LE QUATTRO RIVOLUZIONI

Mentre appare assodato che non possiamo portare tutti gli abitanti del pianeta al livello di vita di noi occidentali, è altrettanto certo che i poveri della Terra devono uscire dalla miseria in cui sono stati scaraventati. Essi hanno il diritto di mangiare di più, vestirsi di più, curarsi di più, studiare di più e avere scarpe di più di quante ne abbiano. Ma potranno farlo solo se i benestanti accetteranno di consumare di meno. Apparentemente, la sobrietà è solo una questione di stile di vita e volendo usare una metafora, potremmo dire che il mondo è come se fosse abitato da pochi grassoni, che convivono con un esercito di scheletrici. L’obesità è l’emblema del consumismo a buon mercato che si scontra con la povertà, sintesi perfetta di quattro privazioni: mancanza di istruzione, di senso critico, di dignità e mancanza di denaro. Sobrietà non significa ritorno alla candela ma significa eliminare gli eccessi e rimodellare il nostro modo di produrre, consumare e organizzare la società; siamo però così abituati all’abbondanza che solo l’idea di vivere diversamente, ci spaventa. Non solo per i cambiamenti nello stile di vita personale ma ci spaventa pure per i suoi risvolti sociali, perché se produciamo di meno e con minori guadagni, chi fornirà allo stato i soldi per garantirci istruzione, sanità, viabilità, trasporti? Ma si potrà vivere bene con meno garantendo i bisogni fondamentali per tutti? E’ possibile se sapremo mettere in atto quattro rivoluzioni: la rivoluzione degli stili di vita, della produzione e della tecnologia, la rivoluzione del lavoro e quella dell’economia pubblica. Queste sono le nostre sfide.

Cordialità
Paolo Pagliani
Novellara

BENESSERE O BENAVERE

Caro direttore,
viviamo tutti così di corsa che non ci siamo mai fermati sul concetto di benessere. Questo sistema materialista ci fa credere che il benessere consista esclusivamente nel possesso di oggetti, (benavere). Più ne abbiamo, più dovremmo considerarci benestanti ma non siamo bidoni aspiratutto, siamo creature che, oltre alle esigenze del corpo, abbiamo bisogni affettivi, sociali, intellettuali, sociali. Solo se tutte queste dimensioni sono soddisfatte in maniera armonica possiamo parlare di benessere, perché esso si raggiunge solo in parte con la disponibilità di beni ma molto di più organizzando il tempo per relazioni familiari e sociali, costruendo città  in modo da favorire l’incontro tra persone garantendo un bagaglio culturale, che consenta a ciascuno di realizzare se stesso. L’esperienza insegna che quando certi beni diventano troppo abbondanti, si creano degli effetti perversi, che annientano il beneficio per cui sono stati creati. Esempio l’auto che benché vengano prodotte per velocità elevate in molte città, vediamo a  Roma, si va come al tempo delle carrozze! Considerazioni analoghe pure per il cibo ma il troppo uccide, in quanto l’obesità che ha raggiunto un miliardo e novecentomila persone, è risaputo che predispone al diabete, infarto e altre malattie. Si parla spesso di sobrietà e credo giustamente, perché a conti fatti conviene, facendoci guadagnare in rapporti umani, in rapporti sociali, in tranquillità, in salute, regalandoci un ambiente più pulito. Se però si segue il pensiero di un teorico dell’industrial-capitalismo che affermava: <<Non è bene ciò che si ha>>, si interpreta lo spirito di oggi coniugato con le esigenze del sistema. Poichè ciò che <<non si ha>>, non ha limiti, abbiamo dato vita ad un meccanismo di vita insoddisfacente, irragionevole e sicuramente poco felice.

                                                                                    Buona settimana
                                                                                       Paolo Pagliani