Novellara, una mappa ai tempi del colera

Mappa-Portico

Per i curiosi della storia urbanistica di Novellara, oggi c’è un documento in più: la planimetria del centro storico del 1846. Rimasta per oltre 150 nascosta nei ripostigli della Rocca, e successivamente conservata presso l’Archivio storico, la mappa ha ritrovato la luce grazie al restauro conservativo voluto dal Comune e presentato al pubblico lo scorso 10 maggio.
È una mappa che, pur mostrando una realtà in gran parte nota, ha il merito di stimolare la riflessione sulle trasformazioni avvenute nel corso dei secoli. Offre agli osservatori una visione intermedia tra com’era il paese cinque secoli fa e com’è oggi.
Confrontata col passato, si nota che l’impianto urbanistico dei Gonzaga è rimasto pressoché intatto, mentre alcuni edifici riportano i colpi inferti dai primi “rottamatori” del patrimonio architettonico.
Un largo spiazzo sostituisce la Chiesa del Carmine, fatta demolire nel 1774 dal Sinigaglia per far transitare i carri che portavano le granaglie nell’attiguo Convento dei Carmelitani trasformato in magazzino; anche il lato di ponente del Convento risulta demolito per consentire, successivamente, la costruzione della residenza del Dr.Chiavelli.
Nel confronto con l’attuale centro urbano, la planimetria mostra l’esistenza del lato di levante del Convento dei Carmelitani, demolito nella seconda metà dell’Ottocento, per far spazio alla strada che porta al nuovo cimitero. Poco più a nord, si vede il Convento delle Carmelitane di Santa Teresa, da poco mutilato del lato rivolto a mezzogiorno.
Andando dritto verso ponente, fino al Convento dei Gesuiti, l’edificio appare com’è oggi, troncato alla sua estremità dalla demolita (nel 1808) Chiesa del Gesù.
La contrada di Santa Lucia si mostra già aperta verso Reatino, senza più gli edifici che alla fine del portico la chiudevano, fatti demolire dopo l’alluvione del 1833. Sul lato superiore della mappa, rimasta parzialmente distrutta, con un po’ d’immaginazione si può notare la Chiesa e il Convento dei Servi di Maria separati da uno spazio vuoto per l’avvenuta demolizione del porticato che li univa.
La Rocca conserva il vecchio Teatro, assai più stretto dell’attuale, fatto costruire da Camillo III Gonzaga e demolito nel 1861. Sulla contrada delle scuderie è ancora integro l’omonimo edificio e la Rocchetta, entrambe fatte demolire da Scipione Bernard pochi anni dopo. Spostando lo sguardo sulla Piazza maggiore, si vede il Portico del Telonio, demolito nel 1910 per far posto al palazzo della locale Cassa di Risparmio. Sulla contrada dei Cappuccini sono ben visibili l’omonimo Convento e la Chiesa di S. Anna, rimasti intatti grazie al mecenatismo della famiglia Taschini che li donò alla comunità col vincolo, non rispettato (nel 1965), dell’eterna conservazione.
Per chi ha interesse alla mappa del potere e delle proprietà, un binomio inscindibile a quei tempi, in archivio sono custoditi gli allegati alla planimetria, con utili informazioni: scoprirà che il Dr. Luigi Chiavelli possedeva la metà degli edifici del Portico Superiore, che il conte Giovanni Zuccardi Grisanti possedeva gli edifici di Via del Popolo, tra il Portico Inferiore e il Portico Lungo; che Scipione Bernard possedeva gran parte della Contrada delle Scuderie; che Giuseppe Fabbrici possedeva gran parte degli edifici della Contrada delle Beccherie, angolo Portico Inferiore, ecc, ecc.
Tra gli allegati, c’è anche la planimetria del Ghetto, con indicate le residenze delle famiglie al tempo in cui la comunità ebraica ancora esisteva.
Lo mappa fu commissionata dal podestà Conte Zuccardi Grisanti il 23 aprile 1839 all’Ing. Lampridio Giovanardi di Fabbrico allo scopo di dotare la Municipalità di un piano regolatore degli scoli idrici, dei canali, della rete fognaria; uno strumento divenuto necessario dopo l’alluvione del 1833 e ancor più, dopo l’epidemia di colera del 1835 la cui diffusione era in parte attribuita al ristagno degli scoli.
In una relazione della commissione sanitaria dell’epoca si legge: “all’ingresso del portone dell’ex convento dei Gesuiti, trovasi una massa di concime che tramanda fetido odore, oltre ad un cumulo di immondizie nel secondo cortile. Diverse masse di concime sono accumulate nei fondi pubblici; nella contrada di S. Lucia sotto le finestre di Incerti Vincenzo e di Pietro Grossi, c’è una massa di concime che emana un fetido odore [….] nel portico lungo, la stalla di Giuseppe Panisi non ha lo scolo dei liquami; la stalla dei F.lli Bellentani in S. Lucia manca del condotto per le colatizie; nella contrada dei cento usci c’è una porcilaia con gli scarichi otturati dall’immondizia […..] nei pressi degli orinatoi e lungo le vie, i residenti si fanno lecito di gettare dalle finestre le urine della notte[….] Elia Sacerdoti, ha nel ghetto, un laboratorio di bollitura e tintoria dei tessuti, e scarica i liquami nello scolo che passa sotto il fabbricato delle suore Teresiane inquinando le falde acquifere e l’acqua dei pozzi prende un colore violaceo, inservibile agli usi domestici.”
Nelle ville, i maceri della canapa erano visti come un pericolo: “privi di ricambio d’acqua, diventano, specie d’estate, fonte di miasmi maleodoranti e ricettacoli d’insetti e parassiti”. Un’ordinanza del podestà, impose la chiusura di quelli vicini alle case e l’allacciamento ai canali per tutti gli altri, onde consentire il ricambio delle acque. Un macero chiamato Peschirone, esisteva pure in prossimità del centro urbano, tra il Convento dei Gesuiti e la Contrada di Santa Lucia.
Lampridio Giovanardi impiegò sette anni a completare lo studio e la planimetria del centro storico fu l’ultimo elaborato tecnico, realizzato tra il 1846 e il 1847.

Dimmo Olivi

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