Nuova sede per gruppo aiuto psiconcologico “Angolo Oasi”

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Il gruppo di mutuo aiuto psiconcologico Angolo Oasi di Novellara, nell’augurare a tutti i lettori de “Il Portico” serene e gioiose festività e un buon 2013, coglie l’occasione per comunicare l’indirizzo della nuova sede: Via E. De Nicola n° 24.
Gli incontri, aperti a tutti, si svolgono come di consueto il primo e terzo lunedì di ogni mese.

UN CORSO FATTO DI VITA

La prima serata, coinvolgente e seguita con grande attenzione, si è svolta in modo molto professionale, ma già al secondo appuntamento l’atmosfera ha cominciato a scaldarsi ed una profonda intesa ha iniziato a diffondersi in quel gruppo eterogeneo composta da “malati” e “simpatizzanti”.
E allora eccoci lì, tutti insieme a scoprire le note fruttate ed i tannini, i sentori di frutti rossi ed esotici, la vaniglia, la frutta secca, il cacao……
Ognuno azzarda un sapore, un profumo e poi ecco le risa, quelle che nascono dal cuore, dalla svagata spensieratezza del donarsi l’un l’altro con semplicità…..
Al terzo appuntamento qualcuno porta del salume, dello gnocco, i dolci ed al termine dell’incontro nessuno accenna ad alzarsi, per non rompere l’incanto di un’atmosfera di amicizia che stimola gli abbracci.
La penultima sera scivola allegramente nella più totale confidenza….ammalati e non, in un clima di crescente intesa…un autentico idillio.
Ci sentiamo un gruppo, come così spesso accade tra noi “clienti” del Day Hospital, quando facciamo qualcosa insieme.
Si cresce così, tutti insieme, sempre di più ed in fondo, forse, poco importa se il vino che degustiamo è fruttato, se si avvertono sentori di rosa, di pepe o di frutti di bosco.
Quello che conta è che attraverso un corso di avvicinamento al vino abbiamo imparato a riconoscere insieme le sfumature ed i profumi inebrianti del calore umano, della speranza, dell’amicizia, del senso della vita insomma.
Ci piace questo ospedale che “un po’ ci appartiene” e ci permette di mettere in pratica e trasmettere agli altri ciò che questa malattia, per quanto orribile, ci ha fatto comprendere.

Nel Vento

C’è vento stanotte, un vento fresco che sa di novità e di terra bagnata. Dalla finestra socchiusa sento fremere le persiane ad ogni folata.
Mi rigiro nel mio letto diventato improvvisamente piccolo, vorrei essere nel vento, farmi portare dove vuole, senza remore, senza freni. Potrei così vedere cose e luoghi da un’altra angolazione. Forse anche le persone, viste in questo modo apparirebbero diverse da come di solito le percepiamo.
Potrei attraversare le nuvole, quelle bianche, morbide, dense come schiuma da barba, vaporose e …traditrici.  Attraversarle sarebbe come entrare in un bagno turco, vedrei giochi insoliti di ombre e luci, arabeschi iridescenti mi avvolgerebbero. Sarebbe magnifico poterlo fare.
Adoro le nuvole, tutte, siano esse grigie sfilacciate da veli bianchi come panni stesi ad asciugare, blu scuro o violacee come ematomi, cariche di pioggia e di cattivi presagi oppure libere di correre veloci nel cielo color indaco, oppure variegate dal giallo al rosso in un tramonto infuocato.
Le persiane hanno un altro fremito, sono di nuovo nel mio letto. La luce del lampione giù in strada rischiara a malapena la stanza, riesco ad intravvedere le cornici che racchiudono, come un inadeguato recinto, le fotografie scattate durante i nostri viaggi.  Sono quelli i luoghi che vorrei rivedere portato dal vento. Sarebbe bello rivederli una volta ancora, almeno solo una volta, magari di notte, lavati dalla pioggia o bruciati da una luce abbacinante che  fa socchiudere le palpebre per il riverbero.
Sono convinto che colori e profumi dei paesaggi visti in questo modo sarebbero ancora più densi, ancora più saturi di come li ricordi e di come gli abbia fotografati. Nel vento percepirei  meglio odori e profumi emanati della terra, trasformati in una nebbiolina inebriante.
Una folata di vento più forte delle altre fa fremere ancora una volta le persiane ….spero non sia l’ultima.
Pensato e scritto in una ex miniera di rame, 1500 mt. dentro una montagna il 15/07/2011 .

Ettore  Lusetti  1957

Pensieri in libertà …vigilata.

Stasera sono solo in casa, capita così raramente che approfitto dell’evento. Metto un buon disco in sottofondo e poi prendo carta e penna, niente computer per questa volta, ricopierò poi. Pensieri in libertà …vigilata. I ricordi mi riportano indietro di qualche giorno. Pioviggina, arriviamo in auto al luogo dove si svolge la cena annuale di “Angolo”. Il ns. gruppo di Novellara è praticamente al completo. Ci viene riservata un’accoglienza particolarmente calorosa. Ci infiliamo in un tavolo dove ci sono già altre persone, ricordo una coppia particolarmente simpatica con la quale trascorriamo una piacevole serata. La cena, squisita, si svolge senza intoppi, ci stiamo divertendo. La sala si sta animando, viene annunciato uno spettacolo a sorpresa. Sul palco salgono le ragazze del gruppo di Carpi. Le luci si abbassano, la musica parte. Le ballerine sono stupende nei loro costumi dai toni sgargianti, si stanno esibendo nella “Danza del Ventre“. Le loro movenze aggraziate sono coinvolgenti, tengo il tempo tambureggiando le dita sul tavolo. Ma…. d’improvviso mi prende un nodo alla gola. Cosa mi sta succedendo ?!? Sono invaso da una profonda commozione. Sul palco intanto la coreografia continua, le ragazze si stanno divertendo, due in modo particolare. Io però non sono più lì, sto provando un misto di tenerezza e ammirazione per queste persone. Pur essendo passate, (non tutte per fortuna), attraverso esperienze traumatiche hanno avuto la forza e l’ironia di mettersi in gioco così questa sera e questo le rende speciali ai miei occhi. Sono attraversato da queste emozioni quando mi viene da osservare in giro, lo sguardo mi cade su una delle mie compagne del gruppo, anche lei ha gli occhi lucidi. Ci scambiamo un’occhiata, anche lei sta come me, abbiano i medesimi pensieri. Le parole in certi casi sono inutili banalità.

Ettore Lusetti 1957

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BEL COLPO…NONNA

Sabato sera di fine maggio, si va a ballare. Ci dirigiamo in un locale della provincia di Cremona.
Dopo circa tre quarti d’ora varchiamo la soglia del locale. Il locale è provvisto di due sale separate, una per il liscio e una per il latino-americano.
Ci dirigiamo verso quest’ultima e appena entrati sono colpito da una donna o meglio da una nonna. Una persona abbastanza avanti negli anni si aggira con fare ammiccante tra i tavoli.
Poveretta, penso, deve avere sbagliato sala, oppure è solo un po’ fuori. La perdo di vista, penso alla nostra serata. La pista è ottima, il parquet per ballare non ha confronti. Mi prendo una pausa per recarmi al banco del bar, per farlo devo passare nella sala del liscio. Mente salgo sul soppalco per vedere meglio, una coppia di arzilli anzianotti mi passa accanto roteando come una meteora spandendo nell’aria una scia vaporizzata di borotalco. Noto, con una certa invidia, delle piacenti quaranta/cinquantenni ballare con attempati ballerini di almeno quindici –venti anni più avanti negli anni. E’ vero c’è carenza di uomini che sappiano ballare. L’orchestra ci “tira dentro”, sento salire il livello di coinvolgimento delle persone. Su qualche tavolino spunta “la merenda”, tartine, salatini e dolcetti formano una perfetta coreografia a bordo pista, casomai ci fosse un calo di zuccheri.
Ritorno alla sala giusto in tempo per assistere allo spettacolo. Una scuola di ballo del bresciano si esibisce al gran completo. Tutto fila liscio o quasi, quando viene annunciato il numero clou della serata. Dalla semioscurità ecco apparire la coppia che ballerà una bachata….ma..ma lei è quella la, la nonna di prima. La musica parte, il maestro di ballo guida la dama che inizia a muoversi mica male, anzi. Lei ha un abitino attillato, di colore rosso, con tanto di petunia del medesimo colore tra i capelli.  Parte un applauso corale, che carica ancora di più la coppia. Che forza nonna, complimenti occorre un notevole pelo sullo stomaco per esporsi così a ottantadue anni!!
Non bisogna arrendersi mai, ci possono essere delle belle opportunità da cogliere anche quando l’età ti  farebbe pensare il contrario. Bisogna crederci e certo occorre anche con po’ di fortuna.
Si è fatto tardi, decidiamo di rientrare. La nottata è tiepida, le strade sono deserte, lascio il finestrino dell’auto socchiuso, una fragranza di terra e di fieno invadono l’abitacolo, la luna bassa crea contorni inusuali nei campi… mentalmente ringrazio nonna Pina, (si chiama così) , per la lezione di vita che mi ha dato.

Ettore Lusetti  ‘57

La forma

Che aspetto può avere un tumore secondo voi, a chi o che cosa lo assocereste?
Sì lo so, un tumore o neoplasia sono solo delle cellule “diverse” dalle altre e le cellule assomigliano… a cellule per l’appunto.
Conosco, però persone che hanno identificato il male con i pipistrelli, altri con dei demoni, altri ancora con un grosso dispiacere che si materializza.
Io l’ho identificato senza un reale motivo con Moby Dick, proprio la balena bianca, (in realtà un capodoglio) resa celebre dall’omonimo romanzo di Melville.
Penso sia un retaggio della mia, ormai lontana, adolescenza. Ero rimasto molto impressionato dal film trasmesso per televisione allora in bianco e nero, che vedeva Gregory Peck interpretare un ottimo capitano Achab. Ricordo che quando vidi il film mi trovavo al mare per le vacanze estive, per qualche giorno fare il bagno divenne un problema…sto divagando.
Così come Moby Dick appariva dal nulla aggredendo, con ferocia inaudita, chiunque si parassero davanti anche il tumore può apparire improvvisamente nella nostra vita, senza annunciarsi, senza sintomi e per questo molto temuto.
Può essere se vuole talmente spietato da condannarsi alla autodistruzione pur di annientare colui che lo ospita.
Ma non sempre di tumore si muore, certo bisogna essere molto fortunati e se questo accade si possono scoprire risvolti della vita che prima avevamo solo sfiorato senza apprenderne appieno il significato. Solamente due anni fa io stesso non sarei stato capace di scrivere queste cose. Con la malattia ci si può convivere, qualcosa in tutti i casi ti toglie ma comunque qualcosa di dà, bisogna saper cogliere quello che in ogni caso è una lezione di vita.
Vorrei azzardare un’idea, una speranza; e se noi malati oncologici fossimo una specie di avanguardia, i prototipi di un ennesimo mutamento della razza umana? Insomma le future generazioni, grazie anche alla nostra “esperienza”, potrebbero essere in grado di sviluppare delle difese capaci di reagire a questa malattia.
 Se così fosse, forse potremmo accettare diversamente le vittime di questa lotta.
E’ solo una mia idea ma…lasciatemela praticare.

 Ettore Lusetti ‘ 57

P.S.
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APPESO AI FILI

Sono le due di un venerdì notte, non ho sonno. Ho appena terminato di dipingere con gli acrilici. Decido di aprire il computer e di scrivere quello che leggerete di seguito, ricordi di un giorno di due anni fa: Fuori ormai è buio, sono solo nel room, beh non proprio, ma il mio compagno di stanza, un uomo anziano, è come se non ci fosse.
Il “Gran Giorno” tanto temuto e atteso è finito. Se ne sono andati tutti.. Ero lucidissimo, ricordo tutto alla perfezione, il volto finalmente sereno di mia moglie, la soddisfazione di mio suocero, mio fratello anche lui contento.
Mi guardo intorno fin dove riesco. Vorrei vedere la ferita, la percepisco ma vedo soltanto il trespolo con le flebo appese, i cavi dei sensori per monitorarmi che escono da tutte le parti e i tubi dei drenaggi. E’ buffo, ma non posso fare a meno di pensarmi come ad una marionetta messa in disparte.
Non provo dolore, ne sono stupito. Sento però una forte compressione all’addome e alle pelvi ma mi assicurano che è nella norma. Ancora non lo so, ma i momenti più difficili verranno di lì a pochi giorni, quando proveranno ad alzarmi e dovrò riprendere le funzioni fisiologiche.
Intanto sono come in un limbo, relegato in un letto, incapace di dormire per alcune notti, spiando l’alba dalla finestra. Aspettandola come una liberazione.
Devo distrarmi, pensare a qualcosa che mi faccia stare bene, ed ecco che nelle orecchie come se avessi le cuffie mi arriva un suono, flebile all’inizio, ma poi sale prende vigore; mi rivedo a scuola di ballo, terminata pochi giorni addietro e ormai lontanissima….!
Mentalmente comincio a ripassare le figure del corso, temo di dimenticarle altrimenti,  tieni il tempo, non accelerare, le mani com’è che vanno?! … Daccapo, ancora ..vai.
Poi la mente vaga, penso a cosa farò non appena sarò a casa, quante idee, quanti desideri.
Sono esausto, ma non riesco a dormire, nella penombra della stanza lo sguardo mi cade sul monitor al quale sono collegato, già collegato come una lavatrice o un frigorifero. Sorrido.
Lo fisso meglio… la differenza tra essere vivo oppure no è tutta in quei diagrammi colorati. Ecco la “vita”,  o meglio eccone il sunto.
Qualcosa di caldo mi riga il volto… sto piangendo…di gioia.

Ettore Lusetti  ‘57