Domenica tutti in Chiesa

E’ stata firmata oggi dal Sindaco Daoli l’ordinanza per revocare l’inagibilità alla Collegiata di Santo Stefano, precedentemente emessa a seguito degli eventi sismici del maggio e giugno scorso.
Nella principale Chiesa di Novellara, dichiarata inagibile dai Vigili del Fuoco lo scorso 20 giugno è stato necessario intervenire per sistemare degli intonaci distaccati e pericolanti. Ora che tutti gli interventi sono stati eseguiti dall’ing. Luca Speroncini, incaricato della Curia, sarà possibile riprendere regolarmente lo svolgimento delle messe fin’ora celebrate nel salone parrocchiale. La prima celebrazione in Collegiata si svolgerà con la messa festiva di sabato 15 settembre alle 19.00.

P.S.
Quanta fatica e quante difficoltà a parlare di Dio, ad esprimere la gioia e la speranza che vengono dalla fede. 

Don Carlo

VIVIAMO UN TEMPO DI NOIA COLLETTIVA

Caro direttore, dalle recenti statistiche emerge un dato inequivocabile, cioè che la popolazione italiana si reca  sempre meno in Chiesa, in special modo il mondo giovanile e la media età pur dichiarandosi cattolica; (intorno al 90% circa). Una volta c’era l’ateismo, quello lineare, metodico, limpido nei suoi principi e diretto nelle proprie finalità: scalzare Dio, metterlo finalmente alla corda, sbarazzarsene una volta per tutte.
Da qui una reazione preoccupata di molti che lo avvertivano come nemico frontale e mortale.
La sua forza oppositiva si gioca soprattutto, nei paraggi di Dio e quasi alla sua ombra, tanto che lo scrittore Boll si lamenta affermando che: “Gli atei mi annoiano perchè trascorrono la vita parlando di Dio”.
Paradossalmente chi crede che Dio non esista e raggiunge l’obiettivo, perde l’oggetto del contendere dell’argomentare e si affloscia su se stesso. E’ pur vero che l’Occidente ora vive senza grandi passioni oppure è preda di quelle tristi; pensiamo al prosperare delle forme depressive. Le ideologie pretenziose prefigurazioni del futuro, sono morte e sepolte ed il crollo finanziario ed economico ha inquinato la possibilità di proiezioni positive per il domani. Ci si installa così nel presente, docili e sazi anestetizzando le grandi domande sull’esistenza. Noia collettiva, sterilità delle pulsioni, inerzia valoriale, superficialità diffusa: questo sembra essere il “cibo” che nutre le nuove generazioni e ha buona presa su quelle che dovrebbero essere adulte, troppo irretite dal mito della eterna giovinezza.
Non è possibile quasi nessun dialogo con questa posizione di indifferenza; c’è calma piatta e gestione routinaria del presente, nel quale ci si trastulla con i molti idoli che il mercato mette a disposizione.
L’idolatria prospera nel terreno della indifferenza e ci mette in mano, o nel cuore, una moltitudine di <<piccoli sostituti>> di un Dio troppo ingombrante o troppo lontano, realtà che corrispondono subito, su comando, ai bisogni immediati.
L’idolo (il primo dei quali è il nostro <<io>> narcisista) vuole staccarci da Dio, inebriandoci di autosufficienza.
Si può dire, allora, che mentre l’ateismo nega la risposta e l’indifferenza azzera la domanda, l’idolatria è l’anestetico per soffocare il dolore derivante dal fatto che la domanda dell’uomo è stata rimossa. Perchè il desiderio di Dio appartiene alla <<versione base>> dell’umano e non è un
optional. E non può essere a lungo soffocato.

Cordialità
Paolo Pagliani

SPERARE SI PUÒ ANCORA

Caro direttore,
certe volte mi chiedo che significato conserva la speranza quando il quadro tende al nero e lo scontento è profondo. I tessuti sociali sfilacciati, le vecchie certezze che vacillano, la precarietà diffusa come un morbo, la vita sempre più cara, le tante insicurezze combinate con il dilagare di violenze, volgarità e stupidità di ogni genere. Poi le ruberie assortite, anche di chi, responsabile della cosa pubblica, ha in carico quote di bene comune. Si parlava un tempo di crisi o caduta dei valori Si è smesso di parlarne anche perché quelli di base, vengono considerati non più meritevoli di essere difesi: la famiglia, l’educazione, senza parlare di castità e verginità, ormai ritenuti da tanti, al di fuori dello spazio religioso, non fondanti. E così all’ombra del tristissimo “così fan tutti “, ognuno sembra chiamato a fare ciò che più gli riesce per vivere e anche per arricchirsi se si sa muovere, arrangiare, destreggiare, se è furbo e con gli “agganci giusti “. Ora si può forse in queste condizioni, confidare in un domani diverso nel quale il vento giri, le cose cambino e si diffonda il piacere dell’onestà? In chi e in che cosa devono credere i giovani? In niente, pare. Nella norma certo è così come quando  apriamo un giornale, o accendiamo il televisore e si sentono notizie di licenziamenti, di aziende che chiudono, di articolo 18 modificato, di disoccupazione crescente, di produzione stagnante, di criticità ovunque. I conti non tornano? Colpa di chi non li ha saputi fare. E sarà pure così, anzi è senz’altro così ma se non tornano e non torneranno per chissà quanto tempo, visto che siamo convinti a considerarci prima di tutto soggetti economici, in che cosa si deve sperare? Ci avverte però un monaco (Mosconi), che sperare si può. La Parola, le Sacre scritture, il Vangelo assicurano che si può, anche se tutto tende a far credere di no e si è insinuato il dubbio che nel vuoto, nel silenzio, nel nulla cada la divina promessa. Scrive ancora il monaco che: <<La speranza è la fede che l’impossibile diventi possibile>>. Utopia? No. Si spera perché si crede e si crede perché si spera. Certo si deve essere cristiani, si deve avere fiducia che il divino agisca sull’umano, che il presente è vivibile quando si ha la certezza che un futuro ci sia. Per durare nel tempo, la speranza in quanto carica vitale e “istintiva”, non è sufficiente, come per battersi contro le grandi difficoltà di questo vivere e battersi contro la complessità dell’impossibile . Occorre la fede.

Cordialmente 
Paolo Pagliani