SPRECO E SOBRIETA’

Caro direttore,
se lo spreco di cibo appare particolarmente ripugnante anche a chi non ha un alto senso morale, in considerazione del fatto che milioni di persone all’anno muoiono letteralmente di fame e più di un miliardo non riesce a nutrirsi a sufficienza, la situazione non è diversa negli altri settori produttivi. Lo spreco è un marchio, una sorta di sigillo che caratterizza le società fondate sulla crescita del PIL e le distingue da tutte le altre apparse nel corso della storia.
Spreco di energia negli edifici, nei macchinari industriali e negli elettrodomestici, di suolo agricolo, spreco di tessuti confezionati in abiti destinati dalla moda a durare una sola stagione, di materiali elettronici che escono nuovi dalle fabbriche e arrivano già vecchi nei negozi, di carburante in auto fatte per quattro persone che ne trasportano una a passo d’uomo incolonnate in intasamenti sempre più estesi, spreco di risorse naturali e di acqua.
Fino alla metà del secolo scorso la sobrietà era considerata una virtù, la parsimonia e la moderazione regole di vita: <<Il cibo non si spreca. Metti nel piatto quanto pensi mangiare>>, ci dicevano quando eravamo bambini e se qualche volta capitava di non finire tutto, seguiva un benevolo rimbrotto. Dalle statistiche emerge che annualmente vengono buttate nei rifiuti dagli utenti finali, decine di milioni di tonnellate di cibo, dal pane, alla pasta, alla carne. Poiché noi difficilmente mutiamo le nostre abitudini se non costretti a farlo, la recessione (parola invisa ai politici), può costituire l’occasione per un ripensamento profondo dei comportamenti irresponsabili e insensati che ha sconquassato la vita degli abitanti dei Paesi occidentali negli ultimi cinquanta anni. Se guardiamo le fotografie dei paesaggi in cui siamo vissuti e li confrontiamo con quelli in cui viviamo, è meglio chiudere gli occhi. Chi saprà recuperare la saggezza della sobrietà e riscoprirà le conoscenze e le tecniche per ridurre al minimo gli sprechi, riscoprirà modi più soddisfacenti di lavorare e di vivere, di rapportarsi con sé, con gli altri e con i luoghi in cui vive.

Cordialità
Paolo Pagliani
Novellara

DISASTRI D’ ORO

Caro direttore,
se disponessimo di depositi infiniti potremmo prelevare minerali nella misura che più ci aggrada? Appurato che non è così perché zinco, piombo, argento e rame, hanno tempo di esaurimento intorno ai 16 anni, questa domanda andrebbe posta a chi vive nei dintorni delle miniere e delle fabbriche di trasformazione. Per noi le cose sono semplici. Quando compriamo una lattina di Coca Cola abbiamo solo il problema di come smaltire quei sei grammi di alluminio. Se siamo intelligenti li ricicliamo, se siamo ottusi li gettiamo in discarica sorbendoci tutti i problemi tipici dei rifiuti. Ma nella storia di quella lattina il suo destino finale in quanto rifiuto, è il problema minore. Da quando si trova come bauxite nelle viscere della terra a quando arriva al supermercato, quella lattina di sei grammi ha generato più di un chilo di rifiuti solidi e ha utilizzato 19 litri di acqua. Questa parte invisibile di rifiuti che ogni prodotto lascia dietro di sé, è stata battezzata “zaino ecologico” e per alcuni versi è molto pesante. Questo “primato” spetta all’ oro, basti pensare che un anello di cinque grammi lascia dietro di sé due tonnellate di rifiuti rocciosi. Per separare l’oro dal resto dei minerali, si usa il cianuro spruzzato con acqua sopra i cumuli di materiale rimosso e molto spesso le miniere versano i liquidi contaminati direttamente nei fiumi. Si potrebbe continuare con i danni ambientali come le emissioni di anidride solforosa emessa dalla fusione dei metalli e altre emissioni tossiche ma vanno aggiunti i danni umani. Molte persone sono state espulse dalle loro terre per consentire l’apertura di nuove miniere, molte altre ridotte alla fame a causa della contaminazione ambientale; in Australia, in Perù, in Indonesia gli aborigeni e i contadini si oppongono all’apertura di miniere da parte di multinazionali protette dagli eserciti a dai governi locali. Infine i lavoratori delle miniere che si ammalano spesso ai polmoni o rimangono vittime di incidenti e statisticamente (?) sono il 5% dei decessi sul lavoro, non hanno diritto di organizzarsi in sindacati, come Cina, Russia, Myanmar e chi cerca di farlo, rischia la vita come in Colombia dove tre sindacalisti sono stati uccisi a colpi di pistola. Se non poniamo un freno alla nostra superproduzione e al nostro iperconsumo, condanneremo i nostri figli a fronteggiare disastri ambientali dalle proporzioni incalcolabili.

Buon Ferragosto
Paolo Pagliani
Novellara