IL VENTO DELLA LIBERTÀ

Caro direttore,
dal mese di febbraio il vento della libertà sembra stia soffiando con forza sulle coste del Mediterraneo. Soprattutto i giovani chiedono non solo il pane ma il lavoro e, più ancora, la libertà di esprimersi, di partecipare alla gestione del proprio paese e riforme indilazionabili che, in un mondo globalizzato come il nostro, non possono essere più rifiutate né rimandate. Il conto per la liberazione nazionale è molto alto in termini di vite umane, di violenze e di lacerazioni sociali. La libertà ha un costo altissimo e, come spesso accade, chi ne paga i conti sono di solito i più poveri e quelli che di solito alla fine non ci guadagnano molto. L’ uomo è nato per essere libero, ha bisogno di libertà fisica e sociale, religiosa e politica. Il timore di dover aprire le nostre porte a chi deve per ora fuggire e approda alle sponde dell’Europa, è comprensibile, ma non è un buon sintomo di responsabilità umana e cristiana. Non sarebbe segno di nessuna di queste culture, chiudere i nostri occhi e sbarrare le nostre frontiere, per impedire alle persone di rifugiarsi a casa nostra o di passare (perché è evidente che tutti qui non ci stanno!) da noi, per andare altrove. Molti di quelli che, a Lampedusa e Manduria, hanno gridato libertè, hanno alle spalle le stesse giornate nostre del 1945, il loro esodo nasce dal crollo delle dittature; il loro viaggio intreccia la disperazione della povertà con la speranza della libertà. Stanno accorgendosi però di aver sbagliato Paese; quel grido cerchiamo di non farlo risuonare a vuoto!
Cordialmente
Paolo Pagliani
Novellara

P.S.
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