FRATERNITA’: UNA PAROLA PER TUTTI

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(L’Intelletto e il Cuore) – Dante e Beatrice di Henry Holiday 1839 – 1927

Gentile direttore, i recenti orrori parigini ci ricordano ancora una volta l’importanza della parola fraternità che figura assieme a libertè ed egalitè nei principi francesi di Voltaire. La fraternità non è una parola religiosa, per i religiosi di ogni tempo. E’ una parola per tutti, per tutte le persone di buona volontà; per il presente e il futuro del mondo. E’ una parola che giudica e interpella la politica, proprio perché nasce dai luoghi della violenza del mondo, là dove i più piccoli sono feriti. Il nobile insegnamento della fraternità è innanzi tutto delle vittime, di coloro che in tante parti del mondo, nella loro innocenza, giudicano i figli della violenza. Per poterlo ascoltare è necessario uscire dai recinti dell’ideologia e delle catture religiose: gli uni e le altre tentano costantemente di depotenziare la forza di questa parola ma senza la fraternità il mondo non si unisce e senza l’unità del mondo tutti siamo destinati a perire. Le grandi questioni internazionali, dalla crisi finanziaria ai cambiamenti climatici, alle immigrazioni, alle grandi differenze economiche, alla complessa e ineludibile sfida del disarmo, domandano una cultura della fraternità, per costruire una politica che sappia unire piuttosto che dividere. Solo una fraternità senza armi è in grado di cambiare il mondo. Ogni anno si spendono circa due miliardi di dollari in armi, un cifra al limite della indicibilità. Le armi non uccidono solamente quando sparano ma anche perché drenano una quantità illimitata di risorse, che così viene distolta ai più deboli. Ma gli eserciti non si fermano con le armi, bensì con una nuova cultura, che accetti la sfida di seminare fraternità. Fino ai confini della terra.

Cordialità
Paolo Pagliani

ALLARME CLIMA

Gentile direttore,
l’aspetto più assurdo è che tanto accanimento per il controllo del petrolio, (vedasi Libia), arriva in un momento in cui il pianeta ci manda a dire che dovremmo utilizzarne di meno. Naturalmente lo fa a modo suo attraverso cataclismi e nubifragi. Il problema si chiama effetto serra, un fenomeno provocato dall’accumulo di anidride carbonica che produce un innalzamento della temperatura terrestre con una serie di conseguenze a catena, prima fra tutte il cambiamento del clima. A livello mondiale, gli uragani, tsunami, piogge torrenziali, alluvioni, la siccità prolungata, le temperature estreme, hanno provocato la morte di milioni di persone. Il surriscaldamento terrestre sta già profilando un’altra minaccia: l’innalzamento dei mari che nel Ventesimo secolo, è cresciuto del 50% in più di quanto non fosse cresciuto negli ultimi duemila anni; vaste zone costiere e città come Venezia e Shanghai, sono a forte rischio inondazione. Che succederà, fra qualche decennio, allorché la temperatura potrebbe essere aumentata di due o tre gradi? E’ inevitabile che un cambiamento del clima che diventerà radicale e così brusco, avrà sicure ripercussioni in campo sociale. Si verificheranno flussi migratori incontrollati, carestie, catastrofi che provocheranno guerre e anarchia. La penuria di acqua ed energia accenderà conflitti un po’ ovunque, dal Sud est asiatico, all’ Africa meridionale, all’America latina e da queste regioni più povere, si metteranno in moto processi migratori di proporzioni bibliche che coinvolgeranno Europa e Stati Uniti generando continue rivolte; conseguentemente la guerra tornerà a definire i parametri della vita umana. Vogliamo proprio mettere a morte l’ambiente?

Buona settimana
Paolo Pagliani
Novellara