LA CRISI ITALIANA

Caro direttore, tra i dati più impressionanti della crisi italiana ne vorrei citare qualcuno dei più rilevanti. Abbiamo la peggior performance in termini di tasso di crescita del reddito pro capite (negativo) tra tutti i Paesi dell’ UE nel corso degli ultimi dieci anni, uno dei più bassi tassi di fertilità (1,2 figli per donna) ed in questo decennio, abbiamo più che raddoppiato il consumo di antidepressivi. Questa triplice decrescita, (economica, demografica e di felicità), è l’effetto della crescente difficoltà di competere in mercati globalmente integrati con il nostro costo del lavoro ben più alto di quello dei Paesi poveri o emergenti e da un progressivo deterioramento dei fondamenti valoriali e del capitale sociale della nostra Italia, aggravato dall’esempio negativo fornito dalla classe politica. Sul primo punto diventa difficilissimo conservare la produzione di beni delocalizzabili se in Kenya un operaio costa 30 euro al mese ed in Serbia 200. Le conseguenze sono una progressiva corsa verso il basso delle nostre condizioni di lavoro e la delocalizzazione della manifattura in questi Paesi, accompagnata, nei casi migliori, dal mantenimento da noi dell’assemblaggio finale e del design del prodotto. Per contrastare questa deriva dobbiamo puntare su tutti i fattori competitivi diversi dal costo del lavoro: la tecnologia, la qualità dei servizi e la logistica. Ricordando che una delle nostre risorse più importanti, il patrimonio storico e artistico del Paese, non è delocalizzabile, dovremmo cercare di sviluppare idee imprenditoriali che leghino anche prodotti di altri settori (come quello gastronomico), alle ricchezze del nostro territorio e della nostra storia. I tempi in cui viviamo ci chiedono, inoltre, di divenire sempre più consapevoli del fatto che il lavoro si difende nei negozi e non nelle strade. Scioperare in un settore la cui produzione può essere delocalizzata non fa altro che favorire lo spostamento all’estero. Le regole sui prodotti mettendo tutte le imprese sullo stesso piano, sono strumenti efficaci di tutela del lavoro e della sostenibilità ambientale. Se l’energia degli indignati e di chi manifesta per difendere il proprio lavoro si indirizzasse a premiare le imprese che tutelano lavoro e ambiente, avremmo messo in moto il meccanismo più potente di difesa della dignità umana che abbiamo a disposizione nell’economia globale.

 Cordialità
Paolo Pagliani

DIGNITÀ : PAROLA ABUSATA

Caro direttore,
ultimamente sento spesso (troppo) pronunciare la parola dignità, che vorrebbe significare, rispettabilità, decoro, in particolar modo da parte di politici indagati, da indiziati per corruzione, soggetti alle prese di oscure intercettazioni,  concussori e nel campo educativo anche di certi genitori. Sono tanti gli atteggiamenti che contrastano questa parola “dignità “, come cercare di  umiliare chi ti è di ostacolo alla carriera, mortificare una persona debole, corrompere per avere vantaggi personali, costringere ad azioni ignominiose altri per far brillare se stessi, spargere continuamente calunnie; questi sono – e tanti altri – i condimenti dei rapporti umani in un mondo che ama i veleni. Basta solo assistere alle liti televisive, alla prassi dello spettacolo di  <<reality >>  in cui si fa a gara nel mostrare il peggio di sé, (basta guardare le recenti elezioni Amministrative ! ), per demolire l’altro. Il <<contrasto>> inizia qui, nella mancanza di dignità personale e di rispetto per il vicino, nell’abitudine al disprezzo e al motteggio, nell’impudenza e nella sfrontatezza. La vera dignità di una persona non è solo nel saper prevalere ad ogni costo con le proprie capacità, ma è quella di educare se stessa a entrare nel mondo con fermezza e dolcezza, con ragione e passione, con una presenza che contempli però, riserbo, rispetto e discrezione.

Buona settimana              
Paolo Pagliani