LA PASQUA DEI PROFUGHI

ungheria-confine-serbia-muro-profughiGentile direttore, guardando i filmati e leggendo i giornali, non riesco ad immaginare ciò che provano i migranti in questi giorni, per noi festosi, in veri e propri “campi di detenzione” come a Idomeni in Grecia. Al gelo delle lunghe notti – è passato un mese, da che li hanno bloccati al confine nei Balcani – sotto un tetto di nylon, come una quarantena per malati contagiosi. Gridano “Open the border”, aprite il confine, per non essere dimenticati, seduti su delle pietre e sui binari della ferrovia, ognuno davanti agli altri, agli occhi della moglie, dei figli dove degrado e condizioni igienico sanitarie aumentano il rischio di epidemie. Sono dovuti andar via dal loro Paese, non per aver pane e aiuto ma per salvarsi dai bombardamenti e dai cecchini. Ora cucinare una zuppa di quattro cipolle e due pomodori, rimestata nel fondo di un barattolo di latta, nero di fuliggine, che penzola da un fuoco improvvisato, all’aperto, dove ad ardere non è la legna ma pezze di felpe e stracci di coperte sintetiche, è già molto. Tante le donne, silenziose, moltissimi i bambini (il 10% orfani), che almeno con i giochi portano un sorriso, un respiro tra le centinaia di tende a igloo sparse dappertutto a pochi passi da quel cancello chiuso. Quel grido “Apritelo” fa male e rabbia di quella folla (15 mila) nuda di difese, provata dal dover vivere come un fuggiasco braccato. Esseri umani che sanno cosa significa il dolore non ne hanno più paura. Come quell’uomo disperato che esaurita la pazienza, si è cosparso di liquido infiammabile dandosi fuoco. Urlava: <<Open the border>> mentre lo trasportavano all’ospedale. Mi chiedo dove sono i diritti dei rifugiati e umani e la presenza dei vigilanti dell’ Onu contro l’indifferenza della politica.
Cordialità
Paolo Pagliani
Reflex

LA COMUNICAZIONE IMPOSSIBILE

maxresdefault-1024x768Gentile direttore, come è mai possibile ai profughi, a quelli in particolare che giungono dall’Africa straziati dal dolore e dalla fame, dalla paura e dalla disperazione, mettersi in contatto con noi che siamo così lontani dal loro linguaggio e dalle loro consuetudini di vita? Come appare loro il mondo senza le parole che consentano di parlare delle loro emozioni e dei loro pensieri, delle loro angosce e delle loro speranze e di essere in un mondo diverso da quello che noi abitiamo così facilmente e così spensieratamente? Ma, ancora, come è possibile avvicinarsi al loro mondo chiuso in una solitudine a noi radicalmente estranea e a noi così oscura nei suoi significati e nelle sue intenzioni? Non è davvero facile e forse non è possibile immergersi nella vita interiore, nella via intenzionale, di profughi che hanno perduto tutto e non hanno nemmeno più le parole che dicano l’infinito loro dolore. Ma ciascuno di noi dovrebbe essere almeno sfiorato dal pensiero della comunicazione impossibile che ci separa gli uni dagli altri e dalla esigenza etica di ricercare la sola comunicazione ancora possibile: quella fondata sul linguaggio dei gesti e delle lacrime, del sorriso e della solidarietà. E’ questo, credo, l’unico modo con cui ci si parla: nel modo della solidarietà che smorza le differenze e le dissonanze fra noi e gli altri, tra il nostro linguaggio e il non-linguaggio dei profughi. La comunicazione impossibile si trasforma allora in comunicazione aperta a una impossibile speranza.
Cordialità
Paolo Pagliani
Ottica Reggiani 2016-OK

I VIAGGI DELLA SPERANZA

morti
Gentile direttore, si alza da molte parti, nonostante quelle contrarie che fanno ribrezzo, il grido di dolore per le vittime dei “viaggi della seranza” lungo il Mediterraneo dalle coste nordafricane alle sponde italiane. E’ un’ umanità ferita e umiliata che dovrebbe urlare la propria sofferenza per le morti innocenti, per le vite spezzate, per i sogni infranti di chi fugge dalla guerra e dalla miseria: giovani, donne, anziani, bambini, mamme in gravidanza, senza patria e senza famiglia, cittadini del mondo, affamati di futuro. E’ un esodo biblico che ha raggiunto dimensioni drammatiche e non c’è bisogno di interpreti per cogliere i loro sentimenti, basta guardare i visi emaciati, gli occhi impauriti, il pianto dei bambini, il loro dolore, i sentimenti, le loro attese, i loro sacrifici, le loro ansie: parlano i loro volti. Sono uomini traditi da altri uomini, rifiutati e allontanati, che cercano ospitalità e accoglienza. Abbandonati a se stessi nell’indifferenza di tanti. Ignorati da centri di potere che fanno prevalere l’egoismo del proprio Stato mettendo in campo aride logiche burocratiche nelle quali non c’è posto per i sussulti del cuore. Solo disumanità, espressa da quel triste principio per il quale il problema non è europeo ma della Nazione che accoglie i profughi; un ragionamento che ha dell’incomprensibile. Non è più tollerabile che dalle massime Organizzazioni Internazionali e particolarmente dall’Europa, non vengano attivate misure e iniziative svolte a condividere l’ immane impegno dell’Italia nel governare una vicenda umana complessa e di enormi dimensioni. Occorrerebbe definire forme di lotta alla spregiudicatezza e all’arricchimento illecito degli scafisti regolamentando gli esodi anche attraverso il controllo dell’ efficienza dei mezzi di trasporto che troppo spesso diventano veicoli di morte. Sarebbe inoltre indispensabile favorire lo sviluppo nei Paesi di origine dei migranti, attraverso politiche di cooperazione che comportino aiuti e accompagnamento nei processi di crescita locale.
Cordialità
Paolo Pagliani

I bambini Sahrawi in vacanza a Novellara

Sei famiglie novellaresi hanno ospitato per 18 giorni i
“Piccoli Ambasciatori di Pace” del popolo Sahrawi.

Questo slideshow richiede JavaScript.

L’associazione Jaima Sahrawi, in collaborazione con il Comune, è riuscita a promuovere anche a Novellara il progetto di accoglienza “Jaima Tenda”. L’iniziativa, giunta al 15° anno in provincia, è rivolta ad un gruppo di bambini profughi Sahrawi che vivono rifugiati nel sud-ovest dell’Algeria, a causa del conflitto nel Sahara occidentale.
Il progetto, per Novellara alla prima esperienza, ha previsto l’accoglienza per due mesi di bambini Sahrawi in età compresa tra 8 e 12 anni, che ogni anno giungono in Italia per trascorrere un periodo di vacanza. Le prime tre settimane sono stati ospitati in famiglie per poi proseguire il soggiorno in comunità al mare o in montagna. L’obiettivo del soggiorno è stato di far trascorrere a questi bambini alcune settimane lontano dal caldo torrido del deserto, svolgere gli opportuni screening sanitari offerti dalla Regione Emilia Romagna e fare scambi interculturali attraverso i campi estivi svolti sul territorio.
Si tratta di un’esperienza importante nel campo della solidarietà, che con l’intento di sottrarre i bambini alle difficili condizioni di vita cui sono soggetti, promuove la dovuta attenzione sul dramma che il popolo Sahrawi sta vivendo da oltre 40 anni, esiliato nel deserto dell’Hammada nel sud dell’Algeria in attesa di veder riconosciuto il proprio diritto all’autodeterminazione sancito dall’ Onu. Tutt’ora il popolo Sahrawi vive diviso tra i campi profughi Algerini e i territori del Sahara Occidentale occupato dall’esercito Marocchino. La preoccupante situazione politica di quei territori è già stata segnalata più volte da organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch e Fondazione R. Kennedy.
Il 2 luglio, in perfetto orario, la corriera è arrivata a Novellara, dove le famiglie ospitanti, in trepidante attesa, hanno potuto vedere i loro futuri ospiti, sei bambini di nove anni, provenienti dal deserto Algerino, che dopo due giorni di viaggio, alla presenza anche del Sindaco, sono stati accolti nel cortile della nostra Rocca. Davanti ad una frugale merenda sono iniziate le presentazioni da parte della presidente dell’associazione, ma soprattutto grazie all’intermediazione dell’accompagnatore July, la fondamentale risorsa di questa esperienza, il quale ha con poche ma chiare parole presentato i bimbi  alle sei famiglie che hanno voluto aprire la porta della loro casa a questi piccoli ospiti. Bambini che si sono messi in viaggio, lasciando i loro cari, per diventare “Piccoli Ambasciatori di Pace” e portare una reale testimonianza delle loro difficoltà di popolo che vive da rifugiati in campi profughi nel deserto del Sahara.
Zein, Nadia, Hamadi, Chaur, Nayem, Mueilemnin, questi i lori nomi, sono scesi dalla corriera alcuni frastornati o intimoriti altri pieni di curiosità ed accolti dall’emozione di nuovi e provvisori genitori.
L’incontro con questi “Piccoli Ambasciatori di Pace” porta con sé un arricchimento per tutti coloro che ne vengono a contatto; l’interscambio culturale e il patrimonio che trascina con sé non hanno un valore quantificabile, si tratta di un’esperienza molto profonda, intensa e ricca di significati relazionali, sia per chi ospita sia per i bambini che vengono ospitati.
I 18 giorni di permanenza presso la comunità novellarese sono trascorsi tra le attività del campo-giochi comunale e la vita presso le famiglie accoglienti, le quali hanno arricchito la permanenza ai sei bimbi anche con incontri tra loro in piccoli incontri conviviali, visite a nostre particolarità territoriali, come gli allevamenti di bovini, di cavalli, la visita al fiume Po, l’esperienza del circo e tante altre piccole opportunità di incontro.
La comunità novellarese ha completato l’accoglienza con l’ospitalità della Casa della Carità nei confronti di July e un coordinamento tra vari soggetti per la fornitura del pasto, del campo-giochi, altre visite mediche ed incontri pubblici.

Elena e Alessandro

Abbiamo aperto la porta di casa ad Hamadi, un bimbo proveniente dal deserto del Sahara Occidentale e subito anche la porta del nostro cuore si è spalancata verso un mondo nuovo.
La difficoltà nel comprendersi realmente non c’è stata. Ci sono stati tanti momenti, gesti, sorrisi, parole variopinte, parole in una lingua inventata, tutta nostra, che ad ascoltarla a volte sorgevano spontanee le risate. C’era tanta voglia di conoscersi e di stare insieme. I miei figli, Diego e Fabio di 7 anni, sono stati i veri accompagnatori in questo viaggio nell’aridità del deserto.
Perché il deserto con Hamadi è arrivato in casa e c’era da attraversarlo….con lui, mano nella mano.
Il deserto era visibile nello sguardo gioioso di Hamadi quando si lasciava cullare tra le bolle di sapone nella vasca da bagno, come un sapiente navigatore dei mari, o quando in piscina, noncurante del pericolo, si immergeva sott’acqua per vedere in profondità cosa c’era, in questo mondo nuovo. E come l’acqua in un recipiente si è adattato ai ritmi della casa e della famiglia, della vita che lo accoglieva, con occhi pieni di curiosità e gioia.
Uno sguardo pieno di dignità, d’intelligenza e di gentilezza d’animo, di sapienza e amore, lo sguardo del popolo del deserto, che lascerà un ricordo indelebile nella nostra vita.

Cecilia e Roberto

Abbiamo accolto Chaur creatura vulnerabile e spaventata, chiusa come un bocciolo di rosa, impenetrabile…ma con tempo e pazienza questo fiore si è schiuso e ci ha permesso di entrare nel suo mondo non invadendolo ma facendolo anche un po’ nostro. Chaur è una bimba dolce, intelligente e giocherellona, ci ha insegnato tanto, vedere la meraviglia nei suoi occhi davanti al rubinetto dell’acqua quando le abbiamo spiegato che: “qua puoi scegliere tra calda e fredda”, o al circo, gli occhi sbarrati e le bocche aperte quasi a volersi riempire di tanta meraviglia e vedere questi bimbi condividere la merenda con i compagni e che se hanno qualcosa prima lo offrono spontaneamente a te…. Tutte le certezze di questo mondo materiale vengono messe in discussione e anche l’ostacolo della lingua viene superato quando capisci che in fondo quello che conta è parlarsi col cuore.

Nazzarena e Enzo

Nadia è stata la nostra ospite, già all’arrivo si è capito subito qual era il suo carattere, una bimba esuberante, curiosa, desiderosa di sperimentare, al punto che durante i primi giorni era quasi incapace di fermarsi e riflettere, tanto era eccitata di tutte le novità che la stavano investendo. Con il passare del tempo, con la parziale saturazione della sua curiosità, con l’applicazione di semplici regole, con il tentativo di dare spiegazioni, per quanto la comunicazione potesse permettere e con l’aiuto anche del suo educatore July, siamo riusciti a trovare un equilibrio più sereno e produttivo per la nuova famiglia allargata, ma purtroppo i 18 giorni erano finiti.
Il percorso di avvicinamento all’accoglienza, l’accoglienza vera e propria, la necessità di rivedere gli equilibri famigliari, i momenti di piccole tensioni tra Nadia e Linda, la nostra figlia più piccola, la difficoltà della lingua, in quanto i bimbi Sahrawii parlano solo Arabo, la necessità di organizzare intrattenimenti per la nuova ospite e i suoi compagni, sono stati tutti momenti molto impegnativi, che sono stati ripagati dalla conoscenza di nuove persone e dall’instaurarsi di nuove o più profonde relazioni tra tutti quelli che hanno partecipato a questa fase dell’esperienza, compreso i momenti istituzionali, che hanno portato nuove conoscenze sulle problematiche di quelle popolazioni che non hanno le nostre opportunità.
Restano momenti indimenticabili in cui Nadia si è espressa con la semplicità ed ingenuità dei bambini, in modo particolare di quelli che non hanno già provato tutto, come ad esempio il suo “ballo” sotto il primo temporale, l’enorme emozione nel vedere il Fiume Po, che l’ha fatta sedere un attimo, il piacere che provava nel farsi leggere (ovviamente in Italiano) il libro prima di addormentarsi, l’essere riuscita ad imparare ad andare in bicicletta, la curiosità e il piacere di apprezzare cibi nuovi.
E’ ancora davanti ai nostri occhi il suo grande momento di tristezza quando è arrivata l’ora della sua partenza, Nadia anche qui ha dimostrato tutta la sua passionalità, ci siamo calorosamente salutati, ma ha salutato tutti quelli che ha conosciuto e che erano presenti alla sua partenza.
Nadia, ti auguriamo tutto il bene possibile e pensiamo che tu possa avere le capacità per realizzarti un futuro migliore; ovviamente tutto questo lo auguriamo a tutto il popolo Sahrawi e a tutti i popoli oppressi.

Monica e Giovanni

Mueilemnin è arrivata nella nostra casa già con l’intenzione di adattarsi e di vivere il più serenamente possibile quest’esperienza. Al di là della sua bellezza, i suoi occhi trasmettevano una maturità e una consapevolezza difficilmente riscontrabile in una bambina di nove anni.
Ha sempre ricercato l’autonomia, nonostante il suo carattere giocoso e allegro uscisse improvvisamente quando si rapportava con i nostri tre figli, in particolar modo con la piccola, di soli due anni.
La fatica della differenza linguistica e culturale non poteva che essere superata grazie alla sua intelligenza pronta e alla sua personalità forte e decisa.
Averla ospitata ci ha arricchito e, nonostante la fatica dei tanti impegni proposti allo scopo di salvaguardare e migliorare la sua salute, oltre a quelli volti a diffondere giustamente la causa Sahrawi, nel momento della sua partenza, all’interno della nostra famiglia abbiamo sentito il vuoto della sua mancanza. Mancano i suoi sorrisi radiosi, la sua piccola mano calda nella nostra durante le passeggiate, le corse a chi arriva prima sotto i portici, il suo posto a tavola, l’acqua rovesciata sul lavandino e sul pavimento del bagno perché lei la gestiva con difficoltà. Subito dopo la sua partenza, il nostro ordine è tornato prepotente, colmo della sua inutilità.
Sicuramente Mueilemnin ci ha aperto la finestra su un mondo che non conoscevamo. Allungando il nostro orizzonte ci ha reso un po’ meno ignoranti.
Le auguriamo di essere felice e di avere dalla vita le soddisfazioni che merita.
E auguriamo al popolo Sahrawi  che l’occidente faccia un passo decisivo in suo favore, liberandosi da una situazione di stallo vergognosa.
Grazie Mueilemnin!

Valentina e Stefano

Che strano che è vedere dormire vicini nostro figlio Elia e Nayem, questo scricciolo impaurito arrivato da un mondo distante appena 2 ore di aereo eppure così lontano da noi.. Che strana che è la vita che ci spiattella davanti in modo così palese che infanzia diversa che vivono questi 2 bimbi..chissà cosa pensa, Nayem, nella sua testa mentre seduto sulla palla da calcio guarda spaesato un ambiente che apparentemente sembra dargli tutto: giochi a volontà, cibo buono, vestiti in abbondanza, cure mediche.
Fino a qualche tempo fa non sapevamo neppure chi o cosa fosse il Sahrawi, ora invece questa ennesima battaglia in giro per il mondo entra in casa nostra con la prepotenza dello sguardo di un bambino: una guerra di diritti negati e di terre contese che, comunque vada, obbliga sempre i piccoli a subire la sete di potere dei grandi. Cerchiamo di approfondire la storia e le condizioni di vita laggiù, a Tindouf, tramite la voce di July, l’accompagnatore dei bimbi, di poche parole ma incredibilmente loquace quando gli si chiedono notizie del campo profughi da dove vengono, segno che non sono qui solo per una vacanza, ma anche per sensibilizzarci a sostenere la loro causa non-violenta, di cui nessuno parla perché non ci sono kamikaze, carri armati o bombe a fare notizia. Il conflitto israelo-palestinese, che riesplode in tutta la sua drammaticità proprio mentre i bimbi sono qui, comincia a dare forma ad alcuni pensieri: quante tristi analogie con il popolo Sahrawi. Dobbiamo batterci perché stavolta la diplomazia non fallisca, si fa ancora in tempo
a evitare un conflitto armato di cui Nayem potrebbe diventarne vittima innocente.
I bimbi che vivono una guerra non sono mai solo un numero da telegiornale, hanno sempre un nome, un volto e un sacco di emozioni. Accoglierli è veramente il minimo che possiamo fare.

Angela e Roberto

Al suo arrivo Zein era, fra i sei bimbi arrivati, il più provato dal viaggio e dal distacco dai cari, le nostre emotività, sommate, hanno scatenano una bomba di sensazioni.
Tutto viene messo in discussione, non solo il nostro stile di vita, ma la vita stessa, noi stessi, come persone, come individui, come valori. Ci siamo sentiti catapultati in universo nuovo, di difficile convivenza tra due mondi molto diversi tra loro. Sostanziale è stato il lavoro di July, l’accompagnatore ed educatore Sahrawi. I colloqui con lui hanno, giorno dopo giorno, dato i frutti desiderati e la nuova convivenza è diventata sempre più normale. Dopo questa esperienza il nostro mondo ci sembra onestamente troppo regolamentato, normato e scadenzato da orari e impegni. Vedere Zein che come unica vera regola di bambino ha quella del divertirsi ci fa pensare che stiamo facendo vivere i nostri figli sotto un’insensata campana di vetro. Questi bambini, che vivono in un ambiente difficile come il deserto, ci insegnano che la normalità sono i sorrisi e la spensieratezza di una vita leggera. Vedere Zein e tutti gli altri che appena si ritrovano diventano un unico mondo di risate, giochi e schiamazzi ci fa capire quanto abbiamo da riscoprire.
Ciò che ci ha spinti ad ospitare un bambino Sahrawi è stato il desiderio di dare un piccolo contributo in questo mondo di guerre e sofferenza. Spero che il nostro minuscolo sforzo abbia raggiunto almeno una parte dello scopo e che sia rimasto qualcosa di positivo anche nel cuore di Zein. Grazie Zein.

Giorno della Memoria Due tragedie a confronto: la Shoah e gli sbarchi a Lampedusa

sbarchi_lampedusa_getty_1

Il Giorno della Memoria a Novellara diventa un’occasione per ricordare un recente passato e per non rimanere indifferenti rispetto alla storia che stiamo vivendo ora.
In occasione del 67esimo anniversario dell’abbattimento dei cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, tragico simbolo della Shoah, l’Amministrazione Comunale ha deciso di far propria un’altra tragedia internazionale che ci colpisce da vicino tutti i giorni: gli sbarchi a Lampedusa.
L’Amministrazione novellarese ha infatti diffuso la voce e la testimonianza di Giusi Nicolini, Sindaco di Lampedusa da maggio 2012, che, attraverso una dolorosa lettera, ha scritto dell’enorme fardello di dolore degli abitanti di Lampedusa per i tanti cadaveri di immigrati che sono stati loro consegnati. Il primo cittadino sottolinea l’impegno “solitario” dell’Amministrazione e delle forze dell’ordine che fanno di tutto per mettere in salvo questi profughi e, nei casi estremi, dare dignità anche a chi non riesce a sopravvivere alla traversata. L’intera lettera verrà letta e spiegata martedì 29 gennaio davanti alle classi della scuola secondaria di primo grado “Lelio Orsi” che porteranno in scena al teatro Franco Tagliavini gli spettacoli “I Barbari” e “Provaci ancora Beatrice”, realizzati dal gruppo dei laboratori teatrali per il Giorno della memoria. Prima dello spettacolo verranno anche proiettati due video su Lampedusa e Djibi Kante, uno dei profughi del Mali ospitato a Novellara, offrirà la sua personale testimonianza.
Gli stessi spettacoli teatrali saranno poi replicati la sera stessa alle 20.30 per tutti (ingresso gratuito).
Oltre a ciò, da qualche giorno, sul sito dell’amministrazione è stata pubblicata una breve ricerca con documenti storici tratti dall’Archivio Storico sulla vita del Cavaliere Carlo Segrè, unico ed ultimo ebreo di Novellara che, alla promulgazione delle leggi razziali fasciste si suicidò come estremo e tragico atto di ribellione contro esse. Proprio di Segrè il Comune di Novellara nel 2006 acquisì il personale archivio, quale importante fonte di documentazione storica e sociale del territorio.

UNA LEZIONE DAI LAMPEDUSANI

Caro direttore, ho visto con commozione i servizi sul salvataggio dell’ennesimo barcone arrivato a Lampedusa dove improvvisati soccorritori e cittadini si sono prodigati, lanciandosi taluni in acqua vestiti, per salvare i profughi disperati in balia del mare, specie donne e bambini formando una specie di “catena umana”. Meritano un sentito ringraziamento perché mi hanno fatto sentire ancora orgoglioso di questa povera Italia. Fatto così raro da toppo tempo, visto che dobbiamo indignarci più del giorno prima, ancor di più se prestiamo attenzione alle esternazioni di quei rozzi personaggi che istigano alla violenza e all’intolleranza. Tantissimi stranieri ricorderanno con ammirazione lo slancio, l’altruismo, la generosità e l’affetto di questi isolani Italiani, che hanno insegnato umanità e civiltà, pur subendo disagi e preoccupazioni.

Cordialmente
Paolo Pagliani
Novellara

P.S.
Se hai un minuto, fammi sapere se l’articolo ti è piaciuto lasciandomi
un commento. Sarò più che felice di risponderti.