AVARIZIA E CUPIDIGIA

Caro direttore, sfogliando e leggendo più del solito in queste afose giornate estive, mi è capitato più volte di notare definizioni e commenti inerenti all’avarizia ed alla cupidigia, che Le confesso non conoscevo perfettamente. Vittorio Buttafava 1918-1983) in uno splendido aforisma affermava che: <<L’avaro vive da povero e muore ricco>> mentre San Bernardo definiva l’avarizia come <<un continuo vivere in miseria per paura della miseria>>. Ho avuto modo di conoscere persone che rispecchiavano totalmente le due affermazioni; risparmi maniacali, accumulo di beni, oscura paura del domani, come tutti i taccagni riponevano la loro fiducia nei suoi averi, non dormendo tra due guanciali ma sul loro denaro che li rendeva ansiosi e permanentemente inquieti. In pratica <<il ricco anche quando non subisce alcuna perdita teme di subirne>> e questo vizio capitale, appesantisce il cuore, ritarda la conversione, il cambiamento di vita impedendo l’adesione a qualsiasi Potere Superiore. C’è un’altro tipo di avarizia, quella dei sentimenti, una cupidigia a cui poco si bada ma dagli esiti altrettanto deleteri. Si ha, infatti, spesso la tentazione di negare al prossimo non tanto i soldi (un gesto di carità talvolta non costa molto e mette in pace la coscienza) quanto piuttosto il tempo dell’ascolto, nella vicinanza, nella tenerezza. Paradossalmente questa avarizia è molto più seria perché rifiuta non tanto un bene materiale, pur importante, quanto una realtà intima e profonda che non può essere acquistata. Tutti credo, dobbiamo confessare di esserci negati a chi voleva solo sentirci al telefono per avere una parola buona, di aver evitato chi voleva essere ascoltato, di aver rifiutato la compagnia a una persona sola e malata; questa è avarizia meschina. La cupidigia produce pure effetti devastanti su scala sociale: in Brasile, l’80% delle terre appartiene a meno del 10% della popolazione mentre le ricchezze di numerosi Paesi africani sono saccheggiate da qualche despota e chissà quanti siti naturali del mondo sono violati e danneggiati per procurarsi guadagni immediati. Già nel XVI° secolo non si confessava il peccato di avarizia: <<Nessuno al mondo vorrà mai ammettere di essere avaro! Tutti negano di essere contagiati da questo tarlo che inaridisce il cuore. Chi adduce a scusa il pesante fardello dei figli, chi la necessità di crearsi una solida posizione. Non si possiede mai abbastanza; si trova sempre un motivo per avere di più>>. Cinquecento anni dopo, (oggi), cosa è cambiato?

Cordialità
Paolo Pagliani