Giovani novellaresi volontari a Pucallpa per una straordinaria esperienza di condivisione

Il 9 agosto scorso, siamo partiti per il Perù in sei (Paola, Chiara e Giulia di Novellara, Maria Lia di Sassuolo, Marilena di Reggio Emilia e Daniele di Puianello)per una esperienza di condivisione preparata dal Gruppo Missionario della Parrocchia di Novellara, e più precisamente siamo andati a Pucallpa una cittadina di circa 450.000 abitanti che si trova all’ingresso della Selva Amazzonica.

Prima di partire Don Candido ci disse queste parole: “Quando si parte, qualcosa o qualcuno ci invia; quando si parte, qualcuno ci aspetta…
Se andiamo in profondità  scopriamo dell’altro: è Dio che ci manda ed è un popolo che ci accoglie…
Non andiamo a colonizzare o ad evangelizzare; andiamo ad incontrare degli altri figli di Dio per arricchirci a vicenda. Dio ci manda e là ci aspettano.
Buon viaggio e buon cammino nei sentieri di Dio.”
Il primo impatto con la terra di Pucallpa non è stato semplice….
Siamo arrivati la notte del 10 agosto dopo circa 40 ore di viaggio…
Quando siamo usciti dall’aeroporto abbiamo notato solo alcuni “motocarri”, mezzi di trasporto strani, nemmeno una macchina e senza nemmeno rendercene conto ci siamo ritrovati su due di questi mezzi “particolari” diretti a quella che sarebbe stata la nostra casa per le quattro settimane successive.
La maggior parte del viaggio, durato circa 15 minuti, è stato su strade non asfaltate dove la polvere alzata da terra aveva creato una “nebbia” che oltre a dare fastidio agli occhi non ti permetteva di vedere dove ci stavamo dirigendo.
Il giorno dopo ci siamo alzati verso le 6,30 svegliati dalla gente del posto che inizia a lavorare presto, sfruttando le ore  meno calde della giornata. La mancanza di  vetri alle finestre dava la sensazione di essere “in strada”!!!
Ci siamo alzati  con il desiderio e un po’ di  paura di capire cosa ci aspettava durante questa nostra avventura.
Conosciamo subito Padre Emanuele e Padre Andrea, i due preti che ci avrebbero ospitati nella loro casa e nella Parrocchia di San Francisco de Asis situata a Rocafuerte, alla periferia di Pucallpa.
Sono molto accoglienti e ci fanno sentire come a “casa nostra”.
Inizia così la nostra avventura, che giorno dopo giorno,  ci porta ad incontrare e a conoscere persone….
Notiamo subito da parte della gente del posto un po’ di curiosità nel cercare di capire perché sei “gringos” (così chiamano le persone coi visi pallidi) decidano di trascorrere le loro vacanze proprio a Pucallpa…
Qualcuno prova a chiedere se siamo delle “hermane” o dei “padri”  (suore o preti) ma noi rispondiamo che siamo ragazzi che hanno scelto di donare il proprio tempo per questa esperienza di incontro con loro….
In queste quattro settimane di nostra permanenza a Pucallpa  ci viene proposto alla mattina di fare attività dalle suore con i bambini: un po’ di doposcuola, qualche gioco e pranzo insieme; al pomeriggio, oltre a visitare la cittadina, di stare in parrocchia per accogliere i ragazzi .
Dalle suore conosciamo circa quindici bambini dai 4 ai 9 anni.
I più piccoli, che non vanno a scuola,  vengono con i fratelli più grandi per non rimanere a casa da soli… Scopriamo che quasi tutti hanno difficoltà  sia a leggere che  a scrivere,  non sanno fare le più semplici operazioni di aritmetica e non sono in grado di svolgere i compiti che vengono loro assegnati. Chiediamo  il perché  e ci spiegano che purtroppo ci sono tanti bambini analfabeti … questo perché innanzitutto tanti di loro non possono contare su una famiglia che li aiuta, e in più a scuola vengono comunque promossi senza tenere conto del loro livello di istruzione.
Ovviamente noi non potevamo insegnare niente di più di quello che già facevano le suore, ma quello che ci veniva chiesto era semplicemente lo “stare con loro” e cercare di aiutarli….
Già dal giorno successivo quando ci vedevano arrivare ci correvano incontro, chiamandoci per nome ed abbracciandoci  con  grandi sorrisi.
Nei pomeriggi e durante i week-end abbiamo passato molto tempo in parrocchia, qui abbiamo avuto l’occasione di incontrare tanti ragazzi e trascorrere la giornata  con loro, cercando di scambiare qualche parola per capire la loro cultura, la loro storia e le loro aspettative.
Nelle domeniche pomeriggio per cercare di coinvolgere maggiormente i ragazzi abbiamo  organizzato dei tornei di calcio e di volley. In Perù tutti giocano a pallavolo dai bambini ai ragazzi, maschi e femmine, papà e mamme…. Ovunque vedi giocare a pallavolo; bastavano due legni e una corda per costruire un campo e giocare. Così anche noi abbiamo provato a fare una squadra “tutta italiana”. Non abbiamo mai vinto, ma ci siamo divertiti tanto. Gli edifici della parrocchia dove eravamo ospitati sono costituiti dalla casa dove abitano Padre Emanuele e Padre Andrea, due saloni in legno per le attività con i ragazzi, un pozzo per l’acqua, un campo da calcio e uno da pallavolo e da due Maloke, una piccola per gli incontri di piccoli gruppi e una più grande dove viene celebrata la Messa.
Ci ha colpito molto il fatto che Padre Emanuele abbia pensato di costruire all’interno di questa parrocchia non una “Chiesa” fatta in muratura, ma una  “MALOKA” cioè una “grande capanna” senza pareti, e con un tetto di foglie.
Padre Emanuele  ha spiegato che la scelta è stata fatta per due motivi: il primo è molto semplice e di natura pratica, “con il caldo che c’è tutto l’anno a Pucallpa la Maloka è sicuramente più fresca perché l’aria circola senza ostacoli”, il secondo è una scelta più umana e cristiana, dice: “La nostra parrocchia vuole essere aperta a tutti, senza porte. Tutti possono entrare senza alcuna distinzione …  tutti possono insegnare e tutti possono imparare attraverso l’ascolto reciproco.”
Abbiamo ritrovato in chi  frequenta il centro questa apertura, questa disponibilità e questa voglia di stare insieme. Quando siamo ripartiti per tornare a casa un po’ di tristezza ci ha colti… qualche lacrima è scesa sul viso, ed allora abbiamo realizzato cosa stavamo per lasciare:
“semplici persone peruviane che nel modo in cui  ci hanno accolto a braccia aperte,  sempre con un  sorriso, ci hanno fatto capire che ci stavano aspettando, proprio come disse don Candido, non perché stavamo portando là qualcosa, ma semplicemente per stare con loro, e condividere con loro un po’ del nostro cammino…”
Gracias a todas las personas della comunità de Rocafuerte. Hola y adiós Pucallpa…

Paola Tagliavini

SOLITUDINE TECNOLOGICA

Gentile direttore, leggevo che neuro-scienziati di Harvard, dopo studi approfonditi, hanno scoperto che dare sfogo alle proprie confidenze attiva, a livello cerebrale, le stesse sensazioni di piacere che proviamo per il cibo, sesso e denaro. E che più di un terzo dei nostri discorsi quotidiani è dedicato ad esprimere pensieri e sentimenti privati: parliamo tanto di noi, non solo perché ci fa piacere ma perché ci dà anche piacere. Non dimentichiamo poi che i socialnetwork come Facebook e Twitter e la tecnologia in generale, ci incoraggiano più al soliloquio che alla comunicazione vera e propria. Confermava una esperta: <<Ormai ci aspettiamo più dalla tecnologia che dagli altri. Non sappiamo più conversare, esser pazienti, ascoltare rispettando i tempi del nostro interlocutore. Stiamo perdendo la profondità>>. Alla fine pur parlando tanto di noi, ci sentiamo fondamentalmente molto soli, il che ci incoraggia a volerci mettere continuamente in luce, in una rincorsa a farci ascoltare dimenticando di contraccambiare. Si dovrebbe riflettere se ci appaga veramente raccontare tanto di noi, senza imparare niente del mondo degli altri. E’ risaputo però che entrare davvero in contatto con personalità diverse dalla nostra e che possiedono esperienze e sentimenti che non conosciamo, rappresenta uno dei lati più interessanti del non essere soli al mondo. Da soli non cambieremo il clima dei tempi, né riusciremo con la pura volontà a contrastare i nostri eccessi di individualismo. Tuttavia, è meglio conoscerli, sapere che ci sono. Perché quando avremo tutto il piacere di parlare tanto di noi e sentiremo ugualmente quello spasmo di vuoto da qualche parte, potremo attivarci per chiudere la bocca e aprire le orecchie.

Cordialità
Paolo Pagliani