Ecco cosa chiamano sviluppo – COMMERCIO TIRANNO

Caro direttore,
viviamo uno strano mondo grazie alla globalizzazione, nel senso che molte cose che potrebbero esser prodotte sottocasa, vengono dall’altra parte del pianeta; un caso classico è quello delle scarpe sportive. Queste possono aver percorso migliaia di chilometri, dalla Cina, all’Indonesia, alla Romania parlando solo della manifattura, altrimenti le distanze si raddoppiano o triplicano perchè la gomma è estratta in Malaysia, trasferita in Corea per la raffinazione e inviata in Indonesia per l’assemblaggio. Se si considerano tutti gli altri materiali, ci si renderà conto della situazione. Un’altra piccola esperienza interessante può essere vedere camion di acqua in bottiglia, che dal Nord vanno al Sud e viceversa; tutto questo può avere un senso rientrando nella logica del denaro. Sicuramente non ne ha, se si ragiona nell’ottica del buon senso, della gente e del pianeta stesso. La giustificazione che ci viene data è che l’obiettivo da perseguire è la espansione dei mercati e che il commercio è garanzia di ricchezza per tutti. Dovrebbero però spiegarci perchè i paesi del Sud hanno cominciato a impoverirsi proprio quando sono stati catapultati nel commercio internazionale e conoscendo più guerre. Dovrebbero smettere di raccontarci bugie, sforzandosi di convincerci che il loro scopo è il benessere della gente. Il sistema ha a cuore solo l’arricchimento dei mercanti e in particolare di quelli forti. Non a caso questi spostano di continuo la produzione sullo scacchiere mondiale in base alle loro convenienze trattando la gente come straccioni, da usare e gettare. Si rimane in quei posti dove i salari sono miserabili, appena gli operai ottengono miglioramenti, le fabbriche fuggono; esempio da Taiwan nelle Filippine quindi se nascono moti di rivolta, si passa in Cambogia ecc. Purtroppo le imprese continueranno a muoversi finchè non sarà stato raggiunto il fondo dello sfruttamento mettendo i lavoratori a repentaglio continuo. Precarietà permanente: ecco cosa chiamano sviluppo. E’ arrivato il tempo di dire basta ad accordi internazionali per proteggere gli interessi delle grandi imprese (multinazionali). L’umanità ha bisogno di un’Organizzazione mondiale del bene comune, non del commercio, perchè il nostro interesse primario è la salvaguardia degli elementi naturali su cui si basa la nostra esistenza: il clima, l’ acqua, i mari, le foreste, i pesci, il petrolio, i minerali: La natura e la giustizia hanno bisogno di protezione, non di libero arbitrio. Hanno bisogno di regole per disciplinare la pesca, il taglio dei boschi, l’uso e la spartizione delle risorse usando anche leve fiscali!! Non deve essere la natura ad adattarsi alle esigenze del commercio ma l’inverso ripristinando la gerarchia dei valori. Non si vive per commerciare. Si commercia per vivere. Non possiamo più concepire il mercato come il signore della vita; quando ci accorgiamo che diventa un mostro che ci uccide e divora; dobbiamo fermarlo e ridimensionarlo. Deve rimanere uno strumento al nostro servizio.

Buona domenica
Paolo Pagliani

GLOBALIZZAZIONE

Gentile direttore,
tantissimi significati abbiamo attribuito alla parola globalizzazione, che il professor Theodore Levitt coniò nel 1983 intendendo riferirsi alla necessità di trasformare il mondo intero, in un’unico mercato. egli aveva visto lungo e si rendeva conto che il pianeta diviso in nazioni non era più adatto alle imprese moderne. Basta con le aziendine per il mercato locale, meglio le multinazionali che hanno bisogno di spaziare ovunque, perché nessuna nazione ha un numero sufficiente di consumatori ad assorbire i loro prodotti (es. Coca Cola, Nike). Di qui la necessità di un mondo senza barriere, senza dazi, senza regole sanitarie o ambientali diversificate da paese a paese, tutti lacci che complicano le cose! Via tutto, per permettere alle merci, ai capitali, agli investimenti di fluire liberamente da un continente all’altro, senza dover rispettare nessuna regola che non sia quella del profitto e della concorrenza. Hanno ottenuto, pressando i governi, una grande vittoria nel 1995 con l’istituzione dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), che ha riscritto le regole tenendo solo conto degli interessi delle grandi imprese. Ma proprio quando la globalizzazione ha incominciato a diventare realtà, le multinazionali hanno fatto un’amara scoperta: il mercato mondiale è piccolo perché chi può comprare e pagare, non va oltre il 30-40% della popolazione mondiale. Tutti gli altri sono zavorra! Si stanno contendendo un mercato limitato, che non ha possibilità di espansione immediata, che ha determinato una concorrenza all’ultimo sangue giocata essenzialmente sulla diminuzione dei prezzi. Ma ogni volta che si ritoccano i prezzi bisogna trovare il modo di ridurre  anche i costi di produzione, altrimenti addio profitti. Ecco perché, all’epoca della globalizzazione, il lavoro è finito sotto assedio.

Cordialità
Paolo Pagliani
Novellara