PROBLEMA POVERTÀ

bene

Gentile direttore, molte teorie della povertà si basano su un assioma fondamentale, una sorta di pietra angolare del suo solido edificio: la povertà è l’impossibilità che ha una persona di poter svolgere la vita che amerebbe vivere. Il primo e radicale problema di chi legifera e di chi scrive occupandosi appunto di povertà, è la incompetenza in quanto non essendo poveri non si possiede quella conoscenza specifica che ha soltanto chi è dentro una condizione di povertà. A questa per poterla capire e operare, non basta il buon senso che spesso produce danni. Si deve lavorare (molto) facendo di tutto per acquisire, con lo studio e la frequentazione delle persone che si vorrebbero aiutare, le competenze che non si hanno ma che si devono avere. Pensare, infatti, che le persone abbiano bisogni ordinari dove alla base ci siano i bisogni fisiologici (fame, sete, caldo, freddo…) e che una volta siano soddisfatti questi, si possa permettere il lusso di passare ai bisogni di ordine superiore (sicurezza e protezione), poi a quelli di appartenenza quindi ai bisogni di stima, è una teoria astratta per essere vera. Come se le persone non morissero per mancanza di stima e di senso, o se l’attesa di un nipote che viene a visitarci ogni sera in ospedale ci nutrisse meno della minestrina. Questa antica teoria (del 1955) ha subìto molte critiche, sviluppi, rettifiche ma l’idea che ci siano bisogni primari ed essenziali legati al corpo, al coprirsi, al tetto, e solo dopo tutti gli altri più “alti”, è ancora molto radicata nelle politiche pubbliche e nella cultura media della popolazione. La troviamo, implicita nel reddito di cittadinanza di questi giorni in Italia (e non solo). L’assenza di beni capitali come istruzione, famiglia, comunità, talenti lavorativi, reti sociali, richiederebbe, per  essere curata, interventi strutturali nel tempo, una volontà politica e un coinvolgimento serio della società civile. Se quindi i cittadini non useranno il reddito che giungerà dal Governo per rafforzare o creare alcuni di questi capitali, quei soldi non diminuiranno la povertà, perché le persone povere resteranno povere con un po’ di consumi in più. E il primo bene capitale da cui una persona può ricominciare si chiama ancora con un antico, bellissimo, nome: lavoro. Se questi 780 euro al (massimo) non diventeranno anche una maggior libertà di comprare libri, giornali, di fare festa, un viaggio, una cena esagerata con amici, un giocattolo bello per in bambino, per dire che stiamo cambiando vita e che abbiamo ricominciato a sperare…, quei redditi non ridurranno nessuna povertà, o ne ridurranno gli aspetti meno importanti. Se è vero che la povertà è mancanza di libertà, allora non offendiamola con liste di beni primari “scritte a tavolino”. Il primo “reddito” di cui molti poveri del nostro Paese hanno bisogno è un segnale di fiducia. Di sentirsi dire che sono poveri ma prima sono persone adulte, e possono decidere, anche loro, se è più primario un vestito o un regalo per chi amano.

Cordialmente
Paolo Pagliani

Baby-Shop 

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