GLOBALIZZAZIONE

Gentile direttore,
tantissimi significati abbiamo attribuito alla parola globalizzazione, che il professor Theodore Levitt coniò nel 1983 intendendo riferirsi alla necessità di trasformare il mondo intero, in un’unico mercato. egli aveva visto lungo e si rendeva conto che il pianeta diviso in nazioni non era più adatto alle imprese moderne. Basta con le aziendine per il mercato locale, meglio le multinazionali che hanno bisogno di spaziare ovunque, perché nessuna nazione ha un numero sufficiente di consumatori ad assorbire i loro prodotti (es. Coca Cola, Nike). Di qui la necessità di un mondo senza barriere, senza dazi, senza regole sanitarie o ambientali diversificate da paese a paese, tutti lacci che complicano le cose! Via tutto, per permettere alle merci, ai capitali, agli investimenti di fluire liberamente da un continente all’altro, senza dover rispettare nessuna regola che non sia quella del profitto e della concorrenza. Hanno ottenuto, pressando i governi, una grande vittoria nel 1995 con l’istituzione dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), che ha riscritto le regole tenendo solo conto degli interessi delle grandi imprese. Ma proprio quando la globalizzazione ha incominciato a diventare realtà, le multinazionali hanno fatto un’amara scoperta: il mercato mondiale è piccolo perché chi può comprare e pagare, non va oltre il 30-40% della popolazione mondiale. Tutti gli altri sono zavorra! Si stanno contendendo un mercato limitato, che non ha possibilità di espansione immediata, che ha determinato una concorrenza all’ultimo sangue giocata essenzialmente sulla diminuzione dei prezzi. Ma ogni volta che si ritoccano i prezzi bisogna trovare il modo di ridurre  anche i costi di produzione, altrimenti addio profitti. Ecco perché, all’epoca della globalizzazione, il lavoro è finito sotto assedio.

Cordialità
Paolo Pagliani
Novellara