SAZIETÀ

Caro direttore,
oggi viviamo in un sistema che ci invita a consumare sempre di più e a forza di ingozzarci abbiamo sforzato, fino a romperli, i meccanismi che ci danno il senso di sazietà. In altre parole, ci pare di avere sempre “fame” e consumiamo in maniera scandalosa contro ogni logica igienica e del buonsenso comune. Se lo scopo dei nostri acquisti fosse quello di nutrirci, di ripararci dal freddo, di passare bene delle ore, acquisteremmo il poco cibo che serve, i pochi capi d’abbigliamento per essere sempre puliti, qualche libro, una radio. Invece abbiamo i frigoriferi stracolmi di cibo, gli armadi traboccanti di vestiti e scarpe, stereo all’ultimo grido, una montagna di cd. La foga con cui compriamo, induce a pensare che per noi il consumo ha la stessa funzione che il biberon ha per il bambino: serve a rassicurarci e a compensare le nostre insoddisfazioni. Erich Fromm, uno psicologo, ha scritto: “L’atteggiamento del consumismo è quello dell’inghiottimento del mondo intero. Il consumatore è un eterno lattante che strilla per avere il poppatoio”. In noi la proposta consumista ha attecchito particolarmente bene, perché il potere ci fa credere che la nostra felicità passi solo attraverso il possesso ignorando altre dimensioni umane, come la socialità, la spiritualità, l’affettività, la gratuità. Queste necessità inappagate creano però insoddisfazione, portandoci ad una corsa agli acquisti: non troveremo mai la misura nei consumi finché non riusciremo a guardare all’avere con distacco, e ciò non avverrà, finché non avremo riempito il nostro cuore e la nostra mente con altri principi e valori di riferimento.

Cordialmente
Paolo Pagliani
Novellara

IL CONSUMISMO CHE CONSUMA

Caro direttore,
andiamo fieri del nostro consumismo definendolo progresso e benessere, proponendolo al resto del mondo. E se ci sbagliassimo, accorgendoci che la vera ricchezza è un’altra consumando di meno, scoprendo che vivere più semplicemente si recupera in qualità della vita? Un aspetto che non consideriamo è il tempo. Prima di tutto quello che passiamo al lavoro per guadagnare i soldi necessari per i nostri acquisti, esempio l’automobile che se uno prende mille euro al mese, impiega oltre un anno di fila per comprarla di medie dimensioni; e siamo solo all’inizio, (bollo, benzina, ecc.), si stima 0,50 euro al Km. Se aggiungiamo il il tempo passato nel traffico, per trovare un parcheggio, manutenzione, la macchina assorbe ogni anno un migliaio di ore della nostra vita. Facciamo lo steso calcolo per tutti gli altri beni e ci accorgeremmo di vivere per consumare considerando che ogni casa mediamente dispone di 10.000 oggetti, (gli indiani navajos 236) e che dobbiamo per ognuno di essi lavorare, pulirli, sistemarli, fare la coda al supermercato; calcolando tutto è un lavoro forzato questo superconsumo, che ci succhia la vita. Gran parte non serve a niente di ciò che produciamo, per questo nella nostra società si è sviluppato un grande apparato di pubblicità, televendite, promozioni, per convincere la gente a consumare. Gran parte dei nostri rifiuti finisce nelle discariche e nonostante tutti gli accorgimenti, filtra oggi, filtra domani, le falde possono inquinarsi; se si finisce nell’inceneritore la nostra spazzatura può ritornarci sotto forma di diossina. Si dice che è il prezzo da pagare per il progresso ma chiamiamo le cose con il loro nome: questo non è il prezzo del progresso bensì il boomerang dello spreco. Il ritmo delle nostre giornate è scandito dagli orari di lavoro e per soddisfare le esigenze familiari bisogna fare i salti mortali sacrificando gli anziani, i bambini, la vita di coppia, si diserta la vita sociale. Bisogna correre, arrangiarsi, il tempo non basta. Compaiono le insonnie, le nevrosi, le crisi di coppia, i disagi “tenuti a bada” dall’alcol e dalle sostanze, la microcriminalità dei giovani abbandonati a sé stessi; c’è un consumo spaventoso di tranquillanti e antidepressivi e molti di noi non riescono a dormire senza sonniferi. Decidendo di passare il sabato, o peggio la domenica, nei santuari della società consumistica, cioè gli ipermercati, se ci facessimo una domanda semplice, semplice, quando mettiamo mano al portafogli: “Il nuovo acquisto che sto per fare vale lo stress che ho procurato alla mia vita? Vale l’affetto che ho fatto mancare ai miei figli? Vale la litigata che ho fatto con il mio partner? Il mio nuovo acquisto contribuisce a rendere il mondo migliore, più sicuro, più sano?.

Cordialmente
                                                                                              Paolo Pagliani