VERSO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE

Il 2016 è l’anno del 70° anniversario della Repubblica, decisa dai cittadini italiani con il referendum del 2 giugno 1946.
Come stabilisce l’art.139 della Costituzione “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Da questa data, il 1946, e da questo articolo della Costituzione appare evidente come la scelta repubblicana sia un ponte, un collegamento fortissimo tra la Resistenza, la Liberazione e la Costituzione.
Una Costituzione che mantiene la sua validità nei principi fondamentali e in tutta la prima parte sui diritti e doveri dei cittadini.
Da tempo si discute invece sull’Ordinamento della Repubblica. Modifiche sono state fatte. Molte sono state proposte senza arrivare a conclusione.
In questa legislatura il Parlamento ha approvato, secondo le procedure previste dall’art.138 della Costituzione, una modifica, una revisione della seconda parte della Costituzione, quella sull’Ordinamento della Repubblica. Una revisione molto complessa relativa al superamento del bicameralismo paritario, dove si colloca la riforma del Senato, a modifiche del Titolo V della Costituzione, relativo a Regioni ed Enti Locali, nonché al superamento delle Province in Costituzione e alla soppressione del CNEL.
In questo mese si è concluso l’iter parlamentare, con l’ultimo voto della Camera dei Deputati. Ora si apre la fase relativa alla richiesta di referendum confermativo. E’ altamente probabile, per non dire certo, che questa richiesta si determini e si vada al referendum in ottobre.
Sarà un confronto in cui occorrerà portare avanti una capillare campagna di informazione sul merito.
Ricordo che questa riforma è patrimonio di tutto il PD, oltre che delle altre forze che l’hanno votata. Si è discusso nel PD, anche aspramente. Nel passaggio al Senato dell’autunno scorso si è trovato l’accordo sui punti più controversi.
Non voglio entrare qui nel merito dei contenuti della riforma costituzionale. Lo farò in prossime occasioni. Mi concentro su altri aspetti, che sono delle pre-condizioni, su cui ho visto che ci si sta soffermando nel dibattito – già avviato – sulla riforma. In particolare si è posto il problema se questo Parlamento è legittimato ad approvare una riforma costituzionale e se la procedura utilizzata è una procedura corretta.
Chi mette in discussione la legittimità del Parlamento ad approvare una riforma costituzionale si basa sul fatto che è un Parlamento eletto con elezioni avvenute con una legge elettorale dichiarata successivamente incostituzionale dalla Corte Costituzionale.
Sottolineo che la legittimità di questo Parlamento ad approvare qualsiasi legge o atto di sua competenza è affermata nella stessa sentenza dalla Corte Costituzionale che ha dichiarato l’incostituzionalità del porcellum. Si fosse in una condizione di illegittimità il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto sciogliere le Camere.
Si può parlare eventualmente di opportunità. A mio avviso l’opportunità si basa su due elementi:

  • l’impegno assunto da gran parte del Parlamento al momento della seconda elezione di Giorgio Napolitano, da lui stesso ribadito nel discorso di insediamento, per operare, oltre che al fine di superare la crisi economica, per approvare le riforme istituzionali di cui da tempo si parlava;
  • il fatto che la parola finale non è del Parlamento, ma dei cittadini con il referendum confermativo; un referendum che non ha quorum e quindi saranno i cittadini che andranno a votare a decidere se cambiare o meno la Costituzione nel modo approvato dal Parlamento.

La procedura seguita è la più corretta possibile.
Premetto che ho sempre sentito, da chi dissentiva sui contenuti, sollevare problemi procedurali.
Vi sono stati tentativi di riforma non seguendo le procedure dell’art. 138. Ad esempio la Bicamerale di D’Alema o il Comitato proposto dal Governo Letta. In entrambi i casi con legge costituzionale si modificava il percorso previsto dall’art.138. Per non sottoporre anche tale legge a referendum occorreva una maggioranza di 2/3 dei componenti di ciascuna camera.
Nel caso della Bicamerale di D’Alema tale maggioranza si raggiunse, la Bicamerale si fece e arrivò ad approvare una proposta completa. Poi Berlusconi fece saltare tutto in Aula, perché non si interveniva sul tema giustizia come voleva lui.
Nel caso del Comitato proposto dal Governo Letta, in cui si prevedeva che comunque il “prodotto finale” del Parlamento venisse sottoposto a referendum anche se approvato con la maggioranza dei 2/3, non si arrivò a concludere il percorso della legge costituzionale perché Berlusconi uscì dalla maggioranza, che così non aveva più i 2/3, perché era stato dichiarato decaduto da senatore in base alla legge Severino.
La riforma costituzionale di cui parliamo ora si fa (si è fatta) con la procedura dell’art.138, ma per alcuni non è ugualmente corretta, perché la proposta iniziale è del Governo e non è nata in sede parlamentare (un motivo, volendo, si trova sempre).
Io contesto tale tesi sia sul piano della forma che su quello della sostanza.
Lo contesto sul piano della forma, perché alla Camera, su questa materia, oltre alla proposta del Governo, ve ne erano due di iniziativa popolare, una de Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna e ben 52 di deputati. Immagino che una situazione simile vi sia stata anche al Senato. Quindi il tema andava affrontato.
E’ vero che in Commissione si è deciso di assumere come testo base quello del Governo, ma quella proposta è stata ampiamente cambiata nell’iter parlamentare. Per questo ritengo corretto il percorso sul piano della sostanza.
Aggiungo un’altra osservazione. Ho citato due casi in cui Berlusconi diede il via ad iniziare un percorso e poi lo fece fallire. Abbiamo avuto anche un terzo caso. Durante il Governo Monti, in sede parlamentare si affrontò il tema. Al Senato si approvò in Commissione una proposta – molto minima per la verità – sulla base di un accordo tra il PD (Segretario Bersani) e P.d.L. (Presidente Berlusconi). Poi in Aula saltò tutto, perché Berlusconi sollevò il tema del presidenzialismo.
Anche questa volta ci ha provato. Si è partiti insieme, poi, dopo l’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica, ha cercato di fermare il treno. Potevamo non lasciarglielo fare avendo i numeri (a differenza delle altre tre volte) e non glielo abbiamo lasciato fare. Non gli abbiamo dato una sorta di diritto perenne di veto. Abbiamo sbagliato? Non penso. Questo Paese non va avanti a forza di no, occorre anche decidere e fare qualcosa (possibilmente di sinistra e questa lo è).

Maino Marchi

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