VERGOGNA TOSSICA

vergognaHo questo problema del bere che mi fa morire dalla vergogna. Chiedo al medico che mi risponde: “Da sola non può, cerchi un gruppo d’aiuto”. Io testarda: “No, ce la farò da sola!”. Puntuale arriva la ricaduta e ancora di più la vergogna. Vedo attaccata a una parete dell’ospedale una locandina di Alcolisti Anonimi. Passo e ripasso memorizzando un numero alla volta, (di più era impossibile), che trascrivo su un foglietto ben lontana dalla locandina (non si sa mai che qualcuno capisca). Arriva il grande giorno: mi decido e vado al Gruppo. E’ situato nel seminterrato di una casa popolare. Suono il campanello e dietro di me arriva una signora; mi secca farle capire dove vado. Così invece di scendere, comincio a salire le scale controllando tutti i cognomi di tutte le porte fingendo di cercare qualcuno. Primo piano, secondo piano, (non c’è l’ascensore), terzo piano sperando che la signora si fermi ma seguita a salire, quarto piano quella strega sempre dietro e io sto sempre più male (soffro di polinevrite tossica) e sempre di più mi vergogno. Quinto e ultimo piano (io mooolto seriamente controllo i nomi alle porte e la malefica mooolto seriamente finge di credere). A voce alta dico: “Avrò sbagliato portone, sono tutti uguali”. “Sì, sì, fa quella”. Ridiscendo disperata, stanca, dolorante, distrutta. Scendo le due rampe del seminterrato e lì a ridosso delle cantine mi si aprono le porte del Paradiso. Per la cronaca ho 49 anni, sono sei che non bevo, non mi fanno più male le gambe. Qualche volta mi capita di incontrare quella signora, posso dire “buongiorno” senza vergogna ma sorrido pensando alla tanta fatica e alla figuraccia che ho fatto quella volta. Ho scoperto che parlarne in gruppo è miracoloso. In A.A., oltre alla polinevrite tossica mi hanno tolto anche la vergogna tossica: poter ridere insieme agli altri delle proprie vergogne è un vero toccasana, almeno per me. Paola

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ALCOLISTI ANONIMI IN ITALIA

L’Associazione “Alcolisti Anonimi” (A.A.) è nata negli Stati Uniti nel 1935 dall’incontro di un agente di borsa di Wall Street ed un medico chirurgo di Akron (Ohio), entrambi alcolisti, i quali si resero conto che condividendo le loro dolorose esperienze e aiutandosi a vicenda riuscivano a mantenersi lontano dall’alcol. In un mondo caratterizzato da forti pregiudizi nei confronti dell’ alcolismo e dalla pressochè totale impotenza della scienza medica ad affrontare tale problema, i due fondatori di Alcolisti Anonimi superando ogni approccio moralistico e con un pragmatismo tipico della cultura nordamericana, ebbero la grande intuizione di applicare l’ autoaiuto alla dipendenza dall’ alcol, vista non più come un vizio da estirpare ma come una vera e propria malattia del corpo e dello spirito, i  cui tragici effetti potevano essere sospesi semplicemente non bevendo e cambiando stile di vita. Oggi Alcolisti Anonimi è presnte in 182 Paesi di tutti i continenti con più di 120.000 gruppi di autoaiuto e milioni di alcolisti recuperati. In Italia A.A. è presente dal ’72 quando l’ alcolismo era ritenuto un vizio e gli alcolisti internati nei manicomi: allora i rari medici ed operatori hanno dovuto spesso affrontare lo scetticismo e la diffidenza di molti loro colleghi. Oggi all’ alcolista viene riconosciuta la dignità di persona malata che si deve aiutare e recuperare alla società e ne sono interessate molte strutture: ospedali, SerT, centri di alcologia, medici di famiglia, cliniche private, comunità terapeutiche, Caritas, servizi sociali, tante altre associazioni ed enti vari. Dal punto di vista delle Istituzioni l’ alcolismo viene ormai recepito come un fenomeno complesso, sanitario e sociale insieme, che non può essere sottovalutato anche per gli elevatissimi costi che scarica sulla collettività. Gli A.A. hanno come costante punto di riferimento il territorio dove operano i loro Gruppi, conseguentemente con i medici di famiglia, con i centri di alcologia, con le strutture ospedaliere; con gli operatori del sociale il rapporto sta divenendo sempre più un canale di collaborazione.
 
L’ ASSOCIAZIONE
Alcolisti Anonimi è un’associazione di uomini e donne che mettono in comune la loro esperienza, forza e speranza per risolvere il loro problema comune e aiutare altri a recuperarsi dall’alcolismo, l’unico requisito per farne parte è desiderare di smettere di bere. E’ finanziarmente autonoma, non accetta sovvenzioni, nè altri tipi di contributi e non è affiliata ad alcuna confessione, idea politica, organizzazione o istituzione, non si impegna in alcuna controversia, nè sostiene o si oppone ad alcuna causa. Gli A.A. aiutano altri alcolisti che ancora non hanno trovato una via di uscita in modototalmente gratuito. Uno dei punti fermi dell’associazione è l’anonimato e il gruppo è l’entità tramite la quale si realizza il recupero. Nelle riunioni in assoluta libertà, vengono raccontate le proprie storie, condivisi i problemi personali e soprattutto, tramite il commento della loro letteratura e le esperienze viene messo in pratica il famoso programma di recupero conosciuto in tutto il mondo chiamato come ” METODO DEI DODICI PASSI “.
Quando il nuovo venuto comincia a frequentare le riunioni di gruppo e sente le testimonianze degli altri, spesso molto diverse tra loro pur con un filo conduttore comune, attraverso un processo di identificazione che gli consente di iniziare a superare il terribile scoglio dellanegazione, diventa sempre più consapevole della propria condizione ed inizia ad acquistare fiducia. Quasi sempre l’ alcolista che frequenta con assiduità i gruppi riesce a centrare l’obiettivo e astinente, talvolta anche sin dalla prima riunione, ma i tempi possono essere diversi a seconda delle varie situazioni e problematiche caratteriali. I gruppi di A.A. sono presenti in tutto il territorio nazionale con una o più riunioni settimanali a seconda delle province, in alcune delle quali una volta al mese tutti possono partecipare ascoltando ed alla fine chiedere delucidazioni o informazioni: sono chiamate ” riunioni aperte “.  In A.A. sono proposte dodici progressive tappe sulla via del miglioramento della personalità e ognuna di ese richiede riflessione e superamento prima che si passi alla successiva, ognuno parla per sè non per gli altri, in quanto non si aspira a cambiare gli uomini e le circostanze, quanto a cambiare loro stessi dimenticando il passato, non preoccupandosi per il futuro ma vivere intensamente l’ oggi.

SERVIZI GENERALI:  www.alcolisti-anonimi.it – E-mail: aaitaly@tin.it
Centralino di ascolto nazionale: tel. 06 66 36 629

NELLA NEPENTE

9837950-nepenthes--nepente-tropicale-o-tazze-monkey-trappole-insetti-in-tazze-di-acqua-e-quindi-digerisce-loPRIMA PARTE
Avete mai visto una pianta carnivora? Ha la forma di una brocca o di un vaso. L’odore che emana attira gli insetti che si posano sul bordo del vaso e ne sorseggiano il nettare. La pendenza in quel punto è talmente lieve che la mosca non si accorge di essere lentamente attratta verso il basso. Quando l’ inclinazione diventa più ripida, la mosca è troppo distratta dal nettare per rendersene conto. Appena passato il collo del vaso, la mosca può vedere una quantità inquietante di insetti morti immersi in un liquido stagnante in fondo alla pianta. Sa però di poter volare via quando vuole. Sentendosi al sicuro, continua allora la sua abbuffata. Nel momento in cui, finalmente sazia, decide  che è giunta l’ora di andarsene, è troppo rimpinzata per volare. La mosca viene assalita dal panico ma più lotta per fuggire, più si copre di nettare vischioso che l’appesantisce ulteriormente e le rende impossibile fare presa sui lati della pianta, che ormai sono verticali.

Il liquido sul fondo non è nettare ma i succhi gastrici della pianta.

ILLUSIONE DEL CONTROLLO (prima parte)
Se avesse voluto la mosca avrebbe potuto fuggire ma in quale fase della discesa iniziale?Ma non volle perché non si era ancora resa conto di trovarsi in una trappola.
In realtà la mosca non ha mai avuto il controllo ma anzi ha subìto quello furtivo della pianta, dal momento che ha fiutato il nettare.

NELLA NEPENTE: SECONDA PARTE
Sin dalla tenera età, siamo indotti a credere che l’alcol sia il nettare degli umani.
Applichiamo allora questa analogia a un caso reale: quello di Davide un alcolista cronico nella sua fase discendente. Davide non cominciò la sua carriera da bevitore con una bottiglia di alcol etilico al giorno: ci arrivò dopo un percorso dall’inizio apparentemente innocuo. Esaminiamo allora la sua progressiva discesa.
La sua prima bevanda alcolica fu una birrettina mescolata a un po’ di limonata oppure qualche sorso ad una festa a casa di amici all’ età di quindici anni. Cinque anni dopo, Davide era “uno dei nostri “, credeva che gli piacesse veramente bere ma che non sarebbe mai diventato un problema. A trent’anni si spaventò alla notizia che un suo compagno di sbronze era in cura per alcolismo. Ma Davide riuscì a convincersi che se mai il bere fosse diventato un problema simile, lui avrebbe smesso senza difficoltà. Arrivato a quarant’anni una serie di eventi imbarazzanti culminarono nel suo arresto per guida in stato di ebbrezza. Decise quindi di smettere. Lo fece però con la convinzione di rinunciare ad un vero piacere, ad un sostegno. Quando alla fine crollò e si lanciò in una bisboccia di dieci giorni, si rese conto di avere davvero un grave problema. In preda al panico scivolò sempre più in basso, cosa che lo fece aggrappare ancor di più alla bottiglia. In breve tempo perse il lavoro, gli amici e la famiglia; nel giro di qualche anno si ritrovò in mezzo ad una strada con una bottiglia di alcol etilico in mano.

ILLUSIONE DEL CONTROLLO
Molti sosterranno che Davide avesse ancora il controllo durante ciascuna delle ultime due fasi, perché avrebbe potuto fermarsi ed evitare il successivo disastro.  Ma non si fermò, ne ebbe alcuna voglia di farlo perché non vedeva l’incipiente catastrofe.
Se afferri questo concetto ti renderai conto che Davide aveva perso il controllo nel momento in cui aveva assaggiato la sua prima bevanda alcolica.

Allen Carr
(alcolista recuperato)

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UMILTÀ: UNO STILE DI VITA

Nel momento in cui si decide di far parte di un gruppo A.A. la prima cosa che salta agli occhi dalle testimonianze personali, è proprio questo concetto di umiltà. Infatti ammettere di essere alcolista e poi accettare la propria impotenza nei confronti dell’alcol, è la prima forma di umiltà che noi pratichiamo. Prima di entrare in A.A., quanti di noi si dibattevano sulla necessità di smettere di bere e nell’incapacità a farlo? Alla base, persisteva un forte senso di orgoglio che ci faceva dire: non ho bisogno di nessuno e un forte senso di vergogna che ci impediva di dire a se stessi, ho bisogno di aiuto. Tutta la nostra cultura di fatto è basata su valori, quali orgoglio, ambizione, individualismo, che se portati all’eccesso impediscono di riconoscere la vera umanità presente in ognuno di noi. Spesso i rapporti fra gli individui sono mediati e condizionati da meccanismi quali la paura, l’arroganza e quant’altro. Ci si convince inoltre che rifarsi alla legge del più forte sia l’unica strada per sopravvivere in questa società che, bisogna dirlo, a tutto induce tranne che al vero significato della vita. Possesso e sopraffazione costituiscono il principio unico di esistenza mentre pure la psicologia ci fa intendere che la pratica dell’umiltà, assieme a un buon esercizio di autostima, può essere un ottimo sistema di accettazione di se stessi al fine di neutralizzare conflitti e frustrazioni. L’umiltà, inoltre, è la via migliore per mettersi in relazione con gli altri in modo autentico. Il surrogare con falsi valori il malessere, (esempio il consumismo, le ambizioni sbagliate, la prepotenza e il razzismo), difficilmente può indurre all’umiltà; troppa presa da sè la persona tende a vedere gli altri come nemici da cui difendersi o, più volentieri da attaccare. Ridurre l’egocentrismo, prendere coscienza dei propri difetti anche di quelli meno apparenti, è un buon inizio verso la liberazione dalle tante storture che la vita con gli anni ci ha costretto a subire e a far subire. La pratica dell’umiltà. come lo smettere di bere, richiede sforzo e volontà; vuole consapevolezza e cuore insieme. Noi grazie ad A.A. abbiamo l’opportunità di raggiungere, non dico la perfezione ma sicuramente l’umiltà per oggi e, un giorno alla volta, un nuovo stile di vita.

Sono Paolo un alcolista anonimo di Viadana – MN

Io mentre vi addormentate, voglio ricordarvi sussurrando che è tempo di gioire, di sognare la pace dentro la vostra famiglia fra tutti coloro che ne fanno parte e che ora si stanno addormentando. Non dimenticate che ciascuno ha bisogno dell’altro e che la vostra felicità è legata a quella degli altri.

Anonimo

A. A. ALCOLISTI ANONIMI

E’ difficile parlare di Alcolisti Anonimi a chi si trova nella spirale dell’alcol e non riesce ad uscirne perché non conosce l’Associazione, chi come me ha il privilegio di farne parte, trova arduo esprimere a parole quei concetti che si concretizzano nel dono ricevuto. Ricordo, come fosse oggi, il giorno del primo incontro in A.A.. Ero carico di vergogna, avevo paura e non sapevo di chi e che cosa. Ero cosciente di aver perduto la mia dignità ma avevo un grande desiderio; volevo, desideravo, con tutte le mie forze, ammettere di bere esageratamente. Avevo provato altre volte e non ero riuscito a rimanere astinente per più di qualche giorno; eppure, a dispetto dell’evidenza, ammettere la mia sconfitta nei riguardi dell’alcol non è stato facile. Ero andato al Gruppo di A.A. per questo, ma avevo tanta rabbia che, prima di entrare, mi chiedevo come era possibile che io non potessi essere un bevitore come tanti.
La risposta è stata impietosa: “ero un alcolista”, perché non riuscivo a controllare il mio bere. In mezzo agli amici A.A. mi sono trovato in mezzo a uomini e donne che non mi criticavano, non mi giudicavano, mi capivano. Mi domandavo: “Come diavolo hanno fatto?”. Ero convinto che l’alcolista fosse quella persona descritta nelle vignette, cioè il classico barbone stravaccato dietro l’angolo che chiedeva l’elemosina per potersi fare un bicchiere; ho dovuto ricredermi!!! Mi è stato detto, se vuoi continuare a bere è affar tuo, se desideri smettere e da solo non ce la fai, allora è affar nostro.
E così è stato, ho riposto fiducia in quelle persone ed insieme a loro ho intrapreso la strada verso la sobrietà, quel gruppetto di sconosciuti hanno raggiunto lo scopo, sono convinto che solo un alcolista riesca ad aiutare (meglio di altri), un altro alcolista!

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PROPRIO A ME? IMPOSSIBILE

Senti schiamazzare rumorosamente, ridere forte, urlare, imprecare e bestemmiare, senti dire che tutti mi sono contro, senti dire al diavolo il lavoro, senti dire tante cose e ti accorgi che queste persone hanno il problema dell’alcol. Allora incominci a pensare, ma porca miseria è mai possibile ridursi così, vuoi che non capiscano, staranno pure male, i genitori, gli amici o i parenti non possono fare qualcosa, perché quello lì continua a dargli da bere, se continua così si uccideranno, avranno il fegato spappolato, ecc. Viene quasi un rifiuto per persone di quel tipo, le scansi come fossero chissà chi, fai finta di non vederli, praticamente lì ignori, li vorresti cancellare ma non puoi perché fanno chiasso. Non ti accorgi che anche tu piano piano, giorno dopo giorno, bicchiere dopo bicchiere, stai diventando come loro? No anzi, la forza che ti senti, la sicurezza di te, la tua superiorità ti danno la certezza che a te non capiterà mai. Cosa vuoi che sia una bevuta. Però queste diventano frequenti. Ed ecco che un giorno, senza rendertene conto, tocchi il tuo fondo e ti spaventi (così è stato per me), non ci badi e prosegui sino a quando ritocchi ancora una volta il tuo fondo ancora più fondo. Cosa mi capita, cosa mi è successo, è mai possibile che proprio a me stia accadendo una cosa simile? Sì è possibile, l’alcol è entrato. Chi ti sta vicino cerca di farti capire, di correggerti, di fermarti di dirti che ti fa male ecc. e che occorre rimediare. Prendo (nel mio caso) una decisione e dato che hai sentito parlare di A.A, telefoni e vai al primo incontro con il cuore in gola e la paura della sconfitta. Si è quasi increduli di tanta serenità che naviga nel gruppo che ti ascolta e ti sponsorizza. Sei turbato da tanto, sei frustrato da quello che dici e di quello che hai fatto ma noti con il passare dei minuti che qualcosa ti distende, ti comprende, ti rasserena. Arrivo all’anno della sobrietà, il gruppo decide di fare i compleanni ma ecco come una sciabola vecchia ma affilatissima, l’alcol riesce a farsi breccia e a ritornare. Un gesto inconsulto? No un gesto consapevole ho bevuto anche se poco ma ho bevuto. La causa? La rabbia e l’ira. Le parole della persona amata che dice «ma cosa fai, non ti metterai a bere nuovamente, sarà bene che tu ne parli con gli amici di A.A.». Tutto questo mi ha fatto ripiombare indietro di un anno, facendo crollare quella barriera che con troppa sicurezza pensavo perfetta. Un’esperienza tremenda che deve far pensare che il nostro nemico è sempre lì, pronto ad insinuarsi al più piccolo cedimento. La sobrietà è un lungo cammino e non è nulla di più importante della propria felicità; la vita è tutto questo, l’opportunità di viverla e la felicità di meritarla quindi occorre difenderla. Ad ogni costo. Serene 24 ore, Piero alcolista anonimo di Modena.

P.S.
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