UNA GRANDE FUGA RISCHIOSA

Gentile direttore, il mondo ci offre grandi occasioni ed è giusto che i nostri figli le sfruttino; che vadano pure all’estero a cercar fortuna, a creare, produrre e innovare. E’ la natura umana: esplorare ed essere curiosi. Tra l’altro, i 100 mila li abbiamo sostituiti con 245 mila stranieri, a cui aggiungere 30 mila italiani rientrati. Il saldo è positivo. Eppure il dato dell’Istat ha suscitato clamore e avrà strascichi politici che, come al solito, si risolveranno in nessuna reazione concreta. Ci dovremmo invece preoccupare per due ragioni. La prima è che il numero di chi esce si è alzato mentre il numero di chi entra è andato progressivamente riducendosi. Il Paese è meno attrattivo. Così come non arrivano gli investitori, arrivano meno lavoratori stranieri. La seconda ragione è molto più preoccupante ed è strettamente connessa alla prima. Perché quelli che se ne vanno sembrano essere i cosiddetti Cervelli in Fuga, giovani molto qualificati che in Italia non vogliono più stare perché frustrati da un sistema che premia le relazioni familiari, corporative, invece di esaltare la competitività e l’intraprendenza, cioè il merito. Le istituzioni, così come molte Università e imprese del settore privato, non riconoscono le competenze dei nostri giovani favorendo la mediocrità. E così scappano dalla burocrazia e da quella cultura genuflessa sul passato che ha rinnegato qualsiasi visione sul futuro. E’ un atteggiamento che purtroppo sta attecchendo in molte parti d’Europa spingendo ragazzi verso gli USA e sempre più verso l’Asia dove, invece, si costruisce il domani. Ne consegue, altro problema, che quelli che corrono da noi, eccezioni a parte, sono individui poco qualificati che trovano nel nostro Paese una speranza ma non un’opportunità.
Il saldo quantitativo di questo processo migratorio è positivo ma quello qualitativo è purtroppo desolatamente negativo. Perdiamo valore, perdiamo energia, perdiamo il futuro. I “talenti” sono una risorsa soprattutto nel contesto socio economico attuale dove la competitività si guadagna con le conoscenze e la capacità di fare innovazione; sono il motore del cambiamento. Se ne sono accorti i Paesi asiatici, anglosassoni, americani in cui non si vuole solo attrarre ma si vuole seminare spedendo i loro figli intorno al globo a contribuire e imparare. Per noi questo saldo negativo ci deve allarmare perché ovunque si punta tutto sulle competenze globali e dell’evoluzione tecnologica. Basta proclami, servono le riforme, certo, ma serve soprattutto una visione, l’idea di futuro che da troppo tempo ci manca.
Cordialità
Paolo Pagliani

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