Dalle vette Himalayane… all’Africa equatoriale !

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Le missioni di volontariato di un medico novellarese – di Santa Maria. Intervista al dr. Guido Corradi, stimato professionista novellarese, nato e cresciuto a Santa Maria, il nostro piccolo paese di cui ha sempre vantato con orgoglio le origini e in cui tutt’ora vive.

D: Cosa significa, per Te, fare il medico volontario?
R: Come per tutti i volontari (così numerosi, fortunatamente, nella nostra terra) significa mettere a disposizione il proprio tempo libero – per me il periodo delle vacanze estive e spesso anche quelle di Natale – e partire per l’Africa o per l’India pagando di tasca propria il biglietto aereo e le spese logistiche e portando con sé medicine e materiale sanitario.
Lo si può fare singolarmente, privatamente – come io ho fatto in Africa dal 1998 ad oggi, raggiungendo la destinazione finale – una Missione Cattolica in Ghana, il “Comboni Hospital” di Sogakope – oppure come inviato, rappresentante di un’Organizzazione umanitaria, quale Fondazione ANDI Onlus, l’Associazione dei Dentisti Italiaani, come ho fatto a partire dal 2011, in qualità di “Responsabile del PROGETTO LADAKH – PICCOLO TIBET”.

D: Di che progetto si tratta?
R: Innanzi tutto è necessario fare una premessa. Non tutti sanno che ancora oggi, il 70% della popolazione mondiale NON riesce ad accedere ad alcun servizio odontoiatrico! E che addirittura il 90 % della popolazione rurale dell’Africa NON riesce ad essere sottoposta alla terapia della carie! In alcune regioni africane vi è 1 dentista stabile ogni 2 milioni di abitanti!! Gran parte delle cure odontoiatriche effettuate in questi paesi, sono rese possibili solo grazie all’opera di “dentisti volontari” – italiani in modo particolare – presso strutture missionarie cattoliche o di volontariato umanitario. E’ quindi molto importante quello che fanno i dentisti, singolarmente o attraverso le loro associazioni – come FONDAZIONE ANDI ONLUS – e io ho sempre sperato che questo possa contribuire a cambiare, migliorandola, quell’immagine negativa e non più attuale che la gente ha avuto in passato della categoria dei dentisti.
Il PROGETTO LADAKH – PICCOLO TIBET si propone quindi di portare la prevenzione e la terapia delle malattie della bocca in una valle sperduta di questa regione Himalayana, a quasi 4.000 metri di altitudine, completamente priva di assistenza odontoiatrica di base e in cui ancor oggi le estrazioni dentarie vengono eseguite – senza anestesia (!!) – da un monaco del monastero di Rangdum o dalla ex regina dello Zanskar, che io e il collega Stefano Dallari di Votigno di Canossa – da cui è partita l’idea di questo progetto – abbiamo conosciuto e utilizzato come “assistenti” durante la nostra prima missione, nell’ormai lontano 2011.
Il mio compito, come responsabile del progetto, è stato duplice: da un lato quello di realizzare un ambulatorio odontoiatrico dotato di due poltrone da dentista e una sala sterilizzazione all’interno di un piccolo ospedale (un poliambulatorio) voluto direttamente dal XIV° Dalai Lama in persona, a Padum, un piccolo villaggio posto al centro della ZANSKAR VALLEY, una vallata di 20.000 abitanti a cui Lui è particolarmente affezionato; e dall’altro quello di organizzare le visite preventive e le istruzioni di igiene orale agli studenti delle scuole di tutti i villaggi e dei monasteri della valle (che non hanno mai visto un dentista), grazie al lavoro dei dentisti volontari italiani che porto direttamente con me e con i quali, di anno in anno, organizzo almeno tre missioni nel periodo estivo, quello secco, il solo in cui è possibile raggiungere la regione.

D: Ma il LADAKH, dove si trova esattamente?
R: Situato nell’estremo Nord dell’India, incuneato fra il Pakistan e la Cina (Tibet), racchiuso fra le immense catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya, il LADAKH, che per secoli è stato uno stato autonomo governato da una monarchia dinastica, oggi è semplicemente una regione dello stato del KASMIR e i suoi 230.000 abitanti, sono per la maggior parte di religione buddista. Lo stato del Kasmir, invece, è totalmente di fede musulmana.
Questa regione, un “deserto in alta quota” interrotto qui e là da piccole oasi di verde irrigate da ruscelli alimentati dai vicini ghiacciai perenni, isolata per lunghi mesi dell’anno a causa del freddo, è un vero paradiso per gli amanti del trekking ed è una meta scelta dai turisti di ogni parte del mondo per la bellezza dei suoi passaggi, il fascino dei monasteri buddisti e la sorridente gentilezza della sua gente. E’ considerato una delle regioni più pacifiche al mondo!
Il Ladakh è conosciuto anche come “PICCOLO TIBET“ per la somiglianza con la regione tibetana con cui confina, con una differenza che lo rende unico: mentre il Tibet (Tetto del Mondo) ha subito l’infinita e dolorosa devastazione dell’invasione cinese, a partire dagli anni ’50, il Ladakh, incontaminato e intatto, è un esempio di armonia e fratellanza fra i popoli.
Terra pacifica da sempre, nonostante la massiccia immigrazione musulmana degli ultimi anni, provocata dalla guerra civile nel vicino Kashmir, in Ladakh questa convivenza pacifica continua anche oggi, insegnando al mondo intero che la fratellanza fra i popoli e le religioni è ancora possibile.
Il “Progetto Ladakh” nasce con questo ideale e vuole aiutare concretamente il popolo ladako creando un nuovo presidio dentistico nella remota regione dello Zanskar, priva di assistenza sanitaria, lì, dove il tasso di denti cariati nei bambini è del 95% e la capitale Leh, con il suo ospedale, è lontana almeno tre giorni di viaggio.

D: Ci sono state difficoltà nella realizzazione del progetto?
R: Sì e non poche. Innanzi tutto quelle “ambientali”.
Non va dimenticato che mentre raggiungere LEH, la capitale, è relativamente facile, si arriva in aereo, bisogna poi restare fermi tre giorni nei dintorni per “acclimatarsi”, cioè per abituare il nostro corpo all’altezza di 3.800 mt e a superare, nei giorni successivi, passi carrozzabili che arrivano a 4.500/5.000 metri e, nel caso del Khardungla Pass, il passo stradale più alto al mondo, i 5.650 mt di altitudine! In queste condizioni qualsiasi movimento rapido o anche il solo camminare ti costringe a fermarti, ansimando, per la carenza di ossigeno. Di notte è poi facile svegliarsi in preda alla dispnea e al mal di testa.
Poi le strade. Non tutte sono asfaltate; per raggiungere la Zanskar Valley servono due/tre giorni di jeep su strade sterrate , strette e polverose, non protette da guard-rail e con strapiombi spaventosi che, ad ogni incrocio con altre auto o camion, ti costringono a chiudere gli occhi dallo spavento e a innalzare una preghiera a Dio: le ruote sul ciglio stradale sono a 5/10 cm dal baratro!!
Se poi arriva un temporale e piove .. le montagne sassose franano con estrema facilità. E basta una frana per interrompere la strada e costringerti ad attese di 2/3 giorni .. con tanti saluti ai tuoi programmi di viaggio o al volo aereo che doveva riportarti a casa.
Poi ci sono le difficoltà “tecniche” nella realizzazione dei due studi dentistici in una valle in cui NON esiste un solo negozio di materiale edile o idraulico: nessun tubo o connessione a “T” o a “C”! Tutto deve arrivare dalla capitale. Se c’è.  Purtroppo, poi, a fine luglio, a SRINAGAR, la capitale dello stato – il KASMIR – sono scoppiati gravi tumulti fra esercito indiano e integralisti musulmani che vogliono annettersi con il vicino Pakistan. Risultato: 20 morti e centinaia di feriti. Imposto il coprifuoco totale sulla città, che è tutt’ora isolata anche con il telefono e internet. Nessuna possibilità, per me, di comunicare con il deposito di materiale dentale da cui avevo acquistato poltrone dentali, macchine per la sterilizzazione e tutto il materiale necessario ad aprire uno studio dentistico.
Situazione terribile: sarebbe arrivato questo indispensabile materiale nel lontano Zanskar, nel mio piccolo ospedale di Padum? Questa domanda ha tormentato a lungo le mie notti fino a quando ho visto arrivare il camion! Era partito di notte da Srinagar, violando il coprifuoco e impiegando tre giorni di viaggio su strade secondarie per raggiungere lo Zanskar. Il peggio era scongiurato!
Per fortuna avevo avuto l’idea di portare con me, dall’Italia, un tecnico del settore odontoiatrico, il bravissimo Renato Pantano di Brescia – con cui avevo già lavorato in Africa – che ha portato con sé tutto quello che poteva portare… e tanta esperienza e capacità. Spesso eravamo in 10 persone a lavorare in due stanze ( i mobili sono stati realizzati sul posto dai falegnami indiani che hanno seguito alla lettera i disegni fatti a mano libera dai due dentisti volontari che mi avevano preceduto: Barbara Duprè di Venezia e Enrico Carlino di Verona, il cui lavoro preparatorio è risultato indispensabile) e si parlavano almeno 4 lingue diverse ! Ed io dovevo dirigere e coordinare il tutto. E prendere, all’istante, tutte le decisioni del momento.
Un ringraziamento particolare va all’amico Paolo Zarantonello di Novellara che, cinque giorni prima di partire, mi ha mostrato una pompa autoclave così piccola che la potevo portare con me in valigia (6 kg!) e anche una matassa leggerissima di tubi in plastica con i quali abbiamo poi costruito l’impianto dell’aria compressa. Un aiuto determinante: grazie!
Insieme abbiamo superato tutte le difficoltà e, lavorando una settimana dal mattino alla sera tardi, siamo riusciti a completare i due studi dentistici, tra lo stupore e la soddisfazione dei monaci buddisti.  Alla fine ce l’abbiamo fatta: i due studi dentistici sono finiti e sono bellissimi! Ho fatto mettere anche le tende alle finestre e appendere un immagine del Dalai Lama in zona reception. I monaci erano soddisfatti e ai miei piedi!
Dopo una semplice cerimonia inaugurale eseguita dai due monaci del piccolo ospedale, i due dentisti volontari venuti con me – Omar Aberrà e Amedeo Acquaviva di Perugia, hanno iniziato subito a lavorare eseguendo le terapie dentali (gratuite) sui giovani studenti della scuola musulmana di Padum, che avevano già visitato nei giorni precedenti. Fantastico!

D: Ci sono stati anche momenti belli e ricordi positivi ?
R: Assolutamente sì e sicuramente superano quelli negativi.
Innanzi tutto la bellezza e la maestosità del paesaggio del Ladakh. I suoi monti privi di alberi, di aspetto lunare, che si accendono di colori al tramonto e le sue valli verdi a tratti, ricche di fiori e di mandrie di cavalli liberi al pascolo, di mucche dal manto lunghissimo, di grasse marmotte e di pecore dal vello pregiato. E le altissime vette innevate che si stagliano contro un cielo di un blu così intenso da sembrare ritoccato con photo-shop; i ghiacciai che scorrono più in basso rispetto alla strada e da cui nascono migliaia di ruscelli che corrono a valle, formando fiumi sempre più impetuosi e maestosi – e sacri, come il Gange o l’Indo. E’ qui che nascono i grandi fiumi sacri dell’India … fino a quando i ghiacciai finiranno, consumati dal caldo che avanza. Un grande problema!
E i suoi monasteri, detti “Gompa”, posizionati sulla cima dei colli più belli o inerpicati sui fianchi dei monti come pecore al pascolo. E i mantra dei suoi monaci, ritmati dal battere dei tamburi durante la “puja” (preghiera) del mattino, annunciata dal suono greve e profondo di una tromba che si espande nella valle.
Basterebbe questo a fare del Ladakh un paese meraviglioso. Ma c’è di più!
C’è la sua gente che – prima che il turismo di massa spazzi via ogni cosa – vive ancora in villaggi sperduti, coltivando un piccolo pezzo di terra strappata al deserto e portando al pascolo una mucca e poche capre. Solo nei tre mesi estivi. Poi, per sei mesi, durante il rigido inverno himalayano, si chiude in casa assieme agli animali. E tutto si ferma, nel silenzio totale.
E’ un popolo mite e gentile, il popolo ladako. E poverissimo. Ma è ricco di una saggezza infinita e di una fede profonda, alta quanto i monti che circondano le sue valli. Camminano roteando al cielo la “ruota della preghiera”, stretta in una mano; nell’altra un rosario di legno scandisce il tempo e il ritmo. Se li fermi, ti rispondono gentilmente … con un sorriso: “JULLAY !” (Grazie!)
Non si arrabbiano mai e non alzano mai la voce.
Quando il Dalai Lama viene a fare loro visita, ogni 4 anni, vestono gli abiti più belli e colorati che hanno, i copricapo più preziosi ornati di lapislazzuli e attendono pazientemente, per ore e ore, sotto il sole, che Sua Santità passi e li benedica.
E quando tu, attraversando quei villaggi, incontri un gruppo famigliare che, in cerchio, su un prato, sta mangiando o semplicemente sta prendendo il thè .. e ti fermi per scattare una foto, ti invitano a sederti accanto a loro e ti offrono il thè, magari insaporito con il burro di yak. Gesti semplici, poveri, a cui non servono le parole, ma che ti riempiono il cuore di gioia.

D: C’è un’immagine particolare, che vorresti ricordare di questa missione?
R: Dei tanti monasteri che ho visitato in Ladakh, tutti bellissimi, uno diverso dall’altro, ne porto uno in particolare nel cuore. E’ il più piccolo, povero e scalcinato di tutti: il monastero di Rangdum, situato sulla cima di una collina nella omonima valle, a 4.250 mt, una delle valli più belle che io abbia mai visto, circondata da monti dai colori stupendi e con un prato tappezzato da migliaia di stelle alpine.
Vi vive un gruppo di monaci altrettanto poveri e “sgarrupati”, il cui priore si chiama TUNDUP. E’ un uomo semplice e buono. L’ho conosciuto nel 2011 a Dharamsala, dove il Dalai Lama vive in esilio, durante un corso di formazione per giovani dentisti tibetani neolaureati, che io ho tenuto per loro. Lui non è medico, ma fa il dentista per necessità: toglie i denti senza anestesia alla sua gente , come la Regina dello Zanskar.
Tutti gli anni mi fermo al monastero di Rangdum, sulla strada per lo Zanskar, per salutarlo. Siamo così diventati amici. Un anno fa, ad agosto, l’ho rivisto. Era molto dimagrito e sofferente; era sicuramente molto ammalato, ma non si poteva sapere dove e ho pensato che forse era quella l’ultima volta che lo vedevo.
Ma ad ottobre, pochi mesi dopo, ho ricevuto un suo SMS. Aveva scoperto di essere affetto da “diabete grave”. Doveva misurarsi la glicemia più volte al giorno per poter dosare l’insulina … ma non aveva i soldi per acquistare l’apparecchio che fa i test. Mi chiedeva aiuto per evitare la morte!
Con grande difficoltà, sono riuscito a fare in modo che gli arrivasse il tester con le apposite strisce della glicemia, in tempi brevi. Attendere l’estate, poteva significare la morte per lui, in quel luogo lontano da tutti e da tutto.
L’ho rivisto, finalmente, quest’anno. Stava molto meglio. Determina la sua glicemia più volte al giorno e cucina i pasti per conto proprio, separato dagli altri monaci, in una cucina di 1,5 metri quadri.
Era il giorno del mio compleanno. Tundup ha cucinato per me, in una pentola (a pressione, data l’altitudine) della pasta asciutta (in brodo): penne alle verdure, nella sua cucina .. tra ragni giganti, ragnatele stagionate e polvere secolare.
Ma era un grande onore per me, un segno della sua gratitudine.
Al mattino all’alba, prima che io partissi, ho visto il monaco Tundup uscire dal monastero e scendere dalla sommità della collina, fra le rocce. Aveva fra le mani qualcosa, avvolto in un telo bianco. Quando mi ha raggiunto, mi ha abbracciato e mi ha consegnato il pacco. Era il suo regalo per me: “il suo reliquiario buddista da viaggio”, da appendere alla cintura, di cui si privava per farmene dono. E’ un’immagine che mi porterò per sempre nel cuore !
Io vado in Ladakh dal 2011 … ma ero e resto ancora cattolico. Nessun dubbio.
Eppure quel reliquiario mi è molto caro e prezioso, come se fosse il reliquiario di Madre Teresa di Calcutta, che domani (04 settembre 2016) verrà proclamata Santa da Papa Francesco.

D: E della seconda parte della missione, dell’Africa, raggiunta direttamente, via Dubai, subito dopo il Ladakh ? Di Patrick , dei bambini dell’orfanatrofio Providence Home e di Debora, la bimba cieca che hai fatto operare agli occhi, quando ci racconterai??
R: Se vorrete, ne parleremo una prossima volta … come al solito,mi sono fatto prendere dalla voglia di raccontare! Grazie dello spazio che mi avete concesso.

Lucio Reggiani

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