DOPO L’ITALICUM CI VUOLE LA POLITICA E UN PARTITO

E’ certamente una fase difficile per il PD. Non solo perché lo è ogni periodo che precede le elezioni e quelle regionali e amministrative del 31 maggio si presentano per niente facili, soprattutto in Veneto, Liguria e Campania, anche per l’uso strumentale che la Lega fa di una questione drammatica come l’ondata di migrazione dal nord Africa. Non solo perché non sarà facile trovare la risposta alla sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni senza sacrificare risorse per rafforzare le politiche per la crescita, cercando di cogliere le opportunità che vengono dalla fine della recessione. Soprattutto perché viviamo una profonda contraddizione. Mentre si dà una risposta parlamentare, e non con sentenze della Corte Costituzionale, a un problema decennale come il superamento del porcellum, mentre si riprende ad investire sulla scuola dopo anni di tagli, sia dall’esterno che dall’interno del PD viene messa in discussione la natura stessa del Partito Democratico.
Partiamo dalla scuola. Il Governo Letta ha segnato la fine dei tagli sulla scuola e la ripresa degli investimenti in edilizia scolastica. Il Governo Renzi ha rafforzato la politica di investimenti e ha messo 1 miliardo nel 2015 e 3 miliardi dal 2016 in più per il funzionamento della scuola. Dopo anni in cui si è fortemente ampliato il precariato, si torna ad assumere: 100.000 nuove assunzioni, di cui 50.000 come dotazione aggiuntiva.
Non ci sono gli applausi, ma una delle più forti contestazioni degli ultimi anni, più forte ancora di quando Berlusconi, Tremonti e Gelmini tagliavano 8 miliardi.
Un paradosso che si motiva sulle modalità delle assunzioni, in quanto il precariato è enormemente più vasto, e sulle funzioni dei dirigenti scolastici. Oltre alle accuse di favorire le scuole private. Penso che vi sia una causa di fondo. Simile a quella del jobs act. Il disconoscimento del ruolo dei sindacati, non tanto in termini di concertazione mancata, ma di richiesta almeno di un confronto serrato. Ne discende sia l’accusa di autoreferenzialità che quella di avere in testa un modello autoritario.
Non se ne esce con la battuta che è andata per la maggiore dopo le primarie di fine 2013: “se ne faranno una ragione”.
Bisogna perseguire la strada dell’ascolto, del dialogo e delle modifiche.
Chiarendo che non ci sono risorse in più per le private. Non aumenta il fondo per le scuole non statali (tra cui ricordo che vi sono anche i contributi per le scuole comunali dell’infanzia), il 5‰ destinato alla scuola non sottrae risorse pubbliche, mentre le detrazioni fiscali per contributi privati per l’edilizia scolastica cercano di indirizzare a finalità pubbliche le risorse private. Va certamente ridimensionato il ruolo dei dirigenti, o, per meglio dire, aumentato quello degli organi collegiali. Si sta ragionando su tutti i temi, complicati, relativi ad assunzioni, graduatorie, mobilità.
italicumCredo che lo spazio ci sia per modifiche che possano produrre consenso. Non basta la comunicazione. Occorre la politica, che è anche la fatica del confronto estenuante e la pazienza per cercare la soluzione migliore. Qui si misura la capacità di essere un partito riformista.
Sulla legge elettorale si è consumata una dolorosa pagina di divisioni interne. A mio avviso incomprensibili.
L’Italicum non è una versione corretta del porcellum. E’ altra cosa. Abbiamo sempre condiviso la necessità di una legge elettorale con cui fossero chiare le vittorie e le responsabilità di governo. La Corte Costituzionale ci ha detto che non si possono dare premi di maggioranza senza una soglia minima. Con l’Italicum le soglie sono due: 40% al primo turno (le minoranze PD hanno ottenuto di passare dal 37 al40) superiore al 50% nel caso di secondo turno con ballottaggio tra le prime due liste. Meglio le liste che le coalizioni, che si sono sempre rotte successivamente in questi 20 anni.
Altro obiettivo: gli eletti scelti dagli elettori. La Corte Costituzionale ha bocciato un sistema di liste bloccate e di liste lunghe, che non permettono la riconoscibilità dei candidati. Già le liste bloccate corte, cioè con pochi candidati per collegio, garantivano la riconoscibilità. Ora nella versione definitiva, abbiamo il capolista con nome e cognome stampato sulla scheda, le preferenze per gli altri candidati, sempre con collegi con pochi candidati (da 3 a 9). I capilista sono nominati? Sono la versione più vicina ai candidati in collegi uninominali, dove, quando c’era il mattarellum, si diceva che venivano calati dall’alto, salvo successivamente considerare quel sistema il migliore possibile. Comunque non è vero che il 70% della Camera sarà di nominati. Dipende da molti fattori.
L’unico dato certo è che almeno il 70% dei 340 deputati di maggioranza, cioè 240, saranno eletti con le preferenze. Essendoci 100 collegi, non possono esserci più di 100 capilista eletti (potrebbero essere meno, perché si può essere candidati capilista in 10 collegi). Quindi non c’è l’uomo solo al comando. E anche nel nuovo Senato, pur con elezione di secondo grado, vengono eletti consiglieri regionali, a loro volta tutti eletti con preferenze. Non vedo derive autoritarie.
L’Italicum in versione definitiva garantisce, inoltre, se non la parità assoluta, un sistema tendente alla parità di genere, così come la rappresentanza delle forze politiche minori, essendo stata portata la soglia di sbarramento per l’ingresso al 3%.
Il PD ha visto divisioni nel voto. Voglio ricordare che l’accordo elettorale, con cui il PD e SEL hanno definito i loro candidati, prevedeva che su questioni controverse si decidesse a maggioranza nei gruppi parlamentari.
Il gruppo parlamentare PD alla Camera ha deciso a larga maggioranza (formalmente all’unanimità) che andava approvato il testo già passato al Senato.
E’ certamente stata una forzatura la fiducia, ma sono state forzature anche le richieste di voto segreto da parte delle opposizioni e la presentazione di emendamenti da parte di alcuni parlamentari PD, in contrasto con le decisioni del gruppo.
Tutto questo, però, rimanda a un problema più generale.
Come sta insieme un partito, come deve essere un partito, se ci vuole un partito. Non riguarda solo alcuni di noi, riguarda tutti, a partire da chi ha le massima responsabilità.
Credo che in questi giorni, con l’Italicum e le vicende della scuola, sia emerso un insegnamento che va colto, pena un prossimo naufragio: a sinistra ci vuole la politica e ci vuole un partito.

On. Maino Marchi

NEL MEZZO DI UNA FASE DIFFICILE

Siamo ad un passaggio estremamente difficile e complesso per il nostro Paese.
La crisi economica continua e non ci sono segnali sufficientemente incoraggianti di ripresa. In Europa emerge sempre più una battaglia dura tra chi vuol continuare politiche di rigore e austerità che hanno già dimostrato il loro fallimento e chi vuole cambiare sia le politiche monetarie, come sta facendo la BCE con la presenza di forti opposizioni, che quelle economiche e fiscali, per rafforzare gli investimenti europei e gli interventi per la crescita e l’occupazione. La legge di stabilità ha fatto il giro di boa, approvata alla Camera, con modifiche migliorative, ed ora all’esame del Senato. Si lavora per mantenere l’impianto che riduce le tasse su lavoro e imprese e contemporaneamente per rendere meno dura la manovra su Regioni e Province, come si è fatto alla Camera per i Comuni. Procede il treno delle riforme, ma certamente con problemi e anche scontri. La delega fiscale sta vedendo i primi decreti legislativi di attuazione, mentre entro la fine dell’anno dovrebbero essere approvati quelli più importanti sul lavoro, a seguito della definitiva approvazione della legge delega. Il cantiere riforma della giustizia vede la conclusione per il decreto legge sulla giustizia civile e per l’autoriciclaggio, ma molto resta da fare. Così come per la pubblica amministrazione e la scuola. Sta per essere superato il patto di stabilità per le Regioni e fortemente allentato quello per gli enti locali, ma in un quadro finanziario di gravi difficoltà per questi enti.
Riforma costituzionale (Senato e Titolo V) e riforma elettorale dovrebbero vedere il secondo passo entrambe entro gennaio, per poi continuare velocemente verso l’approvazione definitiva. Non sono però pochi e di scarso peso i nodi da affrontare.
Mentre si profilano a breve termine le dimissioni del Presidente della Repubblica, la tenuta delle istituzioni e del sistema democratico si indebolisce.
Mafia capitale getta un forte discredito sulla politica e anche il PD deve fare la sua parte di pulizia. L’astensionismo alle regionali in Emilia Romagna è allarmante. Vi è un mix di cause, da quelle regionali, tra cui l’inadeguata gestione politica dalle dimissioni di Errani alle primarie e le indagini sui rimborsi, a quelle nazionali, relative a scontri politici su temi molto rilevanti come quelli del lavoro.
Siamo in sostanza vicini a traguardi importanti per interventi riformisti, di cui sono convinto che il Paese abbia bisogno, e contemporaneamente ancora nel pieno della crisi di fiducia e di credibilità della politica e delle istituzioni democratiche.
Può degenerare tutto e far incancrenire la crisi di sistema, con rischi enormi per il Paese, o possiamo determinare le condizioni per una svolta.
Molto dipende dal PD, per il ruolo di governo che ha sul piano nazionale, di tante regioni ed enti locali. Per farcela c’è bisogno di unità. L’unità si ottiene se c’è uno sforzo da tutte le parti per cercare soluzioni che tengano conto di punti di vista diversi, presenti non solo nel gruppo dirigente, ma nel Paese.
Dall’Emilia Romagna è venuto un segnale che va colto. Il PD è legittimato a governare, ma deve ascoltare di più il Paese e ricercare il dialogo con le forze sociali.
Una grave responsabilità pesa su tutto il gruppo dirigente del PD, perché se non ce la fa il PD a cambiare l’Italia e ad avviare il percorso di uscita dalla crisi economica e politica, non ce la fa nessuno e il Paese rischia l’ingovernabilità, la decadenza e la tenuta della democrazia.

On. Maino Marchi

Elena dicembre

LEGGE DI STABILITA’, DECADENZA DI BERLUSCONI E CONGRESSO PD

Il prossimo mese sarà scandito da tre questioni prima di altre: il percorso parlamentare della legge di stabilità, la decadenza di Berlusconi da senatore e le vicende interne del PdL, il congresso del PD.
Tutto quanto succederà su questi appuntamenti influirà sulla vita del Governo.
In primo luogo la legge di stabilità. Fra un mese sarà conclusa la prima lettura al Senato e saremo nei momenti topici della seconda lettura alla Camera. Capiremo se saremo dentro un percorso che parte da un giudizio positivo sulla proposta del Governo, in particolare come prima legge di stabilità da diversi anni non basata su tagli e tasse, ma che riduce le tasse su lavoro e imprese e investe sullo sviluppo, e che punta a migliorarla e rafforzarla oppure se saremo dentro un percorso completamente diverso, che considera più o meno da buttare la proposta del Governo e quindi da cambiare nell’impianto. Con i tanti limiti, soprattutto quantitativi, che ha il disegno di legge di stabilità, io ritengo che abbia il segno del cambiamento. Su due cose in particolare: si comincia a ridurre le tasse sul lavoro dipendente e imprese e ad allentare il patto di stabilità interno. Poi ci sono molte cose da cambiare (capitolo pensioni ed esodati in particolare), altre da migliorare nell’impianto, come la service tax, e altre da rendere più efficaci (ad esempio riducendo i beneficiari ai redditi più bassi e aumentando il beneficio del taglio di tasse).
Se si dà il primo giudizio il Governo va avanti e mette la legge di stabilità tra gli appuntamenti positivi. Se prevale il giudizio negativo di una parte del PdL e anche di diverse forze sociali e si approda ad una legge di stabilità molto diversa, il Governo dovrà trarne velocemente le conseguenze e passare la mano.
Nel mezzo del cammino della legge di stabilità, probabilmente a pochi giorni dalla sua approvazione al Senato, è calendarizzato – il 27 novembre – il voto sulla decadenza di Berlusconi.
Non sto a perdermi su voto segreto o voto palese, anche perché personalmente avrei fatto prevalere la velocità della calendarizzazione alla modalità di voto, peraltro questione molto controversa.
Il PD deve tirare diritto e votare per la decadenza. La Legge Severino va applicata, affermando due principi: la legge è uguale per tutti e il consenso politico non può porre nessuno al di sopra della legge.
Se non si fa questo il Paese si ribella e travolge le istituzioni, il PD e il Governo. Quindi non esiste la questione “cade il Governo se decade Berlusconi”. Può capitare ma non è scontato.
E’ invece certo che cade il Governo e anche l’autorevolezza delle istituzioni se il Senato vota contro l’applicazione della Legge Severino per Berlusconi.
In questo contesto incandescente il PD tiene il suo Congresso.
La prima fase, quella per rinnovare i gruppi dirigenti di circolo e provinciali, non ha fatto mancare sorprese e mostrato che ben poco è scontato.
L’elezione di Andrea Costa a segretario provinciale del PD reggiano è tra le maggiori sorprese. Non era certo dato per favorito. Auguro ad Andrea di avere la forza, le idee e la determinazione per condurre il PD di Reggio Emilia in questa fase difficile.
Sono in corso le convenzioni, cioè il voto degli iscritti, sui candidati nazionali. Anche qui qualcosa di non scontato sta accadendo.
Poi ci saranno le primarie dell’8 dicembre per eleggere il segretario nazionale.
Il risultato non sarà indifferente per il Governo.
Se vince Civati il PD ritira la fiducia, cade il Governo e si va alle elezioni anticipate.
Se vince Cuperlo la parentesi delle larghe intese va avanti, almeno per quanto dipende dal PD, con l’obiettivo di avviare l’uscita del Paese dalla crisi economica e di approvare le riforme istituzionali, compresa quella elettorale, e poi nel 2015 si vota.
Se vince Renzi francamente non so. Non so cosa significhi in politica fare il tifo per il Governo. Non so, visto che il Governo c’è da sei mesi, cosa significhi in politica “se il Governo fa, dura”. Lo scopriremo solo vivendo.
Personalmente credo di avere chiara una questione.
E’ dura chiedere ad Alfano di rompere con Berlusconi con un PD che ha due candidati su quattro (mi perdonerà Pittella se non ho riportato la sua posizione) e due sui tre più quotati che non gli garantiscono neanche il panettone.

On. Maino Marchi

Sul terremoto che ha colpito l’Emilia

Il terremoto che ha colpito l’Emilia, oltre alle province di Mantova e Rovigo, è questione su cui il PD sta spendendosi in ogni sede per trovare soluzioni adeguate agli effetti di un sisma che ha danneggiato la popolazione, servizi pubblici essenziali, il patrimonio storico e culturale e, specificità di questo terremoto, il sistema produttivo. Sono necessari serietà, misure adeguate e una grande solidarietà.
La reazione degli emiliani è stata pienamente all’altezza della situazione. Mi riferisco alla volontà di riprendere e ricostruire dimostrata dalla popolazione, al genio imprenditoriale continuamente alla ricerca di ogni soluzione possibile per riprendere la produzione e all’azione degli amministratori locali e regionali. Il Presidente Errani e i sindaci in primo luogo sono un esempio di impegno civico che ha visto un apprezzamento corale.
Anche l’azione dei circoli del PD e dei Giovani Democratici in questa regione, impegnati a trovare fondi con diverse iniziative e a portare un’azione concreta di aiuti, va in questa direzione. Così come si è espressa al massimo livello la solidarietà dei cittadini.
E l’azione del Governo e delle istituzioni nazionali?
Ci sono luci e ombre, ma a mio avviso prevalgono gli elementi positivi.
Cerco di evidenziarli: il Governo, a differenza di quello precedete nella vicenda dell’Aquila, non ha agito per ottenere consensi facendo un po’ di scena, ma è intervenuto con provvedimenti concreti e non ha centralizzato la governance delle azioni, ma ha fatto perno sui Presidenti delle tre Regioni, con un ruolo fondamentale dei Sindaci;
vi sono state misure per l’emergenza collegata a quella per l’avvio della ricostruzione, con attenzione all’insieme dei problemi;
con il decreto legge così come modificato dalla Camera, vi sono risorse rilevanti, seppur insufficienti, per gli interventi sul patrimonio pubblico e per i servizi scolastici e sanitari, nonché per i privati, sia sul versante abitativo che produttivo; vi sono sospensioni dei tributi, dei contributi e di altri aspetti amministrativi; vi sono disposizioni per l’adeguamento sismico dei capannoni industriali e per affrontare alcune problematiche settoriali, come quelle del parmigiano-reggiano o della ricerca industriale nel biomedicale; vi sono misure per un primo – insufficiente – allentamento del patto di stabilità interno per i Comuni interessati dal sisma: nelle modifiche del decreto i parlamentari PD hanno agito in sintonia con la Regione, hanno ricercato l’intesa con le altre forze politiche nella commissione ambiente e lavori pubblici e poi hanno difeso in commissione bilancio il testo della commissione di merito, che sarebbe stato invece quasi azzerato in base alle osservazioni della Ragioneria dello Stato;

IL PD HA PROPOSTO ALLA CAMERA DI DESTINARE I TAGLI AI RIMBORSI ELETTORALI DEI PARTITI PER INTERVENTI CONSEGUENTI AI DANNI PROVOCATI DA TERREMOTI E CALAMITA’ NATURALI DAL 1° GENNAIO 2009. CIò E’ DIVENTATO PROPOSTA DI TUTTI I GRUPPI E APPROVATO ALLA CAMERA; IL SENATO HA CONFERMATO QUESTA SCELTA CHE ORA E’ LEGGE, PER CUI QUESTE RISORSE VANNO AI TERREMOTATI E NON AI PARTITI.

Altri 150 milioni verranno da risparmi sulle spese della Camera dei Deputati, sulla base di una proposta bipartisan dei deputati eletti nelle zone colpite;
Si sono trovate risorse per interventi urgenti, come quelle sui campanili, che permettono di far uscire dalle zone rosse parti dei centri storici con abitazioni e attività commerciali e produttive.
Sono primi risultati, insieme a prime indicazioni sul limite cui potrà arrivare il contributo pubblico per gli interventi sulle case inagibili (fino all’80%) e alla programmazione delle azioni per la ripresa delle attività scolastiche.
Non tutto è risolto. Molto resta da fare. I 2,5 miliardi del decreto legge non bastano. A mio avviso occorrerà prorogare per tutto il 2013 l’aumento dell’aliquota delle accise sulla benzina, che darebbe quasi 1 miliardo in più.
Occorre sostenere maggiormente Comuni e Province, con ulteriori allentamenti del patto di stabilità interno e con sostegni per i problemi di cassa derivanti dalla sospensione dei pagamenti anche dei tributi locali.
Il parere della Commissione Bilancio chiede al Governo di prevedere altre misure in questo senso. Il Governo si è impegnato ad inserire misure anche in altri provvedimenti già all’esame delle Camere e sta operando per acquisire risorse dall’Unione Europea.
Occorre avere una fortissima attenzione ai problemi della ripresa delle attività produttive: nella zona colpita si produce il 2% del PIL nazionale; se non si riprende, la crescita italiana diventa una chimera. Occorre sostenere in tutti i sensi i cittadini colpiti.
L’impegno del PD sarà costante per ridare un futuro a questa parte dell’Emilia.

On. Maino Marchi
Relatore in Commissione Bilancio
della Camera sul decreto legge per il terremoto