MIRACOLO CHIAMATO SOLIDARIETÀ

Gentile direttore,
molti sono convinti che per salvare l’Italia, la nostra Italia, non ci voglia un decreto ma un miracolo tutto italiano. Uno scatto d’orgoglio, iniziare a dare rete, tenere gli occhi aperti per dare manforte a chi non ce la fa; il miracolo italiano si chiama solidarietà. Siamo parte di un tessuto sociale umiliato e a volte violentato dai fatti quotidiani senza che si riesca a risalire alle cause. Sui media sono ricorrenti i termini “tasse” e “tagli”; la gente onesta e perbene arriva a vendere persino l’auto! Dobbiamo costruire insieme argini, muretti di contenimento in quanto persone credenti e responsabili, non possiamo stare alla finestra a guardare questo fiume in piena. Dobbiamo ricordare ai banchieri che esistono in funzione del lavoro e non viceversa ed ai nostri governanti fare presente che l’evasione fiscale, va combattuta ma senza caricare costi aggiuntivi che rasentano l’usura. Certo agli evasori, falsi invalidi, disonesti e corrotti, parassiti della società, dobbiamo dire di dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio e che finché non lo faranno non possono dirsi amici di Dio. Un senso di scoraggiamento misto a rabbia irrompe nel nostro animo sentire e leggere, che piccoli imprenditori o licenziati o sfrattati si sono tolti la vita. Le trenta e più vittime di questa crisi forse un giorno ci giudicheranno.

 Cordialmente
Paolo Pagliani

IL VESTITO DELLA DOMENICA

Medjugorje-Chiesa S.Giacomo

Caro direttore,
ogni anno soprattutto d’estate succede che le chiese si trasformano in passerelle del cattivo gusto dove a sfilare sono jeans sdruciti, pantaloncini cortissimi e t-shirt osé.  Mi è stato insegnato dai miei genitori operai, specie da mia madre, di rispettarla ed onorarla sempre perché è un luogo sacro. E’ diffuso un giovanilismo stucchevole, come un esercito di persone che sembrano tutte uguali, entrare in Chiesa come andare in spiaggia o andare a sostenere un esame. Sembrano lontani anni luce i filmini della famiglia che va a Messa la domenica: i bambini con abitini ricercati, le mamme con gonna al ginocchio e camicia ed il papà in lino con l’auto lucidissima. Per non parlare dei tempi più lontani quando in chiesa ricchi e poveri – nessuna distinzione – entravano in scena con gli abiti migliori, profumati, scarpe lustrate e con i capelli soffici di chi ha appena fatto il bagno. La fotografia non ha più di trenta, quarant’anni, cos’è è successo e perché non fa più differenza recarsi in un luogo piuttosto di un altro? Due aspetti, tra gli altri, emergono dalla società odierna ed il primo è che quel luogo, non è più percepito come sacro, cioè inviolabile ed esigente, conseguentemente non viene “insegnato” alle nuove generazioni. La seconda ragione a mio avviso è data dal perché uno si deve proporre con un abbigliamento diverso dal normale, dato che in Chiesa incontriamo lo stesso Dio che le tecnologie ci permettono di guardare in pigiama la messa in TV o su internet. Il vestito della domenica è rimasto in me marchiato a fuoco cercando di trasmetterlo ai figli, non nel modo fin troppo rigido in cui i miei l’han fatto ma di vivere la festa in modo diverso, incominciando da me stesso. Le chiese sono, specie domenicalmente – e forse lo ricordano in pochi – dei posti bellissimi che richiedono un abito consono al luogo. Se magari fossi invitato dal presidente Napolitano a pranzo, andrei con le medesime scarpe e l’identico vestito; nessuno credo, vi andrebbe in tuta, con un look succinto, o con un abbigliamento colorato alla Peter Pan! 

Cordiali saluti e.. buona domenica
Paolo Pagliani
Novellara