La storia di Hawa di P. Berton

Cari Amici, questa lettera era per un’insegnante che mi chiedeva dei raccontini per bambini, ma penso che faccia bene anche a voi adulti e ve la voglio partecipare.
Non è una storiella per i bambini che ti scrivo, anche se potrebbe giovare a loro qualora fossimo capaci di introdurli alle differenze culturali del nostro bel mondo. Nel nostro caso, intendo dire, qui a portare un handicap non è così umiliante come da noi. Per un amputato un avambraccio estetico è veramente un peso inutile da lasciarsi, casa. Se il braccio non c’è, non c’è. Un sano realismo che fa accettare più facilmente la vita e quindi crea spazio per far rinascere la felicità.
Non solo per questo potrebbe aiutarli, ma specialmente per renderli consapevoli fin da piccoli che la felicità non è condizionata dal nostro corpo. Dobbiamo accettarci come siamo qualsiasi cosa ci capiti nella vita, perché non è al nostro corpo che Dio guarda per amarci, ma a quello che siamo dentro e la vera felicità la troviamo solo in Lui.
La storia di Hawa: il ragnetto, come bonariamente e con simpatia la chiamava qualcuno, o il gomitolo, come amorevolmente la chiamava qualche altro, dico amorevolmente perché Hawa si faceva amare nella sua semplicità ed umile presenza. Frequentava regolarmente la sua parrocchia ed al giovedì era sempre presente all’incontro delle famiglie di FHM. Hawa può aiutarci a capire l’handicappato e le sue aspirazioni. Hawa forse raggiungeva il metro, ma ne dubito, tanto era curva e rattrappita e per vederti in faccia doveva girare la testa da un lato, perché non ce la faceva ad alzarla. Non era nata così. Durante la guerra, fuggita in Guinea, sembra che un virus l’avesse attaccata ed un pò alla volta l’ha storpiata al punto che, quando camminava sembrava quasi che fosse sulle sue ginocchia. Ma Hawa non rinunciò alla vita. Partecipava alle attività è raduni di FHM con grande naturalezza, ma non avrei mai pensato che nelle sue condizioni fìsiche il desiderio di diventare mamma fosse stato così forte, da farle prendere un tale rischio. Ha voluto vivere la sua vita in pieno. E diventò mamma e partorì anche se con taglio cesareo, una bella bambina. Eravamo tutti contenti che ce l’avesse fatta ed aspettavamo il giorno in cui avremmo potuto celebrare insieme la sua felicità. Ma non ce l’ha fatta. In settimana morì e, lasciò la sua bella bambina alle cure di nessuno, perché Hawa viveva sola. Non proprio sola, perché era assistita da noi di FHM. Una ragazza del movimento che tanto desiderava di diventare mamma, ed ormai sembrava che glielo fosse negato, si fece avanti con le parole in gola “forse è solo così che Dio mi manda una figlia”, e adottò la bambina. A non credere alla Provvidenza è come dire di non credere in Dio, perché proprio la sera prima mi capitò in mano un’offerta che facilitò l’adozione di quel fagottino avvolto in quattro stracci, che non aveva niente da portare con sé, quasi per non essere d’ingombro. Oggi è passato così e domani? Quale altra “meraviglia” porterà domani? I piani li fa Lui. Ben spesso li ha nascosti e spesso se li tiene nascosti a lungo, ma se ci facciamo un tutt’uno con Lui, ci accompagna con quella felicità che sembra impossibile, e lo sarebbe, in condizioni di vita come erano quelle di Hawa.

Padre Berton

Cara Romana, così se ne è andata Hawa. E’ una vita da ricordare. Ai funerali ci abbiamo pensato noi. Penso che sia un racconto da fare arrivare agli amici. Ad alcuni ci penso io.

Padre Berton

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