BENESSERE PER TUTTI

benessere-ecoGentile direttore, siamo abituati a pensare che la crescita economica abbia l’effetto automatico di rendere una nazione più sana e più soddisfatta. Mi sembra che oggi non sia più così, perché i malesseri generati dalla disuguaglianza coinvolgono tutti: non solo i ceti più svantaggiati ma anche quanti si collocano al vertice della scala sociale. Da qualche anno alcuni economisti stanno spiegando che per valutare il benessere dei cittadini, non può bastare contare gli euro prodotti (Pil ossia Prodotto interno lordo). Perché si può essere più o meno ricchi in beni e capitali, ma non sentirsi soddisfatti della propria vita, sia individualmente sia collettivamente. Così è stato elaborato un altro punto di vista per misurare il benessere tenendo conto di diversi indicatori come la salute, l’istruzione, la sicurezza, le relazioni sociali, l’ambiente, la qualità dei servizi, il paesaggio, il patrimonio culturale, ecc. Questo nuovo modo di misurare la qualità della vita quotidiana delle persone e quindi della società si chiama Benessere equo e sostenibile (l’acronimo è Bes). Espressione in cui la parola “equo” significa che il benessere deve il più possibile riguardare tutti i cittadini, mentre la parola “sostenibile” vuol dire che può e deve essere mantenuto senza limiti di tempo e senza particolari condizionamenti. Il Bes in concreto, dovrebbe essere il miglior modo per far capire ai governanti che non è la ricchezza (calcolata sommando il valore di tutto quanto viene prodotto in una nazione) a fare la felicità di un popolo.

Cordialità
Paolo Pagliani

BENESSERE

Caro direttore, ho conosciuto un maturo africano da noi in Italia per studi da tempo e dialogando amichevolmente mi aveva posto una serie di domande a cui ho faticato non poco a rispondere. Mi chiedeva perché i Paesi ricchi non sono riusciti e non riescono a coniugare sviluppo economico e benessere, anzi, come negli Stati Uniti, la felicità non è migliorata ma addirittura peggiorata. Siamo in una Nazione progredita, abbiamo accesso ai beni di consumo, all’istruzione, alla sanità ed a una vita più lunga e più sana. Eppure ognuno di noi avverte nell’aria il serpeggiare di una insoddisfazione diffusa, di un malessere e un disagio psicologico che si esprimono in una dolente e ostinata litania: mancanza di tempo. Viviamo di corsa in mezzo ad individui frettolosi. E a mancare é prima di tutto il tempo delle relazioni con gli altri, sacrificate sull’altare del benessere materiale, che conosce solo due imperativi: lavoro e consumo. Mi sottoponeva altre domande tra le quali figurava quella del perché per divenire più ricchi economicamente, dobbiamo per forza essere poveri di relazioni interpersonali, di benessere, di tempo, di ambiente naturale; non esiste un’ altra strada? Questa insoddisfazione contemporanea annuivo, determinata dallo sviluppo economico, determina un progressivo impoverimento delle nostre relazioni affettive e sociali. Questo tipo di sviluppo però non produce solo benessere ma crea enormi rischi per la stabilità economica come la crisi attuale dimostra. Siamo arrivati di fronte ad un prodotto di un’organizzazione che genera la desertificazione delle relazioni umane. Credo che abbiamo bisogno di un profondo cambiamento culturale e organizzativo riprogettando il nostro mondo, perché é necessario ma anche possibile, coniugare prosperità economica e felicità. Mi sono ripromesso di reincontrarlo più spesso; sono “lezioni” per me salutari.
Cordialità
Paolo Pagliani

Ecco cosa chiamano sviluppo – COMMERCIO TIRANNO

Caro direttore,
viviamo uno strano mondo grazie alla globalizzazione, nel senso che molte cose che potrebbero esser prodotte sottocasa, vengono dall’altra parte del pianeta; un caso classico è quello delle scarpe sportive. Queste possono aver percorso migliaia di chilometri, dalla Cina, all’Indonesia, alla Romania parlando solo della manifattura, altrimenti le distanze si raddoppiano o triplicano perchè la gomma è estratta in Malaysia, trasferita in Corea per la raffinazione e inviata in Indonesia per l’assemblaggio. Se si considerano tutti gli altri materiali, ci si renderà conto della situazione. Un’altra piccola esperienza interessante può essere vedere camion di acqua in bottiglia, che dal Nord vanno al Sud e viceversa; tutto questo può avere un senso rientrando nella logica del denaro. Sicuramente non ne ha, se si ragiona nell’ottica del buon senso, della gente e del pianeta stesso. La giustificazione che ci viene data è che l’obiettivo da perseguire è la espansione dei mercati e che il commercio è garanzia di ricchezza per tutti. Dovrebbero però spiegarci perchè i paesi del Sud hanno cominciato a impoverirsi proprio quando sono stati catapultati nel commercio internazionale e conoscendo più guerre. Dovrebbero smettere di raccontarci bugie, sforzandosi di convincerci che il loro scopo è il benessere della gente. Il sistema ha a cuore solo l’arricchimento dei mercanti e in particolare di quelli forti. Non a caso questi spostano di continuo la produzione sullo scacchiere mondiale in base alle loro convenienze trattando la gente come straccioni, da usare e gettare. Si rimane in quei posti dove i salari sono miserabili, appena gli operai ottengono miglioramenti, le fabbriche fuggono; esempio da Taiwan nelle Filippine quindi se nascono moti di rivolta, si passa in Cambogia ecc. Purtroppo le imprese continueranno a muoversi finchè non sarà stato raggiunto il fondo dello sfruttamento mettendo i lavoratori a repentaglio continuo. Precarietà permanente: ecco cosa chiamano sviluppo. E’ arrivato il tempo di dire basta ad accordi internazionali per proteggere gli interessi delle grandi imprese (multinazionali). L’umanità ha bisogno di un’Organizzazione mondiale del bene comune, non del commercio, perchè il nostro interesse primario è la salvaguardia degli elementi naturali su cui si basa la nostra esistenza: il clima, l’ acqua, i mari, le foreste, i pesci, il petrolio, i minerali: La natura e la giustizia hanno bisogno di protezione, non di libero arbitrio. Hanno bisogno di regole per disciplinare la pesca, il taglio dei boschi, l’uso e la spartizione delle risorse usando anche leve fiscali!! Non deve essere la natura ad adattarsi alle esigenze del commercio ma l’inverso ripristinando la gerarchia dei valori. Non si vive per commerciare. Si commercia per vivere. Non possiamo più concepire il mercato come il signore della vita; quando ci accorgiamo che diventa un mostro che ci uccide e divora; dobbiamo fermarlo e ridimensionarlo. Deve rimanere uno strumento al nostro servizio.

Buona domenica
Paolo Pagliani

IL CONSUMISMO CHE CONSUMA

Caro direttore,
andiamo fieri del nostro consumismo definendolo progresso e benessere, proponendolo al resto del mondo. E se ci sbagliassimo, accorgendoci che la vera ricchezza è un’altra consumando di meno, scoprendo che vivere più semplicemente si recupera in qualità della vita? Un aspetto che non consideriamo è il tempo. Prima di tutto quello che passiamo al lavoro per guadagnare i soldi necessari per i nostri acquisti, esempio l’automobile che se uno prende mille euro al mese, impiega oltre un anno di fila per comprarla di medie dimensioni; e siamo solo all’inizio, (bollo, benzina, ecc.), si stima 0,50 euro al Km. Se aggiungiamo il il tempo passato nel traffico, per trovare un parcheggio, manutenzione, la macchina assorbe ogni anno un migliaio di ore della nostra vita. Facciamo lo steso calcolo per tutti gli altri beni e ci accorgeremmo di vivere per consumare considerando che ogni casa mediamente dispone di 10.000 oggetti, (gli indiani navajos 236) e che dobbiamo per ognuno di essi lavorare, pulirli, sistemarli, fare la coda al supermercato; calcolando tutto è un lavoro forzato questo superconsumo, che ci succhia la vita. Gran parte non serve a niente di ciò che produciamo, per questo nella nostra società si è sviluppato un grande apparato di pubblicità, televendite, promozioni, per convincere la gente a consumare. Gran parte dei nostri rifiuti finisce nelle discariche e nonostante tutti gli accorgimenti, filtra oggi, filtra domani, le falde possono inquinarsi; se si finisce nell’inceneritore la nostra spazzatura può ritornarci sotto forma di diossina. Si dice che è il prezzo da pagare per il progresso ma chiamiamo le cose con il loro nome: questo non è il prezzo del progresso bensì il boomerang dello spreco. Il ritmo delle nostre giornate è scandito dagli orari di lavoro e per soddisfare le esigenze familiari bisogna fare i salti mortali sacrificando gli anziani, i bambini, la vita di coppia, si diserta la vita sociale. Bisogna correre, arrangiarsi, il tempo non basta. Compaiono le insonnie, le nevrosi, le crisi di coppia, i disagi “tenuti a bada” dall’alcol e dalle sostanze, la microcriminalità dei giovani abbandonati a sé stessi; c’è un consumo spaventoso di tranquillanti e antidepressivi e molti di noi non riescono a dormire senza sonniferi. Decidendo di passare il sabato, o peggio la domenica, nei santuari della società consumistica, cioè gli ipermercati, se ci facessimo una domanda semplice, semplice, quando mettiamo mano al portafogli: “Il nuovo acquisto che sto per fare vale lo stress che ho procurato alla mia vita? Vale l’affetto che ho fatto mancare ai miei figli? Vale la litigata che ho fatto con il mio partner? Il mio nuovo acquisto contribuisce a rendere il mondo migliore, più sicuro, più sano?.

Cordialmente
                                                                                              Paolo Pagliani

BENESSERE O BENAVERE

Caro direttore,
viviamo tutti così di corsa che non ci siamo mai fermati sul concetto di benessere. Questo sistema materialista ci fa credere che il benessere consista esclusivamente nel possesso di oggetti, (benavere). Più ne abbiamo, più dovremmo considerarci benestanti ma non siamo bidoni aspiratutto, siamo creature che, oltre alle esigenze del corpo, abbiamo bisogni affettivi, sociali, intellettuali, sociali. Solo se tutte queste dimensioni sono soddisfatte in maniera armonica possiamo parlare di benessere, perché esso si raggiunge solo in parte con la disponibilità di beni ma molto di più organizzando il tempo per relazioni familiari e sociali, costruendo città  in modo da favorire l’incontro tra persone garantendo un bagaglio culturale, che consenta a ciascuno di realizzare se stesso. L’esperienza insegna che quando certi beni diventano troppo abbondanti, si creano degli effetti perversi, che annientano il beneficio per cui sono stati creati. Esempio l’auto che benché vengano prodotte per velocità elevate in molte città, vediamo a  Roma, si va come al tempo delle carrozze! Considerazioni analoghe pure per il cibo ma il troppo uccide, in quanto l’obesità che ha raggiunto un miliardo e novecentomila persone, è risaputo che predispone al diabete, infarto e altre malattie. Si parla spesso di sobrietà e credo giustamente, perché a conti fatti conviene, facendoci guadagnare in rapporti umani, in rapporti sociali, in tranquillità, in salute, regalandoci un ambiente più pulito. Se però si segue il pensiero di un teorico dell’industrial-capitalismo che affermava: <<Non è bene ciò che si ha>>, si interpreta lo spirito di oggi coniugato con le esigenze del sistema. Poichè ciò che <<non si ha>>, non ha limiti, abbiamo dato vita ad un meccanismo di vita insoddisfacente, irragionevole e sicuramente poco felice.

                                                                                    Buona settimana
                                                                                       Paolo Pagliani