Una bella storia lunga 11 anni e ora ?

Enrico Mazzoni
AVVISO I LETTORI CHE ANDRANNO INCONTRO AD UNO SCRITTO LUNGO E PIENO DI ERRORI GRAMMATICALI !
Sono passati 11 anni da quando io e mio fratello decidemmo di lasciare un buon posto di lavoro per aprire una attività in proprio.
Due caratteri similari intraprendenti con voglia di fare, che mal sopportano la vita da dipendente.
La prima mossa per partire fu quella di visionare un negozio EcoStore a Mantova.
Allora il franchising era solo all’inizio della sua splendida carriera, con 80 punti vendita in Italia. Ora siamo a oltre 300 negozi. Dalla pubblicità locale siamo passati a quella sui grandi network come LA7 e Rai 3.
La partenza è stata difficile come in tutte le attività ci siamo dovuti appoggiare alle banche per finanziarci in quando nessuno dei due aveva più di tanto da investire.
Abbiamo organizzato l’attività in due settori e fummo visionari nel capire come sarebbe evoluta la fotografia la stampa negli anni futuri.
Mio fratello ad occuparsi del settore aziende in materiale consumabile toner e cartucce ed io nella fotografia.
Il percorso negli anni non fu facile, il nostro negozio non prese subito piede in quanto per il settore EcoStore necessitava di una zona più centrale di Carpi invece scegliemmo la periferia meglio il quartiere Cibeno.
Un bellissimo quartiere dopo tanti anni posso dire di essere stato adottato ed avere tantissimi amici e conoscenti.
Gli sforzi furono enormi, per me in quanto fotografo sconosciuto nel cercare di farsi un nome nel momento peggiore della fotografia e mio fratello nel procacciarsi i clienti in quanto la vendita al dettaglio era anormalmente bassa rispetto all’altri EcoStore in Italia.
Comunque tenemmo il passo ed incrementammo giorno giorno i nostri fatturati con numeri anche molto alti fino a che….arrivò la stramaledetta crisi….lunga ed inesorabile.
Gli anni a seguire smettemmo di crescere tagliammo il più possibile i costi per galleggiare e pagare piano piano i nostri investimenti….poi nel maggio 2012 arrivarono le scosse !!!
Noi eravamo proprio nella parte più vicina alle zone che furono più colpite.Danni materiali pochi solo una bella crepa lungo il muro coperta sapientemente con poster e fotografie.
Purtroppo ci fu un danno grosso psicologico. Per diversi mesi la clientela non frequentò i negozi la vita delle persone era segnata dal terrore e ci volle molto tempo a riabituarsi alla vita normale.
In più molte aziende in quel periodo chiusero parzialmente e definitamente.
Altro prestito in banca per riuscire andare avanti e non abbatterci.
La crisi non passa la concorrenza con i centri commerciali e la vendita online ti segna, ma nonostante tutto sia io che mio fratello vedemmo la luce nel dicembre 2016 con la possibilità concreta di chiudere i nostri mutui in banca.
Poi è arrivata un’altra stangata la cosa peggiore che può capitare a chi apre una attività in proprio !
La malattia che ti costringe a stare lontano dal lavoro che ami e che hai dato anima e corpo.
Un altra battaglia grande che vinceremo sicuramente ma che creerà nei mesi futuri grossi problemi economici.
Nel frattempo ci siamo riorganizzati abbiamo preso una bravissima ragazza che ci aiuta a mantenere efficienti i nostri servizi…ma sarà difficilissimo resistere ….
Tutto questo scritto per ringrazia tutti gli amici che nel corso degli anni hanno acquistato e continuano ad acquistare da noi.
Per chi invece non ha mai acquistato o a smesso per forte concorrenza vi chiedo una sensibilità verso i fratelli Mazzoni.
Non chiedono elemosina a nessuno, ma la possibilità di conoscerci darvi le nostre migliori offerte e servizi nel contempo darci la possibilità di andare avanti almeno per un po’ di tempo fino a quando uno di noi possa raggiungere la meritata pensione.
Parlando dal punto di vista personale vorrei andare avanti ancora negli anni nel mio lavoro di Fotografo, mestiere che amo e chi mi ha dato grosse soddisfazioni.
Purtroppo il rischio chiusura attività nonostante sia pieno di lavoro è forte.
Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere e capire !

Enrico Mazzoni
ecostore

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI RAPPRESENTATI DELLA CONFEDERAZIONE COOPERATIVE ITALIANE

papa-avnt1Aula Paolo VI – Sabato, 28 febbraio 2015

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Fratelli e sorelle, buongiorno!
Quest’ultima [si riferisce al coro] è stata la “cooperativa” più melodiosa! Complimenti!
Grazie per questo incontro con voi e con la realtà che voi rappresentate, quella della cooperazione. Le cooperative sfidano tutto, sfidano anche la matematica, perché in cooperativa uno più uno fa tre! E in cooperativa, un fallimento è mezzo fallimento. Questo è il bello delle cooperative!
Voi siete innanzitutto la memoria viva di un grande tesoro della Chiesa italiana. Infatti, sappiamo che all’origine del movimento cooperativistico italiano, molte cooperative agricole e di credito, già nell’Ottocento, furono saggiamente fondate e promosse da sacerdoti e da parroci. Tuttora, in diverse diocesi italiane, si ricorre ancora alla cooperazione come rimedio efficace al problema della disoccupazione e alle diverse forme di disagio sociale. Oggi è una regola, non dico normale, abituale… ma tanto spesso si vede: “Tu cerchi lavoro? Vieni, vieni in questa ditta”. 11 ore, 10 ore di lavoro, 600 euro. “Ti piace? No? Vattene a casa”. Che fare in questo mondo che funziona così? Perché c’è la coda, la fila di gente che cerca lavoro: se a te non piace, a quell’altro piacerà. E’ la fame, la fame ci fa accettare quello che ci danno, il lavoro in nero… Io potrei chiedere, per fare un esempio, sul personale domestico: quanti uomini e donne che lavorano nel personale domestico hanno il risparmio sociale per la pensione?
Tutto questo è assai noto. La Chiesa ha sempre riconosciuto, apprezzato e incoraggiato l’esperienza cooperativa. Lo leggiamo nei documenti del Magistero. Ricordiamo il grido lanciato nel 1891, con la Rerum Novarum, da Papa Leone XIII: “tutti proprietari e non tutti proletari”. E vi sono certamente note anche le pagine dell’Enciclica Caritas in Veritate, dove Benedetto XVI si esprime a favore della cooperazione nel credito e nel consumo (cfr nn. 65-66), sottolineando l’importanza dell’economia di comunione e del settore non profit (cfr n. 41), per affermare che il dio-profitto non è affatto una divinità, ma è solo una bussola e un metro di valutazione dell’attività imprenditoriale. Ci ha spiegato, sempre Papa Benedetto, come il nostro mondo abbia bisogno di un’economia del dono (cfr nn. 34-39), cioè di un’economia capace di dar vita a imprese ispirate al principio della solidarietà e capaci di “creare socialità”. Risuona, quindi, attraverso di voi, l’esclamazione che Leone XIII pronunciò, benedicendo gli inizi del movimento cooperativo cattolico italiano, quando disse che, per fare questo, «il Cristianesimo ha ricchezza di forza meravigliosa» (Enc. Rerum novarum, 15).
Queste, e molte altre affermazioni di riconoscimento e di incoraggiamento rivolte ai cooperatori da parte della Chiesa sono valide e attuali. Penso anche allo straordinario magistero sociale del beato Paolo VI. Tali affermazioni le possiamo confermare e rafforzare. Non è necessario perciò ripeterle o richiamarle per esteso.
Oggi, vorrei che il nostro dialogo non guardi solo al passato, ma si rivolga soprattutto in avanti: alle nuove prospettive, alle nuove responsabilità, alle nuove forme di iniziativa delle imprese cooperative. E’ una vera missione che ci chiede fantasia creativa per trovare forme, metodi, atteggiamenti e strumenti, per combattere la “cultura dello scarto”, quella che oggi viviamo, la “cultura dello scarto” coltivata dai poteri che reggono le politiche economico-finanziarie del mondo globalizzato, dove al centro c’è il dio denaro.
Globalizzare la solidarietà – questo si deve globalizzare, la solidarietà! – oggi significa pensare all’aumento vertiginoso dei disoccupati, alle lacrime incessanti dei poveri, alla necessità di riprendere uno sviluppo che sia un vero progresso integrale della persona che ha bisogno certamente di reddito, ma non soltanto del reddito! Pensiamo ai bisogni della salute, che i sistemi diwelfare tradizionale non riescono più a soddisfare; alle esigenze pressanti della solidarietà, ponendo di nuovo, al centro dell’economia mondiale, la dignità della persona umana, come è stato detto da voi. Come direbbe ancora oggi il Papa Leone XIII: per globalizzare la solidarietà “il Cristianesimo ha ricchezza di forza meravigliosa!”.
Quindi non fermatevi a guardare soltanto quello che avete saputo realizzare. Continuate a perfezionare, a rafforzare e ad aggiornare le buone e solide realtà che avete già costruito. Però abbiate anche il coraggio di uscire da esse, carichi di esperienza e di buoni metodi, per portare la cooperazione sulle nuove frontiere del cambiamento, fino alle periferie esistenziali dove la speranza ha bisogno di emergere e dove, purtroppo, il sistema socio-politico attuale sembra invece fatalmente destinato a soffocare la speranza, a rubare la speranza, incrementando rischi e minacce.
Questo grande balzo in avanti che ci proponiamo di far compiere alla cooperazione, vi darà conferma che tutto quello che già avete fatto non solo è positivo e vitale, ma continua anche ad essere profetico. Per questo dovete continuare a inventare – questa è la parola: inventare – nuove forme di cooperazione, perché anche per le cooperative vale il monito: quando l’albero mette nuovi rami, le radici sono vive e il tronco è forte!
Qui, oggi, voi rappresentate valide esperienze in molteplici settori: dalla valorizzazione dell’agricoltura, alla promozione dell’edilizia di nuove case per chi non ha casa, dalle cooperative sociali fino al credito cooperativo, qui largamente rappresentato, dalla pesca all’industria, alle imprese, alle comunità, al consumo, alla distribuzione e a molti altri tipi di servizio. So bene che questo elenco è incompleto, ma è abbastanza utile per comprendere quanto sia prezioso il metodo cooperativo, che deve andare avanti, creativo. Si è rivelato tale di fronte a molte sfide. E lo sarà ancora! Ogni apprezzamento e ogni incoraggiamento rischiano però di rimanere generici. Voglio offrirvi, invece, alcuni incoraggiamenti concreti.
Il primo è questo: le cooperative devono continuare ad essere il motore che solleva e sviluppa la parte più debole delle nostre comunità locali e della società civile. Di questo non è capace il sentimento. Per questo occorre mettere al primo posto la fondazione di nuove imprese cooperative, insieme allo sviluppo ulteriore di quelle esistenti, in modo da creare soprattutto nuove possibilità di lavoro che oggi non ci sono.
Il pensiero corre innanzitutto ai giovani, perché sappiamo che la disoccupazione giovanile, drammaticamente elevata – pensiamo, in alcuni Paesi d’Europa, il 40, 50 per cento – distrugge in loro la speranza. Ma pensiamo anche alle tante donne che hanno bisogno e volontà di inserirsi nel mondo del lavoro. Non trascuriamo gli adulti che spesso rimangono prematuramente senza lavoro. “Tu che cosa sei?” – “Sono ingegnere” – “Ah, che bello, che bello. Quanti anni ha?” – “49”- “Non serve, vattene”. Questo accade tutti i giorni. Oltre alle nuove imprese, guardiamo anche alle aziende che sono in difficoltà, a quelle che ai vecchi padroni conviene lasciar morire e che invece possono rivivere con le iniziative che voi chiamate “Workers buy out”, “empresas recuperadas”, nella mia lingua, aziende salvate. E io, come ho detto ai loro rappresentanti, sono un tifoso delle empresas recuperadas!
Un secondo incoraggiamento – non per importanza – è quello di attivarvi come protagonisti per realizzare nuove soluzioni di Welfare, in particolare nel campo della sanità, un campo delicato dove tanta gente povera non trova più risposte adeguate ai propri bisogni. Conosco che cosa fate da anni con cuore e con passione, nelle periferie delle città e della nostra società, per le famiglie, i bambini, gli anziani, i malati e le persone svantaggiate e in difficoltà per ragioni diverse, portando nelle case cuore e assistenza. La carità è un dono! Non è un semplice gesto per tranquillizzare il cuore, è un dono! Io quando faccio la carità dono me stesso! Se non sono capace di donarmi quella non è carità. Un dono senza il quale non si può entrare nella casa di chi soffre. Nel linguaggio della dottrina sociale della Chiesa questo significa fare leva sulla sussidiarietà con forza e coerenza: significa mettere insieme le forze!
Come sarebbe bello se, partendo da Roma, tra le cooperative, alle parrocchie e agli ospedali, penso al “Bambin Gesù” in particolare, potesse nascere una rete efficace di assistenza e di solidarietà. E la gente, a partire dai più bisognosi, venisse posta al centro di tutto questo movimento solidale: la gente al centro, i più bisognosi al centro. Questa è la missione che ci proponiamo! A voi sta il compito di inventare soluzioni pratiche, di far funzionare questa rete nelle situazioni concrete delle vostre comunità locali, partendo proprio dalla vostra storia, con il vostro patrimonio di conoscenze per coniugare l’essere impresa e allo stesso tempo non dimenticare che al centro di tutto c’è la persona.
Tanto avete fatto, e ancora tanto c’è da fare! Andiamo avanti!
Il terzo incoraggiamento riguarda l’economia, il suo rapporto con la giustizia sociale, con la dignità e il valore delle persone. E’ noto che un certo liberismo crede che sia necessario prima produrre ricchezza, e non importa come, per poi promuovere qualche politica redistributiva da parte dello Stato. Prima riempire il bicchiere e poi dare agli altri. Altri pensano che sia la stessa impresa a dover elargire le briciole della ricchezza accumulata, assolvendo così alla propria cosiddetta “responsabilità sociale”. Si corre il rischio di illudersi di fare del bene mentre, purtroppo, si continua soltanto a fare marketing, senza uscire dal circuito fatale dell’egoismo delle persone e delle aziende che hanno al centro il dio denaro.
Invece noi sappiamo che realizzando una qualità nuova di economia, si crea la capacità di far crescere le persone in tutte le loro potenzialità. Ad esempio: il socio della cooperativa non deve essere solo un fornitore, un lavoratore, un utente ben trattato, dev’essere sempre il protagonista, deve crescere, attraverso la cooperativa, crescere come persona, socialmente e professionalmente, nella responsabilità, nel concretizzare la speranza, nel fare insieme. Non dico che non si debba crescere nel reddito, ma ciò non basta: occorre che l’impresa gestita dalla cooperativa cresca davvero in modo cooperativo, cioè coinvolgendo tutti. Uno più uno tre! Questa è la logica.
Cooperari”, nell’etimologia latina, significa operare insieme, cooperare, e quindi lavorare, aiutare, contribuire a raggiungere un fine. Non accontentatevi mai della parola “cooperativa” senza avere la consapevolezza della vera sostanza e dell’anima della cooperazione.
Il quarto suggerimento è questo: se ci guardiamo attorno non accade mai che l’economia si rinnovi in una società che invecchia, invece di crescere. Il movimento cooperativo può esercitare un ruolo importante per sostenere, facilitare e anche incoraggiare la vita delle famiglie. Realizzare la conciliazione, o forse meglio l’armonizzazione tra lavoro e famiglia, è un compito che avete già avviato e che dovete realizzare sempre di più. Fare questo significa anche aiutare le donne a realizzarsi pienamente nella propria vocazione e nel mettere a frutto i propri talenti. Donne libere di essere sempre più protagoniste, sia nelle imprese sia nelle famiglie! So bene che le cooperative propongono già tanti servizi e tante formule organizzative, come quella mutualistica, che vanno incontro alle esigenze di tutti, dei bambini e degli anziani in particolare, dagli asili nido fino all’assistenza domiciliare.Questo è il nostro modo di gestire i beni comuni, quei beni che non devono essere solo la proprietà di pochi e non devono perseguire scopi speculativi.
Il quinto incoraggiamento forse vi sorprenderà! Per fare tutte queste cose ci vuole denaro! Le cooperative in genere non sono state fondate da grandi capitalisti, anzi si dice spesso che esse siano strutturalmente sottocapitalizzate. Invece, il Papa vi dice:dovete investire, e dovete investire bene! In Italia certamente, ma non solo, è difficile ottenere denaro pubblico per colmare la scarsità delle risorse. La soluzione che vi propongo è questa: mettete insieme con determinazione i mezzi buoni per realizzare opere buone. Collaborate di più tra cooperative bancarie e imprese, organizzate le risorse per far vivere con dignità e serenità le famiglie; pagate giusti salari ai lavoratori, investendo soprattutto per le iniziative che siano veramente necessarie.
Non è facile parlare di denaro. Diceva Basilio di Cesarea, Padre della Chiesa del IV secolo, ripreso poi da san Francesco d’Assisi, che “il denaro è lo sterco del diavolo”. Lo ripete ora anche il Papa: “il denaro è lo sterco del diavolo”! Quando il denaro diventa un idolo, comanda le scelte dell’uomo. E allora rovina l’uomo e lo condanna. Lo rende un servo. Il denaro a servizio della vita può essere gestito nel modo giusto dalla cooperativa, se però è una cooperativa autentica, vera, dove non comanda il capitale sugli uomini ma gli uomini sul capitale.
Per questo vi dico che fate bene – e vi dico anche di farlo sempre più – a contrastare e combattere le false cooperative, quelle che prostituiscono il proprio nome di cooperativa, cioè di una realtà assai buona, per ingannare la gente con scopi di lucro contrari a quelli della vera e autentica cooperazione. Fate bene, vi dico, perché, nel campo in cui operate, assumere una facciata onorata e perseguire invece finalità disonorevoli e immorali, spesso rivolte allo sfruttamento del lavoro, oppure alle manipolazioni di mercato, e persino a scandalosi traffici di corruzione, è una vergognosa e gravissima menzogna che non si può assolutamente accettare. Lottate contro questo! Ma come lottare? Con le parole, solo? Con le idee? Lottate con la cooperazione giusta, quella vera, quella che sempre vince.
L’economia cooperativa, se è autentica, se vuole svolgere una funzione sociale forte, se vuole essere protagonista del futuro di una nazione e di ciascuna comunità locale, deve perseguire finalità trasparenti e limpide. Deve promuovere l’economia dell’onestà! Un’economia risanatrice nel mare insidioso dell’economia globale. Una vera economia promossa da persone che hanno nel cuore e nella mente soltanto il bene comune.
Le cooperative hanno una tradizione internazionale forte. Anche in questo siete stati dei veri pionieri! Le vostre associazioni internazionali sono nate con grande anticipo su quelle che le altre imprese hanno creato in tempi molto successivi. Ora c’è la nuova grande globalizzazione, che riduce alcuni squilibri ma ne crea molti altri. Il movimento cooperativo, pertanto, non può rimanere estraneo alla globalizzazione economica e sociale, i cui effetti arrivano in ogni paese, e persino dentro le nostre case.
Ma le cooperative partecipano alla globalizzazione come le altre imprese? Esiste un modo originale che permetta alle cooperative di affrontare le nuove sfide del mercato globale? Come possono le cooperative partecipare allo sviluppo della cooperazione salvaguardando i principi della solidarietà e della giustizia? Lo dico a voi per dirlo a tutte le cooperative del mondo: le cooperative non possono rimanere chiuse in casa, ma nemmeno uscire di casa come se non fossero cooperative. E’ questo il duplice principio: non possono rimanere chiusi in casa ma nemmeno uscire di casa come se non fossero cooperative. No, non si può pensare una cooperativa a doppia faccia. Occorre avere il coraggio e la fantasia di costruire la strada giusta per integrare, nel mondo, lo sviluppo, la giustizia e la pace.
Infine, non lasciate che viva solo nella memoria la collaborazione del movimento cooperativo con le vostre parrocchie e con le vostre diocesi. Le forme della collaborazione devono essere diverse, rispetto a quelle delle origini, ma il cammino deve essere sempre lo stesso! Dove ci sono le vecchie e nuove periferie esistenziali, dove ci sono persone svantaggiate, dove ci sono persone sole e scartate, dove ci sono persone non rispettate, tendete loro la mano! Collaborate tra di voi, nel rispetto dell’identità vocazionale di ognuno, tenendovi per mano!
So che da alcuni anni voi state collaborando con altre associazioni cooperativistiche – anche se non legate alla nostra storia e alle nostre tradizioni – per creare un’Alleanza delle cooperative e dei cooperatori italiani. Per ora è un’Alleanza in divenire, ma voi confidate di giungere ad una Associazione unica, ad un’Alleanza sempre più vasta fra cooperatori e cooperative. Il movimento cooperativo italiano ha una grande tradizione, rispettata nel mondo cooperativistico internazionale. La missione cooperativa in Italia è stata molto legata fin dalle origini alle identità, ai valori e alle forze sociali presenti nel paese. Questa identità, per favore, rispettatela! Tuttavia, spesso le scelte che distinguevano e dividevano sono state a lungo più forti delle scelte che, invece, accomunavano e univano gli sforzi di tutti. Ora voi pensate di poter mettere al primo posto ciò che invece vi unisce. E proprio intorno a quello che vi unisce, che è la parte più autentica, più profonda e più vitale delle cooperative italiane, volete costruire la vostra nuova forma associativa.
Fate bene a progettare così, e così fate un passo avanti! Certo, vi sono cooperative cattoliche e cooperative non cattoliche. Ma la fede si salva rimanendo chiusi in se stessi? Domando: la fede si salva rimanendo chiusi in se stessi? Rimanendo solo tra di noi? Vivete la vostra Alleanza da cristiani, come risposta alla vostra fede e alla vostra identità senza paura! Fede e identità sono la base. Andate avanti, dunque, e camminate insieme con tutte le persone di buona volontà! E questa anche è una chiamata cristiana, una chiamata cristiana a tutti. I valori cristiani non sono soltanto per noi, sono per condividerli! E condividerli con gli altri, con quelli che non pensano come noi ma vogliono le stesse cose che noi vogliamo. Andate avanti, coraggio! Siate creatori, “poeti”, avanti!

I fratelli Romani alla conquista di Londra

Luca e Marcello di Santa Maria della Fossa sono emigrati nella grande megalopoli per lavoro, ma stavolta la crisi non c’entra perché si tratta di una scelta di vita.

Romano-1La storia di Luca e Marcello Romani è per certi versi singolare. Per motivi diversi e in momenti diversi, hanno deciso di trasferirsi a Londra. Ma stavolta la crisi non c’entra. Per entrambi, il fermento che da sempre contraddistingue la capitale del Regno Unito ha offerto più possibilità rispetto all’Italia. Qualcuno potrà pensare che i due fratelli avranno la possibilità di vedersi spesso. In realtà, per esigenze lavorative abitano in due parti opposte della megalopoli londinese, distanti tra loro un’ora di macchina e due di metropolitana.
Luca Romani, 32 anni, ha deciso di partire per Londra nel 2006 assieme alla fidanzata Alice Veroni di Campagnola. Allora non c’era la crisi e Luca lavorava come magazziniere. Il motivo? Una scelta di vita, un percorso che la coppia aveva deciso di condividere assieme, tanto che Luca e Alice si sono poi sposati due anni fa. Lei è diventata branch manager del rinomato Benugo Café, visitato anche da Luciano Ligabue che si trovava a Londra per un concerto alla Royal Albert Hall. Lui, dopo aver studiato ingegneria del suono all’Alchemea College, lavora come resident sound engineering al Village Underground, un grande spazio culturale londinese che organizza concerti di musica indie, elettronica, sperimentale, hip-hop, nonché performance teatrali nel quartiere alla moda di Shoreditch. Come professionista freelance, a Luca capita anche di curare le registrazioni di album in studio e di seguire artisti emergenti in tour nel Regno Unito. Per un certo periodo ha anche collaborato con la BBC. La passione per il suono gli è stata tramandata da suo padre Claudio Romani, da sempre fonico della compagnia dialettale “I fiaschi” di Santa Maria e fonico delle commedie dialettali al teatro Asioli di Correggio.
Marcello, 39 anni, è invece fresco di partenza, essendo espatriato agli inizi del 2015. Prima di partire lavorava come responsabile informatico per una piccola azienda di Mancasale. Era un lavoro che gli piaceva e, se ciò non bastasse, aveva un contratto a tempo indeterminato; quindi, anche in questo caso la crisi non c’entra. Tuttavia, Marcello ha deciso di mettersi in gioco per cercare lavoro in una grande azienda e fare un’esperienza professionale in un paese anglofono. Ha quindi cercato e ottenuto un colloquio di lavoro a Londra ed è stato assunto dall’azienda Openbet, dove lavorerà come programmatore e sviluppatore di software. Si tratta di un bel salto di qualità rispetto all’occupazione precedente. Marcello ha così potuto mettere a frutto la passione che ha sempre avuto fin da ragazzo per i computer e l’informatica. Peraltro si troverà in un contesto lavorativo molto stimolante, con colleghi provenienti da 26 Paesi diversi. In attesa di tuffarsi nella nuova esperienza lavorativa, per ora la cosa che più ha colpito Marcello è che Openbet gli ha rimborsato i costi del suo soggiorno londinese per il colloquio, rimborso che sarebbe avvenuto in ogni caso, anche senza assunzione. Qui da noi sarebbe fantascienza, là è la normalità.
Sia Luca sia Marcello sottolineano che il loro percorso di crescita professionale è stato reso possibile dalla meritocrazia tipica dei paesi anglosassoni, dato che entrambi, da perfetti “signor nessuno” sono riusciti a imporsi in una della città più competitive al mondo con le proprie forze, senza spintarelle o raccomandazioni di nessun tipo. Una gratificazione che ha premiato la loro voglia di provare una diversa esperienza di vita. A noi non resta che augurare loro un grande in bocca al lupo.

Alessandro Cagossi

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Un’estate in cammino

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Sono rientrati i giovani che hanno partecipato la scorsa estate alle esperienze missionarie in Perù e Albania.
Non un viaggio ma un cammino, non una terra di Missione da visitare ma tante terra di Missione da incontrare. E’ stato questo il filo conduttore delle esperienze missionarie di 2 gruppi di giovani che sono partiti questa estate per Pucallpa in Perù, dove come Gruppo Parrocchiale Missionario seguiamo un progetto dal 2010, e in Albania.
Un viaggio che è cominciato molto prima della data prevista per la partenza, con un percorso di formazione che ha coinvolto tutti i ragazzi, e che, nonostante il rientro non si è ancora concluso. Nel loro cammino sono “passati” nel cuore sentimenti diversi: entusiasmo, quello iniziale per un’esperienza nuova e accattivante, per la prospettiva della partenza; il dolore e la fatica di guardarsi dentro e di fare i conti con certe parti nascoste e da rifiutare ma che la missione inevitabilmente ti “ributta” addosso e infine la paura ….La paura di chi si rende conto che nonostante le finte “aperture” l’idea di incontrare così tanto “altro” può mettere in difficoltà, paura di non essere capaci di gestire quest’”abbondanza di altro” e di non essere capace di lasciarsi toccare !!
In effetti non è facile uscire da se stessi, dalla propria cultura, allontanarsi dalla propria gente, dalle proprie abitudini, dalla propria idea di Gesù, di Chiesa, di povertà, di solidarietà e fare i conti con una terra straniera, una terra di Missione….anzi tante.
Paure dissolte in un attimo, al primo contatto con la gente, persone a te sconosciute ma che incontrandoti anche per la prima volta non ti risparmiano un sorriso, un caloroso saluto, piccoli particolari che da noi sono forse abitudine, ma che in terra di Missione sono testimonianza di sentimenti forti, di amore senza barriere, senza frontiere.
E così la missione è diventata soprattutto STARE e vivere il quotidiano senza fare nulla di straordinario. Ha fatto capire come le fatiche quotidiane, le situazioni di dolore incontrate e con le quali si sono misurati, le domande e gli interrogativi senza risposta, la rabbia o la gioia che li ha accompagnati nel loro periodo di permanenza in terre lontane, tutto questo era da offrire al Signore, perché tutto questo era già preghiera !
La consapevolezza che nel loro periodo di permanenza fosse più importante imparare piuttosto che insegnare, di non sentirsi investigatori alla scoperta di chissà quali scoop, ma osservatori attenti per vedere e condividere la vita dei missionari e dei fratelli che li hanno accolti. Non portatori di ricchezze, di idee, esperienze di vita occidentale, ma al contrario il  sentirsi arricchiti dalle testimonianze di vita vissuta in quella terra, sognando l’incontro con una cultura e una mentalità sicuramente diversa dalla nostra ma certamente desiderosa di crescere e migliorare ogni giorno.
Tutto questo, al loro rientro, gli permetterà di vivere al meglio le opportunità e le circostanze che ogni giorno la vita offre.  E mi piace riprendere, per concludere,  una preghiera  di Papa Giovanni Paolo II: “ E’ dai giovani che parte il futuro. I giovani possono prendere il buono del passato e  renderlo presente. Nei giovani sono seminati la santità, l’intraprendenza, il coraggio. Maria, Madre dei Giovani coprili con il tuo manto, difendili, proteggili dal male, affidali a tuo figlio Gesù e poi mandali a dare speranza al mondo.”
Bentornati, ragazzi e buon cammino.

Tano Lusuardi

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BUONUMORE FERRAGOSTANO

Caro direttore, nel giorno di ferragosto con familiari ed amici si è infranta quella seriosità che caratterizza le giornate quotidiane con battute ed ironie di taglio popolare e un po’ sbarazzine. Tra queste ne spiccava una dallo spirito maschilista che nella barzelletta predilige, per lanciare i suoi strali, le donne (<< Al cimitero una vedova ha fatto scrivere sulla tomba del marito defunto: Riposa in pace, finché verrò a  raggiungerti!>>. L’ironia che è una spezia necessaria per insaporire la vita, così come lo è il sorriso, l’allegria, lo scherzo bonario, non deve però eccedere, altrimenti intacca pure la satira. E così si precipita nel dileggio, nella derisione, nello scherno, nella dissacrazione ed il motto pungente lascia spazio al detto volgare. Si arriva alla critica graffiante ed alla tracotanza grossolana e per questo è necessario, ritornare alla lievità dell’umorismo vero e d’altro lato, riscoprire il controllo di sé, prima di precipitare nell’offesa. Altra battuta che ho apprezzato, riguardava un predicatore che al termine di un’interminabile omelia, si rivolge retoricamente ai fedeli:<<Fratelli miei, che altro potrei dirvi?>>. Una voce dal fondo della chiesa risponde prontamente: <<Amen!>>.

Buona giornata
Paolo Pagliani