all’Italia, il contagio rivoluzionario sarebbe possibile?

Cerchiamo di analizzare i fatti i modo realistico, mettendo da parte qualsiasi slancio utopistico. Battere la finanza globale anche in Italia é una cosa molto più difficile che in Islanda. Da loro la dinamica degli eventi è sicuramente dipesa da alcune caratteristiche tipiche, non proprie del Belpaese. Pochi abitanti (circa 320mila) sparsi su un territorio vasto e ricco di risorse, un’economia con un peso specifico relativamente basso all’interno delle dinamiche europee e mondiali, una situazione – anche geografica – di relativi isolamento e indipendenza e – soprattutto – un debito che ammontava a neppure quattro miliardi di euro. L’Italia ha un debito pubblico di quasi 2mila miliardi. Se i cittadini italiani decidessero di non pagare quel debito farebbero crollare all’istante l’intera economia europea, e buona parte di quella mondiale.

Nel caso islandese Olanda e Gran Bretagna, i due stati creditori, hanno già provveduto a rimborsare i propri cittadini titolari del conto IceSave, che sta alla base della controversia, dunque, i due governi si sono fatti carico di tale debito. Significa che quei quattro miliardi circa di credito che i due paesi avevano verso l’Islanda non ci sono più e non sono stati considerati nel bilancio statale. Le ripercussioni sui cittadini sono state quindi praticamente impercettibili. Il peso specifico che questa cifra assume sull’economia britannica o olandese non è paragonabile a quello che avrebbe assunto sull’Islanda.Diciamo che la mossa islandese é stata ispirata dalle gesta di Robin Hood.

Il debito italiano, invece, é suddiviso tra numerosi investitori stranieri, non solo europei, ma anche arabi, cinesi ed americani. L’imponenza del debito italiano, suggerisce che la mancata liquidazione dei creditori, non sarebbe praticamente indolore come in Islanda. Causerebbe non pochi disagi alle altre nazioni. Forse addirittura un domino di bancarotte di banche ed istituti finanziari, che purtroppo danneggerebbero anche gli incolpevoli cittadini stranieri dei paesi creditori. La questione del debito italiano è cosa decisamente più complessa. Per ogni stato col cappio al collo, strozzato dal debito, c’è un paese creditore che senza quel credito si troverebbe nella medesima situazione.

Inoltre va ricordato che la faccenda del debito islandese non è ancora del tutto chiusa. Nonostante i cittadini islandesi si siano pronunciati per ben due volte sulla questione, è ancora aperta lacontroversia a livello internazionale, con Inghilterra ed Olanda che si sono tutt’altro che rassegnate a veder sfumare i propri investimenti.

Hanno fatto bene gli islandesi?

Una delle critiche ricorrenti contro la rivolta islandese é: “Finché le cose andavano bene erano tutti contenti, poi quando si sono messe male nessuno voleva più pagare”. Effettivamente il 900% di crescita iniziale della borsa avrà pur portato un bel pò di ricchezza alla popolazione. Ma è bene notare che:

  • Chi si arricchisce veramente sono le banche. Le ricchezze accumulate dai banchieri nonsono paragonabili con quelle ‘di riflesso’ degli altri cittadini;
  • Chi è responsabile dello sviluppo sfrenato è anche consapevole delle fragili basi su cui esso posa, mentre i cittadini sono spesso indotti a credere che tale sviluppo sia solido e potenzialmente infinito. Le banche giocavano con il fuoco consapevolmente: gli islandesi ne erano completamente all’oscuro.

Il comportamento degli islandesi é quindi quanto meno criticabile. Effettivamente se ne sono un pò sbattuti dei cittadini olandesi e inglesi che ci hanno rimesso. Seppur il 99% del conto lo abbiano pagato i ricchi speculatori finanziari e le banche, tutto ciò non può che aver danneggiato, seppur in minima parte, anche alcuni onesti risparmiatori.

L’ipotesi italiana:

In Italia, una rivoluzione, come detto, avrebbe ripercussioni catastrofiche, dato che dobbiamo soldi a mezzo Mondo. Io la rivoluzione la voglio, ma non é giusto che qualche altro cittadino paghi la rivalsa dei nostri diritti. Ciò che propongo é semplice: facciamo unReferendum anche in Italia, riprendiamoci il nostro debito e liquidiamo solo i creditori onesti, i piccoli risparmiatori e le aziende internazionali che hanno investito nel nostro Paese.

Fanculo invece alla finanza globale, alle banche e al Nuovo Ordine Mondiale che ci vuole tenere per le palle. Fanculo anche al FMI e alla BCE, nonchéalla loro marionetta: Monti. Che ci minaccino, che ci taglino gli aiuti economici, che facciano pure intimidazioni a tutti coloro che intendono fare accordi commerciali con l’Italia. Dobbiamo avere coraggio, riprenderci la nostra sovranità, la nostra economia e imparare a stare in piedi da soli.

Il Mondo intero é figlio di Greci e Romani. Oggi ci vogliono schiacciare. I barbari che prima ci hanno invaso e che noi abbiamo educato, ora sono i nostri indiscussi padroni. É giunto il momento di ripristinare il Classico Ordine Mondiale, quello in cui Italiani e Greci insegnarono all’ Europa a leggere e scrivere. Insegnamogli ora il vero significato di Democrazia e di Rivoluzione, di Sovranità Popolare e di Carta Dei Diritti dell’ Uomo. Altro che Nuovo Ordine Mondiale!

Stiamo uscendo – noi, come gran parte del mondo – in modo piuttosto brusco e doloroso da un periodo di crescita sfrenata e di benessere diffuso. Andiamo certamente verso una fase di pesanti ristrettezze, inutile negarlo. La via d’uscita indicata come inevitabile dai potentati finanziari internazionali passa per privatizzazioni, perdita di diritti, rinuncia alla sovranità popolare. L’Islanda indica un’altra via percorribile. Il fatto che la Rivoluzione Islandese sia stata ovattata da tutti i media mondiali significa che, Merkel e compagnia bella, si sono accorti che qualcosa può far saltare i loro piani di arricchimento sfrenato ai danni dei singoli cittadini, su cui scaricare tutto il peso delle scellerate speculazioni e delle spregiudicate transazioni finanziarie che hanno prodotto la crisi.

Cosa può insegnarci la Rivoluzione d’Islanda?

In primis che la via d’uscita dalla crisi che ci vogliono imporre dall’alto, non è inevitabile. Il sistema capitalistico e consumistico assoluto sta fallendo. Non lo dico io, la crisi globale ne é la prova. Il sistema si autoalimenta con una maggiore concentrazione delle ricchezze e del potere nelle mani di pochi, e la conseguente perdita dei diritti e dei beni da parte del ceto medio-basso. I tanti poveri pagano per gli errori dei pochi ricchi. Ciò non é più tollerabile. Gli Islandesi l’hanno compreso prima di tutti, ed in questo non possono che essere presi ad esempio. Oggi, forse per la prima volta nella storia, i cittadini hanno modo di essere informati e consapevoli di quello che gli sta accadendo attorno. Il web é un’arma potentissima che dobbiamo usare per ribellarci. l’Islanda ha da insegnarci anche in questo campo: la rivolta popolare é nata sui blog. La stesura della nuovaCostituzione Islandese viene quotidianamente ed attivamente dibattuta sui blog e sui social network dall’ intera popolazione. I più attivi sono i giovani. In Islanda propongono, dibattono e trattano di libertà ed uguaglianza. In Italia sono schiacciati dalla disoccupazione e fanno quello che il governo più vecchio del Mondo (con una preoccupante media di 64 anni d’età) gli dice.

Il bivio:

Se in Italia ci svegliamo possiamo trasformare la crisi in un enorme incubatore di democrazia. Attualmente siamo difronte ad un bivio. Dobbiamo scegliere che strada prendere. la scelta é epocale, ed avrà ripercussioni per secoli e secoli sulle generazioni future: possiamo imboccare la strada europea, quella degli aiuti da parte di Bce e Fmi e della svendita a privati dell’intero settore pubblico, della rinuncia ai beni comuni e ai diritti; oppure la strada islandese, della riappropriazione dei diritti e del potere decisionale, della democrazia diretta e partecipata.

Dopo tutto questo discorso spero che anche per voi sia palese quale delle due strade sia la migliore. Loro erano in 320 mila, noi siamo 60 milioni. Coordinarci sarà più difficile, ma faremmo molto più rumore. Altro che Rivoluzione Silenziosa, la nostra farà un casino pazzesco.

Link: http://ilcorsivoquotidiano.net/2011/12/14/rivoluzione-islandese/