Ospitalità bambini Sahrawi

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L’associazione Jaima Sahrawi, in collaborazione con il Comune, è riuscita a promuovere anche a Novellara il progetto di accoglienza “Jaima Tenda”. L’iniziativa, giunta al 15° anno in provincia, è rivolta ad un gruppo di bambini profughi Sahrawi che vivono rifugiati nel sud-ovest dell’Algeria, a causa del conflitto nel Sahara occidentale.
Il progetto, che per Novellara è alla prima esperienza, prevede l’accoglienza per due mesi di bambini Sahrawi in età compresa tra 8 e 12 anni, che ogni anno giungono in Italia per trascorrere un periodo di vacanza. Le prime tre settimane sono ospitati in famiglia per poi proseguire il soggiorno in comunità al mare o in montagna. L’obiettivo del soggiorno è far trascorrere a questi bambini alcune settimane lontano dal caldo torrido del deserto, svolgere gli opportuni screening sanitari offerti dalla Regione Emilia Romagna e fare scambi interculturali attraverso i campi estivi svolti sul territorio.
Si tratta di un’esperienza importante nel campo della solidarietà, che con l’intento di sottrarre i bambini alle difficili condizioni di vita cui sono soggetti, promuove la dovuta attenzione sul dramma che il popolo Sahrawi sta vivendo da oltre 40 anni, esiliato nel deserto dell’Hammada nel sud dell’Algeria in attesa di veder riconosciuto il proprio diritto all’autodeterminazione sancito dall’ Onu. Tutt’ora il popolo Sahrawi vive diviso tra i campi profughi Algerini e i territori del Sahara Occidentale occupato dall’esercito Marocchino. La preoccupante situazione politica di quei territori è già stata segnalata più volte da organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch e Fondazione R. Kennedy.

Il 2 luglio, in perfetto orario, la corriera è arrivata a Novellara, dove le famiglie ospitanti, in trepidante attesa, hanno potuto vedere i loro futuri ospiti, sei bambini di nove anni, provenienti dal deserto Algerino, che dopo due giorni di viaggio, alla presenza anche del Sindaco, sono stati accolti nel cortile della nostra Rocca. Davanti ad una frugale merenda sono iniziate le presentazioni da parte della presidente dell’associazione, ma soprattutto grazie all’intermediazione dell’accompagnatore July, la fondamentale risorsa di questa esperienza, il quale ha con poche ma chiare parole presentato i bimbi alle sei famiglie che hanno voluto aprire la porta della loro casa a questi piccoli ospiti. Bambini che si sono messi in viaggio, lasciando i loro cari, per diventare “Piccoli Ambasciatori di Pace” e portare una reale testimonianza delle loro difficoltà di popolo che vive da rifugiati in campi profughi nel deserto del Sahara.
Zein, Nadia, Hamadi, Chaur, Nayem, Mueilemnin, questi i lori nomi, sono scesi dalla corriera alcuni frastornati o intimoriti altri pieni di curiosità ed accolti dall’emozione di nuovi e provvisori genitori.
L’incontro con questi “Piccoli Ambasciatori di Pace” porta con sé un arricchimento per tutti coloro che ne vengono a contatto; l’interscambio culturale e il patrimonio che trascina con sé non hanno un valore quantificabile, si tratta di un’esperienza molto profonda, intensa e ricca di significati relazionali, sia per chi ospita sia per i bambini che vengono ospitati.
I 18 giorni di permanenza presso la comunità novellarese è trascorsa tra le attività del campo-giochi comunale e la vita presso le famiglie accoglienti, le quali hanno arricchito la permanenza ai sei bimbi anche con incontri tra loro in piccoli incontri conviviali, visite a nostre particolarità territoriali, come gli allevamenti di bovini, di cavalli, la visita al fiume Po, l’esperienza del circo e tante altre piccole opportunità di incontro.
La comunità novellarese ha completato l’accoglienza con l’ospitalità della Casa della Carità nei confronti di July e un coordinamento tra vari soggetti per la fornitura del pasto, del campo-giochi, altre visite mediche ed incontri pubblici.

Elena e Alessandro

Abbiamo aperto la porta di casa ad Hamadi, un bimbo proveniente dal deserto del Sahara Occidentale e subito anche la porta del nostro cuore si è spalancata verso un mondo nuovo.
La difficoltà nel comprendersi realmente non c’è stata. Ci sono stati tanti momenti, gesti, sorrisi, parole variopinte, parole in una lingua inventata, tutta nostra, che ad ascoltarla a volte sorgevano spontanee le risate. C’era tanta voglia di conoscersi e di stare insieme. I miei figli, Diego e Fabio di 7 anni, sono stati i veri accompagnatori in questo viaggio nell’aridità del deserto.
Perché il deserto con Hamadi è arrivato in casa e c’era da attraversarlo….con lui, mano nella mano.
Il deserto era visibile nello sguardo gioioso di Hamadi quando si lasciava cullare tra le bolle di sapone nella vasca da bagno, come un sapiente navigatore dei mari, o quando in piscina, noncurante del pericolo, si immergeva sott’acqua per vedere in profondità cosa c’era, in questo mondo nuovo. E come l’acqua in un recipiente si è adattato ai ritmi della casa e della famiglia, della vita che lo accoglieva, con occhi pieni di curiosità e gioia.
Uno sguardo pieno di dignità, d’intelligenza e di gentilezza d’animo, di sapienza e amore, lo sguardo del popolo del deserto, che lascerà un ricordo indelebile nella nostra vita.

Cecilia e Roberto

Abbiamo accolto Chaur creatura vulnerabile e spaventata, chiusa come un bocciolo di rosa, impenetrabile…ma con tempo e pazienza questo fiore si è schiuso e ci ha permesso di entrare nel suo mondo non invadendolo ma facendolo anche un po’ nostro. Chaur è una bimba dolce, intelligente e giocherellona, ci ha insegnato tanto, vedere la meraviglia nei suoi occhi davanti al rubinetto dell’acqua quando le abbiamo spiegato che: “qua puoi scegliere tra calda e fredda”, o al circo, gli occhi sbarrati e le bocche aperte quasi a volersi riempire di tanta meraviglia e vedere questi bimbi condividere la merenda con i compagni e che se hanno qualcosa prima lo offrono spontaneamente a te…. Tutte le certezze di questo mondo materiale vengono messe in discussione e anche l’ ostacolo della lingua viene superato quando capisci che in fondo quello che conta è parlarsi col cuore.

Nazzarena e Enzo

Nadia è stata la nostra ospite, già all’arrivo si è capito subito qual era il suo carattere, una bimba esuberante, curiosa, desiderosa di sperimentare, al punto che durante i primi giorni era quasi incapace di fermarsi e riflettere, tanto era eccitata di tutte le novità che la stavano investendo. Con il passare del tempo, con la parziale saturazione della sua curiosità, con l’applicazione di semplici regole, con il tentativo di dare spiegazioni, per quanto la comunicazione potesse permettere e con l’aiuto anche del suo educatore July, siamo riusciti a trovare un equilibrio più sereno e produttivo per la nuova famiglia allargata, ma purtroppo i 18 giorni erano finiti.
Il percorso di avvicinamento all’accoglienza, l’accoglienza vera e propria, la necessità di rivedere gli equilibri famigliari, i momenti di piccole tensioni tra Nadia e Linda, la nostra figlia più piccola, la difficoltà della lingua, in quanto i bimbi Sahrawii parlano solo Arabo, la necessità di organizzare intrattenimenti per la nuova ospite e i suoi compagni, sono stati tutti momenti molto impegnativi, che sono stati ripagati dalla conoscenza di nuove persone e dall’instaurarsi di nuove o più profonde relazioni tra tutti quelli che hanno partecipato a questa fase dell’esperienza, compreso i momenti istituzionali, che hanno portato nuove conoscenze sulle problematiche di quelle popolazioni che non hanno le nostre opportunità.
Restano momenti indimenticabili in cui Nadia si è espressa con la semplicità ed ingenuità dei bambini, in modo particolare di quelli che non hanno già provato tutto, come ad esempio il suo “ballo” sotto il primo temporale, l’enorme emozione nel vedere il Fiume Po, che l’ha fatta sedere un attimo, il piacere che provava nel farsi leggere (ovviamente in Italiano) il libro prima di addormentarsi, l’essere riuscita ad imparare ad andare in bicicletta, la curiosità e il piacere di apprezzare cibi nuovi.
E’ ancora davanti ai nostri occhi il suo grande momento di tristezza quando è arrivata l’ora della sua partenza, Nadia anche qui ha dimostrato tutta la sua passionalità, ci siamo calorosamente salutati, ma ha salutato tutti quelli che ha conosciuto e che erano presenti alla sua partenza.
Nadia, ti auguriamo tutto il bene possibile e pensiamo che tu possa avere le capacità per realizzarti un futuro migliore; ovviamente tutto questo lo auguriamo a tutto il popolo Sahrawi e a tutti i popoli oppressi.

Monica e Giovanni

Mueilemnin è arrivata nella nostra casa già con l’intenzione di adattarsi e di vivere il più serenamente possibile quest’esperienza. Al di là della sua bellezza, i suoi occhi trasmettevano una maturità e una consapevolezza difficilmente riscontrabile in una bambina di nove anni.
Ha sempre ricercato l’autonomia, nonostante il suo carattere giocoso e allegro uscisse improvvisamente quando si rapportava con i nostri tre figli, in particolar modo con la piccola, di soli due anni.
La fatica della differenza linguistica e culturale non poteva che essere superata grazie alla sua intelligenza pronta e alla sua personalità forte e decisa.
Averla ospitata ci ha arricchito e, nonostante la fatica dei tanti impegni proposti allo scopo di salvaguardare e migliorare la sua salute, oltre a quelli volti a diffondere giustamente la causa Sahrawi, nel momento della sua partenza, all’interno della nostra famiglia abbiamo sentito il vuoto della sua mancanza. Mancano i suoi sorrisi radiosi, la sua piccola mano calda nella nostra durante le passeggiate, le corse a chi arriva prima sotto i portici, il suo posto a tavola, l’acqua rovesciata sul lavandino e sul pavimento del bagno perché lei la gestiva con difficoltà. Subito dopo la sua partenza, il nostro ordine è tornato prepotente, colmo della sua inutilità.
Sicuramente Mueilemnin ci ha aperto la finestra su un mondo che non conoscevamo. Allungando il nostro orizzonte ci ha reso un po’ meno ignoranti.
Le auguriamo di essere felice e di avere dalla vita le soddisfazioni che merita.
E auguriamo al popolo Sahrawi che l’occidente faccia un passo decisivo in suo favore, liberandosi da una situazione di stallo vergognosa.
Grazie Mueilemnin!

Valentina e Stefano

Che strano che è vedere dormire vicini nostro figlio Elia e Nayem, questo scricciolo impaurito arrivato da un mondo distante appena 2 ore di aereo eppure così lontano da noi.. Che strana che è la vita che ci spiattella davanti in modo così palese che infanzia diversa che vivono questi 2 bimbi..chissà cosa pensa, Nayem, nella sua testa mentre seduto sulla palla da calcio guarda spaesato un ambiente che apparentemente sembra dargli tutto: giochi a volontà, cibo buono, vestiti in abbondanza, cure mediche.

Fino a qualche tempo fa non sapevamo neppure chi o cosa fosse il Sahrawi, ora invece questa ennesima battaglia in giro per il mondo entra in casa nostra con la prepotenza dello sguardo di un bambino: una guerra di diritti negati e di terre contese che, comunque vada, obbliga sempre i piccoli a subire la sete di potere dei grandi. Cerchiamo di approfondire la storia e le condizioni di vita laggiù, a Tindouf, tramite la voce di July, l’accompagnatore dei bimbi, di poche parole ma incredibilmente loquace quando gli si chiedono notizie del campo profughi da dove vengono, segno che non sono qui solo per una vacanza, ma anche per sensibilizzarci a sostenere la loro causa non-violenta, di cui nessuno parla perché non ci sono kamikaze, carri armati o bombe a fare notizia. Il conflitto israelo-palestinese, che riesplode in tutta la sua drammaticità proprio mentre i bimbi sono qui, comincia a dare forma ad alcuni pensieri: quante tristi analogie con il popolo Sahrawi. Dobbiamo batterci perché stavolta la diplomazia non fallisca, si fa ancora in tempo a evitare un conflitto armato di cui Nayem potrebbe diventarne vittima innocente.

I bimbi che vivono una guerra non sono mai solo un numero da telegiornale, hanno sempre un nome, un volto e un sacco di emozioni. Accoglierli è veramente il minimo che possiamo fare.

Angela e Roberto

Al suo arrivo Zein era, fra i sei bimbi arrivati, il più provato dal viaggio e dal distacco dai cari, le nostre emotività, sommate, hanno scatenano una bomba di sensazioni.
Tutto viene messo in discussione, non solo il nostro stile di vita, ma la vita stessa, noi stessi, come persone, come individui, come valori. Ci siamo sentiti catapultati in universo nuovo, di difficile convivenza tra due mondi molto diversi tra loro. Sostanziale è stato il lavoro di July, l’accompagnatore ed educatore Sahrawi. I colloqui con lui hanno, giorno dopo giorno, dato i frutti desiderati e la nuova convivenza è diventata sempre più normale. Dopo questa esperienza il nostro mondo ci sembra onestamente troppo regolamentato, normato e scadenzato da orari e impegni. Vedere Zein che come unica vera regola di bambino ha quella del divertirsi ci fa pensare che stiamo facendo vivere i nostri figli sotto un’insensata campana di vetro. Questi bambini, che vivono in un ambiente difficile come il deserto, ci insegnano che la normalità sono i sorrisi e la spensieratezza di una vita leggera. Vedere Zein e tutti gli altri che appena si ritrovano diventano un unico mondo di risate, giochi e schiamazzi ci fa capire quanto abbiamo da riscoprire.
Ciò che ci ha spinti ad ospitare un bambino Sahrawi è stato il desiderio di dare un piccolo contributo in questo mondo di guerre e sofferenza. Spero che il nostro minuscolo sforzo abbia raggiunto almeno una parte dello scopo e che sia rimasto qualcosa di positivo anche nel cuore di Zein. Grazie Zein.

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