Il Portico n.283 NOVEMBRE 2011

Intervista a Frida Neri vincitrice del XII edizione del conconrso Augusto Daolio

Data: 3 febbraio 2011

Sarebbe riduttivo considerare Frida Neri, al secolo Michela di Ciocco, semplicemente una cantante emergente nel panorama musicale italiano.
In lei scopriamo, infatti, che convivono accanto alla raffinata personalità di poliedrica musicista (autrice e interprete), quella di affascinante cultrice di filosofia e attenta osservatrice del complesso panorama socio-culturale italiano.
Fresca vincitrice della XII edizione del concorso nazionale Premio Augusto Daolio a Sulmona, Frida aprirà il concerto dei Nomadi all’interno di NomadInsieme, tradizionale manifestazione che si terrà questo 20 febbraio a Novellara (in provincia di Reggio Emilia).
Chi è Frida Neri?

F. N.: «Sono nata a Formia, in Molise, ma ormai sono fanese di adozione. Nelle Marche, infatti, mi sono laurerata a Urbino in filosofia e risiedo stabilmente a Fano. Lo pseudonimo che utilizzo indica due aspetti, parimenti importanti, della mia personalità: richiama il suono linguistico della parola free – che significa libero – e, il fatto stesso che sia un nuovo nome, suggerisce l’idea di un inizio: quello del mio percorso artistico che, dopo anni passati cantando cover, è finalmente rivolto a quella che definisco “alchemica” ricerca di un suono e una scrittura originale e personale».
Dalla sua biografia leggiamo che è passata attraverso vari generi (reggae, grunge, rock femminile anni ’90, blues, musica cantautorale italiana, jazz). Segno evidente di una dimensione artistica che, prima di affermarsi, intende guardar(si) intorno. Che legame sente di avere con la tradizione musicale nella quale è cresciuta?

F. N.: «Sono sempre stata colpita e affascinata dalle voci e dagli autori che mi piace definire “appassionati”. Sarebbe impossibile fare un elenco dei cantanti “che stimo”: correrei il rischio di far torto a qualcuno. Sicuramente mi sento di citare Eddie Vedder, Aretha Franklin, Ivan Graziani (che omaggio, cantando in un gruppo chiamato Malelingue), Janis Joplin, Loredana Bertè. Sono tutti artisti diversi tra loro ma accomunati dalla grande personalità artistica e da una libertà espressiva indiscutibile, direi pregiudiziale».// C’è una canzone che avrebbe voluto scrivere o cantare?
F. N.
: «No, ma mi sarebbe piaciuto poter essere la voce femminile accanto a Giovanni Lindo Ferretti, in tutto il suo percorso CCCP/CSI/PGR. Inoltre sono affascinata da Hadestown di Anais Mitchell, un’opera folk nata come composizione per un musical teatrale, interpretato da attori del Vermont (il direttore Ben Matchstick, l’arrangiatore Michael Chorney e il produttore Todd Sickafoose)».
Quanto pesano nella bilancia di un artista lo studio e il talento?

F. N.: «So di dire una banalità ma, secondo me, la condizione perfetta sarebbe quella dell’equilibro. Non voglio sminuire il valore dello studio (io stessa recentemente ho iniziato a studiare canto lirico con l’insegnante e cantante d’opera Letizia Sciuto), tanto meno voglio celebrare la tesi opposta – che tende a considerare il talento come qualcosa di innato, negativamente discriminante (per chi non ce l’ha) e assolutorio (per chi ce l’ha) – ma ritengo che la tecnica debba fondamentalmente essere propedeutica all’espressione e mezzo al servizio dell’anima. L’arte nasce essenzialmente da una esigenza comunicativa e nelle mie canzoni c’è soprattutto una riflessione – emotiva, più che razionale – sul “come si sta nel mondo”. La musica ha in me un effetto sostanzialmente terapeutico, meditativo, di riequilibrio interiore. C’è un aspetto istintivo dell’arte che è indomabile, impossibile da ridurre alla mera esecuzione tecnica, ma che senza una adeguata preparazione tecnica non potrebbe tradursi in atto, restando perennemente nella semplice condizione di potenzialità».
Parla di arte e non in maniera specifica di musica. Ritiene che non esista una netta distinzione tra gli ambiti?

F. N.: «Non saprei risponderti con certezza, ma sicuramente penso che esista un’aria di famiglia tra chi canta, chi scrive, chi va in scena: tutto nasce da quella che considero una urgenza “storica”, un tentativo di rimedio all’analfabetismo espressivo che caratterizza l’essere umano occidentale contemporaneo. Si è verificata una cesura interiore nel nostro modo di vivere a partire dalla modernità – ma probabilmente anche da prima – una netta separazione tra le virtù (se così nobilmente le vogliamo chiamare) del corpo e quelle dello spirito. Ecco, secondo me, attraverso la musica – ma più generalmente l’arte – è possibile effettuare un’opera di ri-cucitura, di ri-appropriazione, di ri-esistenza. Insomma, compiere un’affermazione di libertà».
L’Italia è il luogo con il maggior patrimonio artistico del mondo. Questa ricchezza come si traduce in termini di opportunità e attenzione dei confronti di chi vuol fare musica?

F. N.: «Beh, in realtà in Italia è già un’impresa riuscire a cantare nei locali del luogo dove si vive. Chi vuol intraprendere questo mestiere deve sapere che esiste una sola via: la gavetta. Fortunatamente esistono diverse manifestazioni indipendenti per farsi notare, se non proprio per riuscire a emergere».
Rivedendo Woodstock, salta agli occhi la distanza tra i cantanti di qualche decennio fa e quelli odierni: Jimmy Hendrix regalò ai ragazzi presenti un indimenticabile e irriverente inno nazionale, mentre oggi l’attenzione di chi sta sul palco appare concentrata solo sul pubblico televisivo, anche se si tratta di concerti live. In che modo giudica questo cambiamento?

F. N.: «Come un segno dei tempi: c’è una totale dissociazione tra la realtà e l’irrealtà, con quest’ultima che ha decisamente preso il sopravvento. Concentrarsi sulle telecamere è un semplice atto di narcisismo autoreferenziale che rende ancor più urgente quel recupero del valore ri-appropriante della musica di cui parlavo. Bisogna tornare a fare esperienza del sé e la musica, secondo me, può svolgere un ruolo fondamentale, permettendo di recuperare la percezione intima del proprio corpo».
Come vive l’atmosfera dei concerti?

F. N.: «Come un’esperienza trasfigurante, una dimensione parallela in cui la presenza del pubblico è fortissima. Questo è un modo per raccogliermi e ascoltare più in profondità le mie emozioni e le mie sensazioni, tra le quali – ripeto – fortissima è quella relativa alla presenza del pubblico».
Progetti per il futuro?

F. N.: «Sono tanti, tra cui sicuramente il mio primo album. Gli altri, preferisco aspettare che si realizzino prima di parlarne!»

Fonte: http://www.persinsala.it/web/interviste/intervista-a-frida-neri-953.html