OCCORRE ” ARIA PULITA”

Perché a volte necessita essere decisi e nel nome di Dio scacciare con violenza d’ardore e di giustizia, satana, che si annida slealmente  sotto una ingannevole apparenza innocente.

Perché a volte necessita essere decisi e nel nome di Dio scacciare con violenza d’ardore e di giustizia, satana, che si annida slealmente sotto una ingannevole apparenza innocente.

Gentile direttore, capisco le delusioni davanti a tanta corruzione soprattutto da parte di chi non avrebbe neanche il bisogno di rubare. Ma non riesco a capire quelle persone che si rifiutano di pagare le tasse o dicono ai figli di rubare i gessetti a scuola per andare contro lo Stato. Da piccolo mi hanno insegnato a rispettare la mia Nazione, ma se tutti si lamentano del malessere generale che sembra colpire tutti, cosa trasmettiamo ai nostri figli? Né comprendo chi non paga il canone RAI perché dice di non avere soldi ma poi è abbonato a Sky. Lamentarci della nostra situazione mentre in altre parti del mondo si vivono guerre e dittature sembra ingiusto. Dovremmo cercare di migliorare tutti. Non possiamo disprezzare i politici e poi fare lo stesso. Chi ruba in alto è esecrabile esattamente come quei negozianti che non fanno gli scontrini. O come le persone che non rubano solo perché non ne hanno la possibilità. Una morale solo utilitaristica che mira solo al proprio interesse, è destinata a scadere in amoralità e a generare ingiustizie. L’egoismo è spesso il principale consigliere che indirizza l’agire: è con questa guida falsa che si è pronti a trovare tutte le scuse per giustificare un’opera in sé illecita. Uno dei modi per salvare il Paese è dare una bella ripulita in alto, (se mai ci riusciremo), e impegnarci come cittadini per far respirare “aria pulita” ai nostri figli. E far loro comprendere che la nostra gioia è solo nel lavoro e nel sentirsi utili agli altri. Tutto questo richiede un impegno serio morale. Abbiamo le risorse etiche per riprenderci.

Cordialità
Paolo Pagliani

“Perché…”: i Pontefici cambiano nome?

speranza.fede.caritàTutti sanno, o dovrebbero sapere, che il primo Pontefice (il capo della Chiesa Cristiana Cattolica romana) fu San Pietro, ma non tutti sanno, quasi certamente, che Pietro non si chiamava così, bensì Simone, e che il nome gli venne mutato in Pietro da Gesù per simboleggiare la solidità della Chiesa (aspetto, quest’ultimo, che sarà approfondito in un altro articolo).
Tuttavia, fino al 533 i Papi mantennero il loro nome di battesimo; nel 533 fu eletto Giovanni II (morto due anni dopo), che rinunciò al suo nome Mercurio poiché rievocava una divinità pagana, contrasto che gli parve irriguardoso; dopodiché passarono ben 448 anni prima di giungere all’elezione di Papa Giovanni XIV (983-984) che, per omonimia e, sicuramente, per ossequio verso San Pietro, preferì abbandonare il nome originario Pietro da Canepanova.
Qualche anno dopo, nel 996, fu elevato al soglio pontificio Gregorio V, primo Papa germanico (cugino dell’imperatore Ottone III), che mutò il suo nome da Brunone di Carinzia con la motivazione di dover distinguere la sua vita precedente da quella che si apprestava a vivere con influenza. Morì tre anni dopo, ma la sua motivazione divenne la regola consuetudinaria ancora oggi ritualmente seguita e rigorosamente argomentata nella scelta del nome più importante.
A questo punto invito i lettori a giocare con la memoria: ricordate come hanno giustificato la scelta del nuovo nome gli ultimi tre Papi (Wojtyla, Ratzinger, Bergoglio)?

Massimo Vecchi

Nuova-2 2013

Un’estate in cammino

IMG_3201

Sono rientrati i giovani che hanno partecipato la scorsa estate alle esperienze missionarie in Perù e Albania.
Non un viaggio ma un cammino, non una terra di Missione da visitare ma tante terra di Missione da incontrare. E’ stato questo il filo conduttore delle esperienze missionarie di 2 gruppi di giovani che sono partiti questa estate per Pucallpa in Perù, dove come Gruppo Parrocchiale Missionario seguiamo un progetto dal 2010, e in Albania.
Un viaggio che è cominciato molto prima della data prevista per la partenza, con un percorso di formazione che ha coinvolto tutti i ragazzi, e che, nonostante il rientro non si è ancora concluso. Nel loro cammino sono “passati” nel cuore sentimenti diversi: entusiasmo, quello iniziale per un’esperienza nuova e accattivante, per la prospettiva della partenza; il dolore e la fatica di guardarsi dentro e di fare i conti con certe parti nascoste e da rifiutare ma che la missione inevitabilmente ti “ributta” addosso e infine la paura ….La paura di chi si rende conto che nonostante le finte “aperture” l’idea di incontrare così tanto “altro” può mettere in difficoltà, paura di non essere capaci di gestire quest’”abbondanza di altro” e di non essere capace di lasciarsi toccare !!
In effetti non è facile uscire da se stessi, dalla propria cultura, allontanarsi dalla propria gente, dalle proprie abitudini, dalla propria idea di Gesù, di Chiesa, di povertà, di solidarietà e fare i conti con una terra straniera, una terra di Missione….anzi tante.
Paure dissolte in un attimo, al primo contatto con la gente, persone a te sconosciute ma che incontrandoti anche per la prima volta non ti risparmiano un sorriso, un caloroso saluto, piccoli particolari che da noi sono forse abitudine, ma che in terra di Missione sono testimonianza di sentimenti forti, di amore senza barriere, senza frontiere.
E così la missione è diventata soprattutto STARE e vivere il quotidiano senza fare nulla di straordinario. Ha fatto capire come le fatiche quotidiane, le situazioni di dolore incontrate e con le quali si sono misurati, le domande e gli interrogativi senza risposta, la rabbia o la gioia che li ha accompagnati nel loro periodo di permanenza in terre lontane, tutto questo era da offrire al Signore, perché tutto questo era già preghiera !
La consapevolezza che nel loro periodo di permanenza fosse più importante imparare piuttosto che insegnare, di non sentirsi investigatori alla scoperta di chissà quali scoop, ma osservatori attenti per vedere e condividere la vita dei missionari e dei fratelli che li hanno accolti. Non portatori di ricchezze, di idee, esperienze di vita occidentale, ma al contrario il  sentirsi arricchiti dalle testimonianze di vita vissuta in quella terra, sognando l’incontro con una cultura e una mentalità sicuramente diversa dalla nostra ma certamente desiderosa di crescere e migliorare ogni giorno.
Tutto questo, al loro rientro, gli permetterà di vivere al meglio le opportunità e le circostanze che ogni giorno la vita offre.  E mi piace riprendere, per concludere,  una preghiera  di Papa Giovanni Paolo II: “ E’ dai giovani che parte il futuro. I giovani possono prendere il buono del passato e  renderlo presente. Nei giovani sono seminati la santità, l’intraprendenza, il coraggio. Maria, Madre dei Giovani coprili con il tuo manto, difendili, proteggili dal male, affidali a tuo figlio Gesù e poi mandali a dare speranza al mondo.”
Bentornati, ragazzi e buon cammino.

Tano Lusuardi

P1060687

IL BUE E L’ASINELLO

gesu-big1Caro direttore, nei giorni scorsi ho sentito la lettura alla radio di un articolo dello scrittore Luciano De Crescenzo, apparso sul Mattino di Napoli, in cui manifestava la sua preoccupazione perché nell’ultimo libro di Benedetto XVI, dedicato all’infanzia di Gesù, nella grotta che accolse il Bambinello non compaiono il bue e l’ asinello… Beh, io invece sarei più turbata per il fatto che la cultura dominante si sta dimenticando che a Natale il festeggiato è Gesù, che è Lui il centro della storia. La divide in due: prima e dopo di Lui. Ed è anche il centro del presepe, con o senza bue e l’asinello. Ma ora, nel frastuono delle pubblicità natalizie; il “Principe della Pace” viene sostituito dal barbuto vecchietto vestito di rosso. Questo sì che è preoccupante.
Cordialità
Nardina Chierici Pagliani

Don Carlo nuovo parroco di Novellara

Don Carlo Fantini

Giunge a noi un dono; accogliamo con gioia nella nostra comunità don Carlo Fantini.
Sabato 27 ottobre il vescovo Adriano Caprioli ha ufficializzato l’inizio del mandato a don Carlo Fantini, il nuovo parroco dell’Unità pastorale Novellara, Santa Maria e San Giovanni della Fossa, chiamato a succedere al compianto don Candido Bizzarri, deceduto poco più di un mese fa. Don Carlo, nato a Bagno nel maggio del 1945, ordinato sacerdote il primo luglio del 1973, è già da tempo conosciuto e stimato a Novellara per essere stato per tre anni parroco di San Giovanni e Santa Maria, prima dei nove anni di servizio missionario in Albania. (Video)
Venne richiamato poi a Novellara dal vescovo nel novembre del 2011 come amministratore parrocchiale a seguito dell’aggravarsi delle condizioni di salute di don Candido.
Don Carlo e don Candido arrivarono a Novellara entrambi nel 1999, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro e per tre anni ebbero occasione di conoscersi e di lavorare insieme. Erano uniti da una comune tensione missionaria, vissuta in modo diverso ma condivisa e da un convinto impegno comune per il dialogo con le altre comunità religiose.
Preventivamente interpellato, il nuovo parroco, ha accolto la nomina, come lui stesso ha detto, con un po’ di timore, confortato però dalla fiducia dei vescovi e dei preti collaboratori, dalla presenza a Novellara della Casa della carità e di molte persone disponibili a lavorare per il buon funzionamento della parrocchia. Durante la liturgia i rappresentanti delle diverse realtà parrocchiali si sono tutti resi disponibili a cooperare con lui nella consapevolezza che «il parroco non è chiamato a fare tutto, ma a far si che tutti operino in armonia e con spirito di collaborazione». Lo spirito permanente di servizio che è nella Chiesa ha sempre la necessità di essere allargato e di coinvolgere il maggior numero possibile di persone. “È vero – dice don Carlo – che a volte ci aspettiamo gratitudine, ed è comprensibile, ma occorre stare attenti a fare ciò che facciamo non per ricevere gratitudine, ma piuttosto per il desiderio di servire”. Talora si presenta anche la situazione di chi pretende di passare dal servire al comandare, ma non è detto che questo sia un passaggio obbligato. Naturalmente chi serve con il cuore e con impegno deve essere ascoltato, ma bisogna ricordare che siamo sempre servi come Gesù ci ha insegnato. Inoltre c’è chi,  talvolta, come il nostro nuovo parroco, è chiamato a guidare il servizio, ma il dover decidere in una comunità, non lo pone al di sopra della medesima. Don Carlo Fantini inoltre sottolinea che nella nostra realtà ci sono tante cose da fare e perciò occorrono tante persone animate dallo spirito di servizio. Talvolta ci può essere la naturale tentazione di ritagliarsi un ruolo, avverte don Carlo, ma questo non è giusto. Non dobbiamo infatti mai sovrapporci al bene della comunità ma porci davanti a Gesù. Don Carlo ricorda che in un recente incontro con i preti, ha ravvisato una frequente tendenza al lamento. Lui preferisce una Chiesa ringrazia e che loda il Signore. Per poter ringraziare e lodare Dio occorre avere sempre un cuore aperto e rimboccarci le maniche perché quello che stiamo vivendo in questo periodo così difficile crea l’occasione affinchè ognuno possa dare il proprio contributo, invocando l’aiuto della B.V. Maria per realizzarlo al meglio.