TRA EUROPA, ITALIA ED EMILIA ROMAGNA

cambio-vitaDopo le elezioni europee ed amministrative l’azione di governo e parlamentare si sviluppa su vari campi: l’Europa, le riforme costituzionali, le riforme di settore, gli interventi in campo economico.
E’ iniziato il semestre a guida italiana dell’Unione Europea. Sarà un semestre contraddistinto dal tentativo di avviare il cambiamento delle politiche europee, di superare l’austerità puntando alla crescita ed al lavoro. PSE e Governo italiano hanno condotto la trattativa sulle cariche collegandola a quella sulle politiche. E’ indubbio che è una partita che si gioca ogni giorno. A partire dal dibattito non peregrino sulla necessità di cambiare le regole per poter avere crescita oppure di poter conseguire quel risultato utilizzando il massimo di flessibilità all’interno delle regole esistenti. L’Italia e il PSE hanno considerato realistico solo il secondo obiettivo, ma anch’esso sconta continuamente letture da autorità tedesche tendenti ad affermare che non vi è niente di nuovo. E’ una battaglia vera, in cui è in gioco la possibilità per l’Europa di avere un futuro come unione nella prospettiva degli Stati Uniti d’Europa.
Il 14 luglio approderà in Aula al Senato la riforma costituzionale per il superamento del bicameralismo perfetto e la modifica del titolo V, dopo un ampio confronto in Commissione.
Non si sta stravolgendo la Costituzione. Si sta cercando di approvare quelle modifiche che il centro sinistra ha proposto fin dalle elezioni politiche del ’96, vinte dall’Ulivo di Prodi. Francamente trovo incomprensibili le resistenze a fare ciò che da quasi vent’anni proponiamo ai nostri elettori. Sono modifiche indispensabili per far funzionare meglio la democrazia e per coinvolgere direttamente regioni e comuni nella legislazione che li riguarda, negli assetti istituzionali della Repubblica e nei rapporti con l’Unione Europea. Mi auguro che entro l’anno si facciano due letture al Senato e la prima alla Camera, affinché si chiuda il percorso nel 2015.
Robusto è poi il pacchetto delle riforme di settore. Quella fiscale è la più avanti nel processo. E’ già legge la delega al Governo per fare i decreti legislativi di attuazione. Obiettivi: semplificare il fisco per i contribuenti; abbassare le tasse su lavoro e imprese, aumentandole ove necessario su patrimoni e rendite finanziarie; dotarsi di strumenti efficaci per la lotta all’evasione fiscale, come la fatturazione elettronica e tutto ciò che aumenta la tracciabilità dei pagamenti; cambiare le norme sul gioco d’azzardo.
Poi c’è quella sulla pubblica amministrazione. Anche qui semplificazione, riduzione dei privilegi, regole per favorire l’ingresso di giovani e l’uscita di chi ha già l’età per la pensione senza ulteriori incarichi; sviluppo della digitalizzazione di tutto il sistema, mobilità, far funzionare meglio la giustizia amministrativa sono obiettivi forti e condivisibili.
Sulla giustizia si gioca una partita fondamentale. Ridurre i tempi della giustizia civile è fondamentale per le imprese e per attrarre investimenti; pene alternative al carcere e nuovi strumenti di lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata (falso in bilancio, autoriciclaggio) sono alcuni degli obiettivi che ritengo essenziali. Sulla riforma della giustizia si è aperta una consultazione pubblica come in precedenza su quella della pubblica amministrazione.
E poi il job’s act. La riforma del lavoro. Quella dove sono più alti i rischi di scontri ideologici, ma anche di semplificazioni. Non siamo in un’epoca di scontro tra lavoro e imprese, che tante volte hanno destini comuni. Ciò non può significare comprimere i diritti e determinare nuove forme di sfruttamento. Ci vuole equilibrio. Sapendo che con le regole del mercato del lavoro non si crea lavoro, ma che però con regole astruse e lunari si può impedire di fatto alle imprese di assumere.
Per il lavoro sono fondamentali le politiche economiche, fiscali ed industriali.
Abbiamo cominciato a ridurre, con gli 80 euro e con il taglio dell’Irap, le tasse su lavoro e imprese. Bisogna proseguire. Non basta. Ci vogliono investimenti pubblici. Sull’edilizia scolastica si sono create le prime condizioni. Bisogna gradualmente superare il patto di stabilità interno per rilanciare gli investimenti. In molti Comuni capoluoghi d’Italia – non in Emilia Romagna – chi governava ha perso le elezioni del 25 maggio e 8 giugno. Vorrà pur dir qualcosa, cioè che in molti Comuni siamo alla frutta. Superare il patto di stabilità interno sulla sua attuale configurazione è indispensabile. Inoltre pieno e buon uso delle risorse europee, a cominciare dall’utilizzarle per l’assetto idrogeologico del territorio. Infine, ma non ultimo, politiche industriali: risorse per scuola, università e ricerca; favorire gli investimenti nel mezzogiorno; politiche di settore, con in testa la green economy e la cultura, come fa il decreto legge su beni culturali e turismo.
In questo quadro, in gran parte positivo pur nelle difficoltà, in Emilia Romagna ci è caduta in testa la tegola delle dimissioni di Vasco Errani, a seguito della sentenza di appello di condanna per falso ideologico. Vasco è stato coerente e a lui va tutta la nostra solidarietà, anche se non ha accolto l’invito a riconsiderare le dimissioni. Ma le migliori personalità del PD sono fatte così: rigorosi in primo luogo verso se stessi. Sono certo che in Cassazione emergerà la sua innocenza.
Si andrà alle elezioni, probabilmente anticipate rispetto alla scadenza di marzo. Mi auguro che il PD dell’Emilia Romagna faccia una grande apertura verso la società regionale, coinvolgendola pienamente per le decisioni da assumere e operando una forte innovazione. Nelle prime ore ho visto soprattutto ragionamenti su uomini, fatti da uomini, con logiche da uomini. Innovare vuol dire invece cambiare alcune logiche a partire dalla piena assunzione della parità di genere, su cui tra l’altro si è appena approvata una legge regionale che ritengo la più rivoluzionaria e innovativa degli ultimi quindici anni.

On. Maino Marchi

Susy-007

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