LA RICCHEZZA DELLA NORMALITÀ

Caro direttore, quando mi interesso alle idee per il futuro dei figli degli amici mi accorgo che, ogni loro progetto è finalizzato ad allontanarli da quella che può essere considerata una vita normale, cioè un lavoro che permetta di mantenere una famiglia, un lavoro onesto, meglio se può dare qualche soddisfazione. Un lavoro normale, di quelli che fan tutti, come l’impiegato, l’idraulico, l’insegnante o magari il falegname, i panettiere o il fisioterapista. Invece mi annunciano sempre più spesso – non di rado con evidente soddisfazione – che i loro figli vogliono fare i registi, gli attori, i fotografi, entrare nel mondo dei giornali, o della moda, occuparsi di televisione o farla, dipingere, suonare o scolpire. Ma dietro a queste scelte non c’è tanto una vera vocazione quanto piuttosto un desiderio: diventare ricchi e famosi, andare sui giornali e soprattutto in televisione.
Nessuno sembra pensare che i cantanti di successo, i registi o i fotografi che diventano famosi, sono pochissimi mentre per gli altri c’è una vita con poco lavoro e molta frustrazione. Tutti vogliono una vita speciale, sono sicuri che proprio a loro toccherà la fama, ce lo conferma il fatto che i corsi di laurea di musica e spettacolo, di giornalismo, di moda, sono quelli più affollati, anche se, senza dubbio, ne nascerà il maggior numero dei candidati alla disoccupazione. Come mai la normalità fa tanto orrore? Come mai la prospettiva di vivere una vita tranquilla – senza l’agognato successo ma magari con effetti duraturi, con figli provando la soddisfazione di risparmiare e costruirsi una casa – sembra non attirare più? Dovremmo domandarcelo, perché è fondamentale trovare una risposta per aiutare le nuove generazioni ad affrontare la vita vera che le spetta, e che sarà ancora più dura di quella che abbiamo affrontato noi. Forse, per accettare la normalità della vita, bisogna avere consapevolezza della ricchezza nascosta in ogni suo momento, delle possibilità di crescita spirituale dell’essere umano.

Cordialmente
Paolo Pagliani

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